Made in Heaven, i Queen e la musica che Freddie Mercury lasciò al futuro

Il 6 novembre 1995, quattro anni dopo la morte di Freddie Mercury, i Queen pubblicano Made in Heaven. È il loro quindicesimo album in studio, costruito da Brian May, Roger Taylor e John Deacon attraverso le ultime registrazioni del cantante, materiali precedenti e nuove lavorazioni realizzate soprattutto a Montreux. Un disco spesso raccontato come il testamento musicale di Mercury, ma la sua storia è più complessa: dentro quelle canzoni convivono la volontà di continuare a lavorare, il recupero del passato, la consapevolezza della fine e un’idea di vita che non si lascia ridurre alla malattia. Il risultato è un album attraversato dalla morte, ma sorprendentemente ostinato nel parlare di ciò che resta.

C’è una fotografia che potrebbe raccontare da sola una parte della storia di Made in Heaven. Freddie Mercury è davanti al microfono, negli ultimi anni della sua vita, mentre continua a registrare. La malattia sta progressivamente limitando le sue possibilità fisiche, ma la voce rimane il centro di un lavoro che non vuole interrompersi.

La tentazione, osservando retrospettivamente quelle sessioni, è di trasformare ogni nota in un addio. Di cercare in ogni parola un messaggio nascosto, in ogni arrangiamento una premonizione, in ogni esitazione la prova che Mercury sapesse esattamente quale sarebbe stato il destino di quelle registrazioni. È una tentazione comprensibile, ma rischia di farci ascoltare il disco nel modo sbagliato.

Perché Made in Heaven non nasce come un album postumo progettato in ogni dettaglio. Nasce da un insieme di registrazioni effettuate in momenti diversi, alcune durante gli ultimi mesi di Freddie Mercury, altre recuperate dal repertorio precedente dei Queen e dalla sua carriera solista. Saranno Brian May, Roger Taylor e John Deacon a completarlo dopo la sua morte.

Eppure, proprio questa natura frammentaria finisce per diventare una delle sue caratteristiche più significative. È un disco nel quale il passato continua a parlare al presente. E nel quale una voce che non può più entrare in studio riesce ancora a guidare la musica.

Montreux, lontano dal rumore

Per comprendere Made in Heaven bisogna partire da Montreux, sulle rive del lago di Ginevra. I Queen conoscono bene la cittadina svizzera. Hanno acquistato i Mountain Studios nel 1979 e vi hanno registrato parte di alcuni dei loro album più importanti. Per Mercury, Montreux diventa progressivamente anche un luogo nel quale vivere e lavorare lontano dall’attenzione costante della stampa britannica.

Dopo la pubblicazione di Innuendo, nel febbraio 1991, il gruppo continua a registrare.

Non ci sarà un tour. L’ultimo concerto dei Queen con Freddie Mercury si era tenuto il 9 agosto 1986 a Knebworth, durante il Magic Tour. Ma l’assenza dalle scene non coincide con la fine dell’attività musicale. Mercury vuole lavorare. La sua salute peggiora, e le sessioni devono adattarsi alle sue condizioni. Roger Taylor e Brian May avrebbero raccontato negli anni successivi la determinazione con cui Freddie cercava di incidere nuove parti vocali, lasciando ai compagni il compito di completare gli arrangiamenti. È un elemento essenziale della storia del disco: la registrazione non è soltanto il risultato di una necessità discografica successiva alla morte del cantante. È anche la prosecuzione di un lavoro che Mercury aveva scelto di portare avanti.

Il 24 novembre 1991 Freddie Mercury muore a Londra, a quarantacinque anni, per una broncopolmonite legata all’AIDS. La sua scomparsa chiude definitivamente la storia dei Queen nella formazione classica, almeno come gruppo capace di produrre e presentare insieme nuova musica. Ma non chiude il lavoro cominciato a Montreux.

Quattro anni per ritrovare una voce

Dopo la morte di Mercury, Brian May, Roger Taylor e John Deacon si trovano davanti a una decisione difficile. Possono lasciare le registrazioni incompiute, conservarle negli archivi e considerare conclusa la storia discografica dei Queen. Oppure possono provare a costruire un album che restituisca una forma compiuta al lavoro iniziato con Freddie. Scelgono la seconda strada. Ma non si tratta semplicemente di aggiungere strumenti a una serie di voci già pronte. Il materiale è disomogeneo: alcune registrazioni contengono interpretazioni vocali relativamente complete, altre soltanto frammenti; alcuni brani appartengono agli ultimi mesi di Mercury, altri risalgono a periodi precedenti.

Brian May avrebbe descritto il lavoro come un’impresa molto più impegnativa di quanto si potesse immaginare. In un’intervista del 1998 a Guitarist, ricordò che talvolta disponevano di un’intera prima esecuzione vocale, mentre in altri casi avevano soltanto poche righe cantate. L’obiettivo era realizzare un album che suonasse come il lavoro di quattro musicisti insieme in studio.

È questa la sfida artistica di Made in Heaven: costruire una presenza musicale senza fingere che l’assenza non esista.

Le lavorazioni proseguono fra il 1993 e il 1995, con il contributo di David Richards, Justin Shirley-Smith e Joshua J. Macrae. Il gruppo rielabora arrangiamenti, registra nuove parti strumentali, ricostruisce strutture e cerca un equilibrio fra registrazioni provenienti da epoche differenti. Il risultato non è una fotografia fedele di un’unica sessione. È un disco costruito nel tempo, con il tempo e, inevitabilmente, contro il tempo.

It’s a Beautiful Day, la voce che ritorna

L’album comincia con It’s a Beautiful Day. È una scelta sorprendente. Ci si potrebbe aspettare un’apertura solenne, una lunga introduzione strumentale, qualcosa che prepari l’ascoltatore all’emozione di sentire nuovamente Freddie Mercury.

Invece arriva una voce luminosa, accompagnata inizialmente dal pianoforte, che celebra la bellezza di una giornata.

Il materiale vocale e pianistico risale al 1980, alle sessioni legate al periodo di The Game. Non è quindi una registrazione realizzata da Mercury mentre affrontava gli ultimi mesi della malattia. Questo dato cambia profondamente il modo di interpretare il brano.

Non stiamo ascoltando un uomo che, vicino alla morte, decide di dichiarare il proprio amore per la vita. Stiamo ascoltando un Freddie più giovane, la cui voce viene collocata quindici anni dopo in un contesto completamente diverso. È il montaggio a produrre il nuovo significato.

Gli archi e l’arrangiamento orchestrale ampliano progressivamente la dimensione del brano, trasformando un frammento relativamente semplice in un’apertura quasi cinematografica. La canzone non racconta una tragedia. La sfida.

E proprio per questo, sapendo ciò che è accaduto, l’ascoltatore può avvertire una commozione particolare. Non perché Mercury stesse necessariamente pensando alla fine quando la registrò, ma perché quella voce continua a esprimere vitalità anche dopo che la sua vita si è conclusa.

Made in Heaven, una canzone che cambia significato

La seconda traccia dà il titolo all’album. Made in Heaven era già stata pubblicata nel 1985 in Mr. Bad Guy, il primo album solista di Freddie Mercury. Dieci anni dopo, i Queen la recuperano e la ricostruiscono attraverso un arrangiamento decisamente più monumentale, nel quale le chitarre di Brian May e la dimensione orchestrale amplificano il carattere drammatico della composizione.

La canzone affronta il rapporto fra destino, esistenza e possibilità di accettare ciò che la vita ci riserva. Nel 1985 apparteneva al percorso solista di Mercury. Nel 1995, inserita in un album pubblicato dopo la sua morte, sembra inevitabilmente assumere un significato diverso.

Ma occorre distinguere le due cose. Non è una profezia. È una canzone precedente, reinterpretata attraverso nuove circostanze. Questa distinzione è fondamentale per comprendere Made in Heaven senza trasformarlo in una successione di presagi. La musica possiede la capacità di cambiare significato quando cambia la vita di chi la ascolta. In questo caso cambia anche il contesto nel quale viene pubblicata. La stessa voce, le stesse parole, ma una storia completamente diversa intorno.

Let Me Live, tre voci che si passano il testimone

Let Me Live è uno dei momenti nei quali il disco ritrova più chiaramente la dimensione collettiva dei Queen. Il brano alterna le voci di Freddie Mercury, Roger Taylor e Brian May, sostenute da un arrangiamento che richiama il gospel e da un coro aggiuntivo. La sua forza sta soprattutto in questa distribuzione delle parti vocali. Non c’è soltanto Freddie.

Ci sono anche gli altri.

E, nell’ascolto del 1995, questa alternanza può assumere il significato simbolico di una continuità: una voce comincia, altre raccolgono il discorso. La canzone ha una storia compositiva precedente agli ultimi mesi di Mercury, legata alle sessioni degli anni Ottanta. Anche qui, dunque, sarebbe improprio attribuire automaticamente ogni parola alla consapevolezza della morte imminente.

Eppure il titolo, Let Me Live, risuona con particolare intensità dentro un disco come questo.

È il paradosso che attraversa l’intero album: brani nati in circostanze differenti vengono riuniti in una sequenza che sembra costruire un unico racconto. Un racconto che non era stato scritto integralmente in quel modo, ma che acquista coerenza attraverso il lavoro dei musicisti sopravvissuti.

Mother Love, l’ultima voce

Se esiste una canzone nella quale la storia di Made in Heaven diventa impossibile da separare dalla biografia di Freddie Mercury, è Mother Love.

Il brano è firmato da Brian May e Mercury e appartiene alle ultime sessioni del cantante.

È generalmente identificato come l’ultima registrazione vocale realizzata da Freddie per i Queen.

May ha raccontato che, durante il lavoro, Mercury non riuscì a completare tutte le parti previste. Disse che avrebbe ripreso successivamente, ma non tornò a registrare il segmento mancante. Fu Brian a cantare l’ultima strofa. Questo passaggio è uno dei momenti più difficili da ascoltare dell’intero disco.

Non perché la voce di Mercury sia semplicemente fragile. Al contrario, l’intensità della sua interpretazione rimane notevole. È la conoscenza della vicenda a rendere il cambio di voce così significativo. A un certo punto Freddie non canta più.

Continua Brian.

Non è soltanto una soluzione tecnica. Nella storia del gruppo diventa anche un gesto di continuità musicale: un compagno completa ciò che l’altro non ha potuto terminare. Ma Mother Love merita di essere ascoltata anche oltre questo episodio.

La composizione possiede un carattere oscuro e raccolto, lontano dalla teatralità più spettacolare dei Queen. Il tema del bisogno di protezione, del ritorno a una forma originaria di amore e sicurezza, attraversa la canzone senza trovare una soluzione rassicurante. La parola mother può evocare la madre reale, ma anche un luogo emotivo primario, una condizione nella quale non dobbiamo dimostrare nulla per essere accolti. È un’interpretazione del testo, non una spiegazione definitiva delle intenzioni degli autori.

Musicalmente il brano costruisce una tensione continua fra intimità e grandezza. La chitarra di May non cerca soltanto l’effetto spettacolare; interviene come una seconda voce, capace di prolungare ciò che il canto lascia sospeso.

Nel finale compaiono anche materiali sonori che richiamano momenti precedenti della carriera di Mercury e dei Queen, fra cui un frammento di Goin’ Back, registrato dal cantante prima della nascita del gruppo. È come se la musica percorresse all’indietro una parte della sua storia.

Dall’ultima voce verso una delle prime. La canzone non cancella l’assenza. Le dà una forma sonora.

My Life Has Been Saved, il valore delle cose ordinarie

Dopo Mother Love, l’album propone My Life Has Been Saved, una composizione legata soprattutto a John Deacon, già pubblicata nel 1989 come lato B del singolo Scandal. Il brano viene recuperato e rielaborato per Made in Heaven.

La sua presenza contribuisce a riequilibrare il tono del disco. Dopo un momento così intimamente connesso agli ultimi giorni di Mercury, la musica torna a interrogarsi sulla vita quotidiana, sul rapporto fra le persone e sulla possibilità di riconoscere ciò che conta davvero. È una canzone meno spettacolare rispetto ad altri episodi, ma proprio per questo importante.

Il disco non può vivere soltanto di grandi dichiarazioni. Ha bisogno anche di momenti nei quali l’emozione si manifesta attraverso una scrittura più diretta. E c’è un elemento significativo nel recupero di una composizione di Deacon: Made in Heaven non è soltanto il disco della voce di Freddie Mercury. È anche l’ultimo grande lavoro collettivo della formazione storica, nel quale ciascuno contribuisce a conservare un’identità musicale costruita nell’arco di oltre vent’anni.

I Was Born to Love You, l’amore trasformato in energia

Un’altra canzone proveniente da Mr. Bad Guy è I Was Born to Love You. Nella versione solista del 1985, Mercury l’aveva costruita intorno a un linguaggio pop e dance, con una produzione fortemente legata all’estetica degli anni Ottanta.

I Queen la trasformano in un brano rock molto più energico.

Le chitarre di May, la batteria di Taylor e il basso di Deacon restituiscono alla voce di Freddie una dimensione sonora riconoscibile come quella del gruppo. È un’operazione particolarmente interessante perché mostra quanto l’identità musicale dei Queen non dipendesse soltanto dal cantante. Mercury aveva una personalità vocale straordinaria, ma il suono della band nasceva dall’incontro fra quattro musicisti. Qui quell’incontro viene ricostruito a posteriori. La voce proviene da una registrazione solista, mentre gli strumenti la circondano anni dopo.

Eppure il risultato possiede una naturalezza che rende quasi invisibile la distanza temporale. La canzone parla di amore con un entusiasmo diretto, fisico, vitale. Nel contesto dell’album introduce una luminosità necessaria. Ancora una volta, i Queen scelgono di non rappresentare Freddie soltanto attraverso la sofferenza. Lo restituiscono anche nella sua capacità di celebrare il desiderio e la gioia.

Heaven for Everyone, un paradiso possibile

Heaven for Everyone possiede una storia particolare. Roger Taylor l’aveva scritta per i The Cross, il suo progetto parallelo, e il brano era apparso nell’album Shove It del 1988, con la partecipazione vocale di Freddie Mercury in una delle versioni pubblicate. Per Made in Heaven, i Queen recuperano quella registrazione e la inseriscono in un nuovo contesto sonoro. Il testo immagina un mondo nel quale ciascuno possa trovare una forma di felicità, una condizione di pace e comprensione reciproca. È una visione idealistica, ma non necessariamente ingenua. La canzone riconosce implicitamente la distanza fra il mondo reale e quello desiderato. E dentro un disco pubblicato dopo la morte di Mercury, questa distanza diventa particolarmente evidente.

Il paradiso evocato dal titolo può essere interpretato come un luogo spirituale, ma anche come una possibilità terrena: una vita meno attraversata dalla violenza, dalla solitudine e dall’incomprensione. È importante non attribuire automaticamente a Mercury una precisa visione religiosa o metafisica attraverso questa interpretazione. La canzone è di Taylor e precede la morte del cantante. Ma la sua collocazione nell’album contribuisce a costruire una riflessione più ampia sul rapporto fra la vita che abbiamo e quella che vorremmo.

Too Much Love Will Kill You, quando l’amore non basta

Fra i momenti più intensi dell’album figura Too Much Love Will Kill You.

La canzone è firmata da Brian May, Frank Musker ed Elizabeth Lamers e risale alla fine degli anni Ottanta. Una versione cantata da May era già stata pubblicata nel suo album solista Back to the Light del 1992. In Made in Heaven ascoltiamo invece la voce di Freddie Mercury, registrata precedentemente alla sua morte. Anche in questo caso la cronologia è essenziale.

Non si tratta di un brano scritto per raccontare la malattia di Mercury. La composizione nasce dalle difficoltà sentimentali e personali attraversate da Brian May. Eppure l’interpretazione di Freddie introduce una qualità emotiva differente.

La canzone affronta il paradosso di un sentimento che, invece di salvarci, può diventare fonte di sofferenza. L’amore non appare come una forza automaticamente positiva. Può generare conflitti, sensi di colpa, contraddizioni e scelte dolorose. L’arrangiamento conserva una dimensione solenne, ma lascia alla voce il compito di sostenere il peso emotivo della composizione.

Mercury canta con un’intensità che rende il brano particolarmente difficile da separare dalla sua biografia successiva. Ma il valore dell’interpretazione non dipende dalla possibilità di leggerla come un messaggio sulla morte. Dipende dalla capacità di dare forma a una sofferenza che appartiene a molte esperienze umane.

È uno dei punti nei quali Made in Heaven supera più chiaramente la propria condizione di album postumo. La canzone funziona anche senza conoscere la storia della sua pubblicazione.

You Don’t Fool Me, una canzone costruita dal nulla

You Don’t Fool Me rappresenta forse l’esempio più sorprendente del lavoro di ricostruzione compiuto dopo la morte di Mercury.

Il brano viene sviluppato a partire da frammenti vocali registrati durante le ultime sessioni del cantante. David Richards lavora su quel materiale, ne organizza le parti e costruisce una struttura che viene successivamente completata dagli altri musicisti. È un processo molto diverso dalla registrazione tradizionale di una canzone già composta.

In questo caso la struttura definitiva nasce anche dalle possibilità offerte dal montaggio e dalla produzione. Il risultato, tuttavia, non sembra un semplice assemblaggio. You Don’t Fool Me possiede un carattere ritmico vicino alla dance e al funk, con una linea di basso pulsante, un’atmosfera notturna e un intervento chitarristico di Brian May che introduce una delle sezioni più riconoscibili del brano.

È una canzone che guarda più al movimento del corpo che alla contemplazione. E questo la rende particolarmente importante nel contesto dell’album. Dopo tante composizioni che sembrano dialogare con il passato, You Don’t Fool Me dimostra che i Queen erano ancora capaci di costruire qualcosa di musicalmente vitale a partire da materiali incompleti. Non è soltanto un recupero. È una nuova creazione realizzata attraverso registrazioni precedenti.

A Winter’s Tale, Freddie guarda il lago

Poi arriva A Winter’s Tale. Ed è forse qui che Made in Heaven trova il proprio momento più delicato.

La canzone è considerata l’ultima composizione scritta da Freddie Mercury e nasce dall’osservazione del paesaggio di Montreux. Il lago, le montagne, il cielo, gli uccelli e la quiete del luogo entrano nella scrittura attraverso immagini semplici, quasi impressionistiche. Non c’è una grande narrazione. Non c’è un personaggio che attraversa una crisi.

C’è qualcuno che guarda fuori.

È una differenza fondamentale rispetto a molte delle composizioni più celebri dei Queen. Mercury aveva costruito una parte importante della propria identità artistica attraverso il teatro, il travestimento, l’eccesso, la provocazione e la spettacolarità. In A Winter’s Tale sembra invece interessato a osservare. Il mondo continua a esistere davanti ai suoi occhi, indipendentemente dalla sua condizione personale.

L’arrangiamento, completato dopo la morte, accompagna questa contemplazione attraverso tastiere, chitarre e una progressiva apertura armonica. La melodia possiede un andamento disteso, quasi sospeso, che permette alle immagini di susseguirsi senza urgenza.

La canzone non parla esplicitamente della morte. Ed è proprio questo a renderla così commovente.

Sapendo che appartiene agli ultimi mesi della sua vita, potremmo aspettarci un bilancio, una confessione o una dichiarazione definitiva.

Invece Mercury descrive un paesaggio. Una giornata. La bellezza di ciò che vede.

È difficile non leggere in questa scelta una forma di attenzione ostinata verso il presente. Ma dobbiamo conservarla come interpretazione critica, non come certezza sulle intenzioni dell’autore. Forse la forza di A Winter’s Tale sta proprio nel non chiedere alla musica di spiegare tutto. A volte è sufficiente guardare il lago. E riconoscere che è bellissimo.

La relazione fra Mercury e Montreux è documentata anche dalle testimonianze raccolte dalla città svizzera e dalla ricostruzione pubblicata da Swissinfo, che identifica A Winter’s Tale come la sua ultima composizione.

La bellezza ritorna, poi rimane il silenzio

Dopo A Winter’s Tale, i Queen riprendono It’s a Beautiful Day. Ma non è la stessa canzone dell’inizio.

La ripresa possiede un arrangiamento più energico, con un ruolo importante delle chitarre, e conduce l’album verso una conclusione che sembra voler riunire vitalità, memoria e celebrazione. La struttura circolare è evidente.

Il disco comincia affermando la bellezza della vita e torna a quella stessa idea dopo aver attraversato l’amore, la perdita, la sofferenza, la speranza e il bisogno di protezione.

Non è necessario immaginare un progetto concettuale già definito da Mercury per riconoscere l’efficacia di questa costruzione.

Sono i Queen sopravvissuti a dare all’album una forma. Ed è una forma che suggerisce un movimento: dalla vita alla vita, passando attraverso la consapevolezza della morte. Nell’edizione in CD, dopo una brevissima traccia comunemente identificata come Yeah, compare inoltre una lunga composizione strumentale senza titolo, spesso indicata come Track 13.

Dura oltre ventidue minuti e si sviluppa attraverso atmosfere ambientali, suoni dilatati e una struttura lontana dalla forma-canzone tradizionale. È uno degli episodi più insoliti dell’intera discografia dei Queen. Dopo un album dominato dalla presenza della voce di Mercury, l’ascoltatore si trova davanti a uno spazio musicale nel quale quella voce non guida più il racconto.

Il tempo sembra rallentare. La musica non cerca una conclusione spettacolare. Rimane sospesa.

Non è necessario attribuire a questa scelta un significato spirituale preciso. Ma, sul piano dell’esperienza d’ascolto, l’effetto è quello di un lungo congedo senza parole. E forse è proprio l’assenza delle parole a renderlo efficace.

La statua che guarda il lago

Queen - Made In Heaven
– Longplay

La copertina di Made in Heaven è inseparabile dal paesaggio di Montreux. Mostra Freddie Mercury rappresentato in una posa monumentale, con un braccio sollevato, davanti al lago di Ginevra e alle montagne. La figura deriva dalla scultura realizzata dall’artista Irena Sedlecká. Il monumento in bronzo sarebbe stato inaugurato sul lungolago il 25 novembre 1996, un anno dopo l’uscita dell’album. L’immagine di copertina anticipa dunque la presenza della statua nella città, e non documenta semplicemente un monumento già installato.

Il progetto grafico è attribuito ai Queen e a Richard Gray. La confezione originale propone immagini del paesaggio in differenti condizioni di luce, fra alba e tramonto.

È una copertina che potrebbe apparire eccessivamente solenne, ma possiede una coerenza profonda con il disco.

Freddie non è rappresentato nel chiuso di uno studio. Non è su un letto d’ospedale. Non è neppure fotografato durante uno degli ultimi anni della sua vita. È una figura che guarda un paesaggio. Il gesto teatrale che lo aveva reso riconoscibile sui palcoscenici di tutto il mondo viene trasferito in un luogo silenzioso, lontano dagli stadi.

La grandezza del personaggio rimane. Ma intorno non c’è una folla. C’è il lago.

È una scelta iconografica che sembra dialogare direttamente con A Winter’s Tale: la voce che descrive il paesaggio e la figura che continua simbolicamente a osservarlo. Oggi quella statua è diventata uno dei luoghi più visitati dai fan dei Queen, un punto nel quale la memoria musicale assume una dimensione fisica. Ma nel 1995 l’immagine aveva soprattutto il compito di accompagnare un disco nel quale l’assenza di Mercury era inevitabile. E nel quale la sua presenza rimaneva altrettanto evidente.

Un successo che non poteva essere celebrato insieme

Made in Heaven esce il 6 novembre 1995. Raggiunge immediatamente il primo posto nella classifica britannica e conquista la vetta anche in numerosi altri Paesi, fra cui l’Italia. Nel tempo supera i venti milioni di copie vendute nel mondo, secondo i dati riportati dal sito ufficiale dei Queen. È un risultato commerciale straordinario, ma inevitabilmente diverso dai successi precedenti.

Non c’è Freddie Mercury a presentare le nuove canzoni. Non ci sarà un tour con la formazione originale. Non ci sarà la possibilità di verificare come questi brani sarebbero cambiati dal vivo attraverso l’interazione fra i quattro musicisti.

Il disco esiste, ma una parte essenziale della vita di un gruppo rock — quella del palco, dell’improvvisazione, del confronto continuo con il pubblico — non può più accompagnarlo.

Anche per questo Made in Heaven occupa un posto particolare nella discografia dei Queen. Non è un album come gli altri. Ma non è neppure soltanto una raccolta commemorativa. È un lavoro di studio, di produzione e di ricostruzione musicale che richiede di essere valutato anche per le proprie scelte artistiche. La sua natura postuma non rende automaticamente riuscita ogni soluzione. Alcuni arrangiamenti possono apparire particolarmente solenni, alcune produzioni risentono dell’estetica sonora degli anni Novanta e l’eterogeneità delle fonti è percepibile. Ma la coerenza emotiva del risultato rimane notevole. Soprattutto perché i Queen non cercano di nascondere completamente la distanza fra le registrazioni. La trasformano in una parte della storia.

La musica che non voleva fermarsi

Esiste un rischio, quando raccontiamo gli ultimi lavori di un artista scomparso: leggere tutto ciò che ha fatto come una preparazione alla morte. Ogni canzone diventa un testamento. Ogni parola una profezia. Ogni nota un addio.

Ma Freddie Mercury non ha trascorso l’intera carriera preparando la propria scomparsa. Ha cantato l’amore, il desiderio, la libertà, l’ironia, il conflitto, il piacere e la paura. Ha attraversato generi musicali differenti e ha costruito un’identità artistica fondata anche sulla possibilità di contraddirsi.

Made in Heaven conserva qualcosa di questa complessità.

C’è la solitudine di Mother Love, ma anche l’energia di I Was Born to Love You. C’è la sofferenza di Too Much Love Will Kill You, ma anche la vitalità di It’s a Beautiful Day. C’è il bisogno di un mondo migliore in Heaven for Everyone e la contemplazione del paesaggio in A Winter’s Tale.

Non sono tutte canzoni scritte nello stesso momento. Non appartengono tutte alla medesima fase della vita di Mercury. Ed è proprio questo a impedire che il disco si riduca a una sola emozione. La morte è la circostanza che ne ha determinato la forma definitiva, ma la vita continua a essere il suo argomento principale. C’è poi un altro aspetto che merita attenzione.

La storia di Made in Heaven è anche una storia di amicizia e di lavoro.

Brian May, Roger Taylor e John Deacon avrebbero potuto lasciare quelle registrazioni incompiute. Scelgono invece di trascorrere anni cercando una forma che permetta alla voce di Freddie di tornare a incontrare i loro strumenti. Non sappiamo se Mercury avrebbe approvato ogni scelta definitiva. Non possiamo attribuirgli intenzioni che non ha avuto modo di confermare. Ma sappiamo che aveva continuato a registrare e che i suoi compagni decisero di completare il lavoro. È questo il nucleo umano del disco.

Quattro musicisti avevano costruito insieme una storia straordinaria.

A un certo punto uno di loro non poteva più partecipare. Gli altri tre hanno cercato un modo per suonare ancora con lui. Non per negare ciò che era successo. Ma per portare a termine qualcosa che era rimasto aperto. E forse il momento più rappresentativo di Made in Heaven non è quello nel quale l’orchestra raggiunge la massima intensità, né quello nel quale la chitarra di Brian May sembra voler riempire tutto lo spazio disponibile. È un passaggio molto più semplice.

In Mother Love, Freddie Mercury arriva fino a un certo punto. Poi la sua voce si interrompe. E Brian May continua a cantare.

Non c’è un gesto capace di spiegare completamente che cosa significhi perdere un amico con il quale abbiamo condiviso gran parte della nostra vita. Ma esiste la possibilità di continuare una canzone che lui non ha potuto finire. Forse Made in Heaven racconta soprattutto questo. Non l’illusione che la musica possa sconfiggere la morte. Ma la possibilità, molto più concreta e profondamente umana, che qualcuno raccolga ciò che abbiamo lasciato incompiuto e trovi il modo di farlo vivere ancora.

Simone Cavagnino
Simone Cavagninohttps://www.soundinia.it
Simone Cavagnino è giornalista, autore e speaker radiofonico. Laureato in Scienze Giuridiche, si occupa di giornalismo culturale, musicale e comunicazione istituzionale. Ha collaborato con l'emittente televisiva Infochannel TV Sardinia, ha diretto Unica Radio e ha scritto per JAZZIT, altre riviste nazionali e quotidiani regionali. Nel 2014 ha curato il documentario La memoria del suono, dedicato all'artista Pinuccio Sciola. Nel 2018 ha pubblicato, insieme al giornalista Claudio Loi, il volume Sardegna, jazz e dintorni (Aipsa Edizioni). Attualmente cura la comunicazione di alcuni tra i principali festival culturali della Sardegna e dirige Soundinia, testata giornalistica dedicata alla cultura, alla musica e ai territori del Mediterraneo.

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