Convinto di andare al cinema, l’uomo che ha trascorso oltre trent’anni in carcere da innocente si è ritrovato all’Unipol Domus per Cagliari-Juventus. Una sorpresa organizzata dall’attore sardo Jacopo Cullin con il presidente Tommaso Giulini, raccontata in un video pubblicato il 29 ottobre. Tra gli applausi dei tifosi e una maglia rossoblù con il numero 11, il significato di un gesto che va oltre il calcio.
Ci sono cose che nella vita sembrano piccole soltanto a chi ha sempre potuto farle. Entrare in uno stadio, salire i gradini di una tribuna, guardare il campo illuminato, ascoltare migliaia di persone che aspettano il fischio d’inizio. Per molti sono gesti ordinari, ricordi che si accumulano quasi senza accorgersene. Per Beniamino Zuncheddu, invece, quella domenica di ottobre è stata la prima volta.
E forse è proprio da qui che bisogna cominciare a raccontare questa storia. Non dal calcio, non dal risultato di una partita. Ma da un uomo al quale sono stati sottratti più di trent’anni di libertà e che, a poco a poco, sta tornando a incontrare esperienze che gli erano state negate.
A organizzare la sorpresa è stato Jacopo Cullin, attore sardo che ha coinvolto il Cagliari Calcio e il presidente Tommaso Giulini. L’11 ottobre, prima della partita tra Cagliari e Juventus, Zuncheddu è arrivato all’Unipol Domus senza sapere che cosa lo aspettasse. Era convinto di essere diretto a una proiezione di Zustìssia, il film che racconta la sua vicenda giudiziaria. Invece, fuori dal finestrino, il paesaggio ha cominciato a suggerire una destinazione diversa.
Quando ha riconosciuto le bandiere e capito che stavano andando allo stadio, ha chiesto, in sardo, se avrebbero visto la partita. Una domanda semplice, quasi disarmante. Di quelle che raccontano molto più di quanto sembri.
Trentatré anni che nessuno può restituire
Beniamino Zuncheddu è stato arrestato nel 1991 per la strage di Sinnai, nella quale furono uccise tre persone e una quarta rimase gravemente ferita. Condannato all’ergastolo, ha continuato a proclamarsi innocente. La sua vicenda giudiziaria si è conclusa il 26 gennaio 2024, quando la Corte d’appello di Roma, nel processo di revisione, lo ha assolto per non aver commesso il fatto.
Nel mezzo ci sono oltre trent’anni di carcere.
È difficile dare una misura umana a un tempo così lungo. Trent’anni non sono soltanto una quantità di giorni. Sono persone che cambiano, città che si trasformano, voci che invecchiano, luoghi che scompaiono. Sono feste, incontri, domeniche, occasioni perdute. È una parte intera dell’esistenza che continua a scorrere fuori mentre, per chi è rinchiuso, il mondo resta altrove.
Nessuna sentenza, per quanto necessaria e definitiva, può riportare indietro il calendario. L’assoluzione restituisce la verità giudiziaria e la libertà, ma non può riconsegnare gli anni trascorsi. E neppure tutti quei momenti apparentemente insignificanti che, messi insieme, costituiscono una vita.
Per questo la prima volta di Zuncheddu allo stadio ha un significato che supera la dimensione sportiva. Non ripara l’ingiustizia subita. Non pretende di farlo. Ma aggiunge un’esperienza nuova a un’esistenza che per troppo tempo è stata privata della possibilità di scegliere.
La sorpresa di Jacopo Cullin
Le immagini dell’omaggio erano già circolate dopo la partita dell’11 ottobre. Il 29 ottobre, però, Jacopo Cullin ha condiviso sui social un video che mostra anche il percorso verso lo stadio, svelando il retroscena dell’iniziativa.
È in quei momenti precedenti all’arrivo che la storia acquista una dimensione diversa. Non c’è ancora il prato verde, non ci sono gli applausi, non c’è la cerimonia. C’è un uomo che crede di andare al cinema e che scopre progressivamente di essere atteso altrove.
Cullin ha costruito la sorpresa con la collaborazione del club rossoblù e del presidente Giulini. Un gesto nato da un rapporto umano che si intreccia anche con il cinema: l’attore fa parte del cast di Zustìssia, il film diretto da Francesco Piras e dedicato alla storia di Zuncheddu.
La vicenda, dunque, attraversa linguaggi differenti. Prima la cronaca giudiziaria, poi il cinema, infine un campo da calcio. Ma al centro rimane sempre la stessa persona, con la sua storia e con il diritto di non essere ricordata soltanto attraverso ciò che ha subito.
È forse questo l’aspetto più significativo dell’iniziativa: per una sera Beniamino Zuncheddu non è stato chiamato a raccontare ancora una volta il dolore della propria vicenda. È stato invitato a vivere qualcosa.
Una maglia con il numero 11 e l’abbraccio dello stadio
Prima del fischio d’inizio di Cagliari-Juventus, Zuncheddu è stato accolto sul terreno di gioco dell’Unipol Domus. Ad attenderlo c’erano il presidente Tommaso Giulini e il calciatore rossoblù Riyad Idrissi, che gli hanno consegnato una maglia personalizzata con il nome Beniamino e il numero 11.
Il pubblico ha risposto con un lungo applauso, alzandosi in piedi per salutare l’ospite.
Per un momento, lo stadio ha smesso di essere soltanto il luogo in cui due squadre si affrontano. È diventato uno spazio di riconoscimento collettivo. Migliaia di persone hanno rivolto la propria attenzione a un uomo la cui storia appartiene a una delle pagine più dolorose della giustizia italiana.
Il calcio possiede anche questa capacità: trasformare un sentimento individuale in un’esperienza condivisa. Accade quando una vittoria diventa memoria di una comunità, quando un campione viene ricordato dopo molti anni, quando un’intera tribuna trova spontaneamente un motivo per applaudire.
Quella sera, però, l’applauso non celebrava un gol, una carriera sportiva o un trofeo. Era rivolto a un uomo che aveva conosciuto una privazione radicale della libertà e che finalmente poteva essere lì, davanti a tutti, senza dover dimostrare nulla.
La maglia numero 11 è diventata il segno concreto di quell’accoglienza. Un oggetto semplice, che porta un nome e i colori di una squadra, ma che in quel contesto ha assunto il valore di un ricordo nuovo.
Il tempo perduto e quello che resta da vivere
La storia di Zuncheddu pone una domanda alla quale non esiste una risposta rassicurante: come si ricomincia dopo aver perso più di trent’anni?
Non basta aprire una porta per cancellare ciò che è accaduto dietro quella porta. La libertà ritrovata non annulla automaticamente le conseguenze dell’ingiustizia. Ci sono relazioni da ricostruire, abitudini da ritrovare, esperienze da conoscere. E c’è soprattutto un tempo che non può essere restituito.
Ma esiste anche il tempo che rimane.
Quello nel quale si può entrare per la prima volta in uno stadio. Quello in cui qualcuno organizza una sorpresa senza chiedere nulla in cambio. Quello in cui un’intera comunità si alza in piedi e, per qualche istante, mette da parte tutto il resto.
Il gesto di Jacopo Cullin e del Cagliari Calcio non risolve le questioni profonde sollevate dalla vicenda di Zuncheddu. Non sostituisce il dovere delle istituzioni di riconoscere pienamente le conseguenze dell’errore giudiziario. Ma appartiene a un’altra dimensione, quella dei rapporti umani, dell’attenzione e della possibilità di condividere qualcosa di bello, di profondamente poetico.
Ed è importante non confondere le due cose. La solidarietà non può prendere il posto della giustizia. Può, però, accompagnare una persona nel difficile percorso di ricostruzione della propria vita.
La bellezza delle cose che sembravano impossibili
Quella domenica Cagliari e Juventus hanno pareggiato 1-1. Un risultato che resterà nelle statistiche del campionato, insieme ai nomi dei marcatori e agli episodi della partita.
Ma per Beniamino Zuncheddu, con ogni probabilità, il ricordo più importante di quella giornata non avrà bisogno di una classifica.
Resterà la prima volta allo stadio. La scoperta della sorpresa, il campo davanti agli occhi, una maglia con il proprio nome, gli applausi di persone che fino a quel momento erano sconosciute.
Non sappiamo che cosa abbia pensato in ciascuno di quegli istanti. E forse non è nemmeno necessario immaginarlo. Le immagini e i fatti raccontano già abbastanza.
C’è una forma di bellezza particolare nelle esperienze che arrivano tardi. Non perché il ritardo le renda più preziose, ma perché ricordano quanto siano importanti quelle libertà quotidiane che spesso diamo per scontate.
Per Beniamino Zuncheddu, il tempo perduto resta perduto. Nessun applauso potrà restituirglielo. Ma quella sera, grazie a Jacopo Cullin e a chi ha reso possibile la sorpresa, c’è stato un piccolo pezzo di vita che ha potuto finalmente cominciare.
E forse il senso più profondo di questa storia è tutto qui: non possiamo restituire a un uomo le domeniche che gli sono state portate via. Possiamo almeno fare in modo che quelle che verranno gli appartengano davvero.


