Un grande amore da monetizzare, una modella che attraversa il mondo come un soldato, un letto che diventa il posto più freddo del pianeta, le gengive, la serotonina, il buddhismo, il Big Bang, dimensioni nascoste, il proprio nome cercato su Google e infine il desiderio di sparire. Il 29 gennaio 2016 Niccolò Contessa pubblicava Aurora, terzo album de I Cani. Cinque anni dopo aver cominciato da una cameretta, il suo sguardo si era allargato fino all’universo. Ma al centro era rimasto lo stesso animale fragile e contraddittorio: l’essere umano, impegnato a convincersi della propria importanza mentre cerca disperatamente qualcuno che rimanga accanto a lui.
Il 29 gennaio 2016 esce un disco che comincia con una proposta economica: abbiamo un grande amore, dunque dovremmo trovare il modo di monetizzarlo.
L’idea è contenuta in Questo nostro grande amore, apertura di Aurora, e Niccolò Contessa la porta avanti con la precisione di un piccolo business plan sentimentale: l’amore può generare video virali, post capaci di raccogliere migliaia di apprezzamenti, pubblicità, prodotti derivati. Quando presenta il disco a la Repubblica, Contessa sintetizza quella provocazione parlando del «valore commerciale della vita di coppia da vendere al pubblico».
È una battuta, naturalmente. Ma nel 2016 contiene già qualcosa che sarebbe diventato sempre più evidente negli anni successivi.
Perché per monetizzare una storia d’amore bisogna prima compiere un passaggio decisivo: trasformarla in una storia da mostrare.
Prima di vendere l’amore bisogna esporlo
I social network non hanno inventato l’esibizione della felicità e certamente non hanno distrutto l’amore. Le coppie si sono sempre fotografate, hanno sempre raccontato agli altri ciò che facevano e hanno sempre costruito una propria immagine sociale. Ma nella prima grande stagione dei social accade qualcosa di diverso: quella rappresentazione può diventare quotidiana, continuativa e soprattutto misurabile.
La coppia acquista un pubblico.
Una fotografia raccoglie apprezzamenti, una vacanza produce immagini, un anniversario diventa un racconto, una dichiarazione sentimentale non ha più necessariamente un solo destinatario. Accanto alle due persone che vivono una relazione compare così un terzo soggetto invisibile: chi la osserva.
Nel 2016 Contessa definiva «un po’ ridicola» l’autorappresentazione sui social. Nello stesso periodo, parlando di Protobodhisattva, spiegava di essere attratto dal buddhismo e dalla sua idea di superamento dell’identità personale proprio perché vedeva il presente muoversi nella direzione opposta: identità, selfie, racconto incessante di sé. Non lo considerava necessariamente un male, ma una strada che poteva diventare «molto stretta e molto pericolosa», soprattutto per un artista.
È una chiave fondamentale per comprendere Aurora. Contessa non sta facendo il moralista contro Internet e, anzi, rifiutava esplicitamente la posizione del «castigatore dei tempi moderni». È troppo immerso in quel mondo per potersene chiamare fuori. I Cani, del resto, erano nati proprio attraverso Internet: nel 2010 I pariolini di 18 anni e Wes Anderson avevano cominciato a circolare online quando quasi nessuno sapeva ancora chi ci fosse dietro quel nome.
La questione è più sottile. Il problema non è mostrarci. È non riuscire più a smettere di guardarci mentre ci mostriamo.
E l’amore è uno dei luoghi nei quali questa trasformazione può diventare più violenta. Possiamo amare davvero la persona che fotografiamo, essere sinceramente felici durante il viaggio che pubblichiamo, condividere un momento proprio perché lo consideriamo prezioso. Ma nel momento in cui sappiamo che quell’esperienza sarà osservata compare inevitabilmente un secondo livello: oltre alla relazione esiste la rappresentazione della relazione.
Questo nostro grande amore porta semplicemente quella logica alla sua conclusione economica. Se la rappresentazione produce attenzione e l’attenzione possiede un valore, perché fermarsi ai like?
Vendiamola.
Ed è proprio perché l’amore dovrebbe essere qualcosa di incalcolabile che l’idea di attribuirgli un rendimento economico diventa così feroce.
Dalla cameretta allo spazio
Cinque anni prima tutto era cominciato in uno spazio molto più piccolo.
Il sorprendente album d’esordio de I Cani, pubblicato nel 2011, si apriva con Theme From The Cameretta. La cameretta era un osservatorio perfetto: da lì Contessa poteva raccontare i pariolini, gli hipster, Roma, Facebook, le feste, le relazioni sentimentali e quella post-adolescenza urbana che aveva trovato improvvisamente qualcuno capace di trasformarne il linguaggio in canzone.
Con Glamour, nel 2013, lo sguardo era diventato più amaro e il narratore era entrato maggiormente dentro il mondo che osservava. Poi passano poco più di due anni. Contessa compone la colonna sonora di La felicità è un sistema complesso di Gianni Zanasi, produce Mainstream di Calcutta, studia pianoforte con maggiore disciplina e lavora a un disco che considera qualcosa di diverso rispetto ai primi due. Nel 2016 dirà infatti che l’esordio e Glamour gli sembravano quasi il lato A e il lato B della stessa cosa, mentre Aurora rappresentava una fase differente e più matura.
Anche la lavorazione accentua questa dimensione personale. Nei crediti ufficiali di 42 Records Aurora risulta scritto, suonato, arrangiato e cantato da Niccolò Contessa; la produzione è condivisa con Andrea Suriani, responsabile anche del mix e del mastering.
Soprattutto cambia la distanza dalla quale Contessa osserva il mondo.
Non gli basta più Roma.
Non gli basta più la generazione alla quale appartiene.
A un certo punto non gli basta neppure la Terra.
Un uomo quasi trentenne
Quando Aurora esce, Contessa ha ventinove anni e sta per compierne trenta. la Repubblica lo descrive nell’aprile del 2016 alle prese con un album nel quale convivono amore ed economia, bodhisattva e teorie della fisica, mentre lui continua a sottrarsi all’etichetta di portavoce generazionale.
La distinzione è importante. Sarebbe facile interpretare tutto il disco come il passaggio esistenziale verso i trent’anni, ma non abbiamo bisogno di attribuire a Contessa un programma autobiografico che non ha dichiarato. È sufficiente osservare ciò che cambia nelle canzoni.
Nei primi Cani la domanda sembrava spesso essere: come vivono queste persone?
In Aurora diventa progressivamente: che cosa significa essere una persona?
Il cambiamento è enorme.
E prima di arrivare alle stelle passa attraverso un letto.
Il posto più freddo è un letto
Il posto più freddo è probabilmente il cuore emotivo dell’album.
Non c’è più il pubblico di Questo nostro grande amore. Non ci sono post da pubblicare, attenzione da trasformare in denaro o persone alle quali dimostrare qualcosa. C’è qualcuno che non riesce a uscire di casa e chiama una persona con la quale la relazione è già finita.
Non le chiede di tornare insieme.
Le chiede di restare.
È una differenza enorme.
Dopo una notte, mentre l’alterazione si dissolve e torna la luce, Contessa inserisce tre elementi: «le gengive, la serotonina, tornare a casa». Poco dopo il narratore si presenta come la creatura più sola del pianeta e individua nel proprio letto il luogo più freddo.
Sono immagini quasi anti-poetiche. Le gengive appartengono al corpo nella sua materialità meno romantica. La serotonina appartiene alla neurochimica. Tornare a casa è il più ordinario dei movimenti. Eppure messe insieme producono una rappresentazione estremamente precisa di ciò che rimane quando l’euforia è finita.
Corpo.
Chimica.
Solitudine.
È bene non trasformare questa scena in una diagnosi farmacologica: il testo parla esplicitamente della discesa dell’effetto di una droga, ma non identifica la sostanza e non abbiamo ragione di farlo al posto dell’autore. Ciò che interessa alla canzone è il passaggio dall’alterazione alla normalità, dalla notte alla luce, dalla presenza degli altri al momento in cui bisogna tornare dentro se stessi.
Ed è allora che compare il bisogno elementare di un’altra persona.
Un respiro nella stanza.
Dal grande amore al bisogno di un respiro
Messe una accanto all’altra, Questo nostro grande amore e Il posto più freddo raccontano quasi due estremi della stessa esperienza.
Nella prima canzone l’amore rischia di diventare troppo pubblico: guardateci, misurateci, trasformate ciò che siamo in attenzione e poi magari in denaro.
Nella seconda non è rimasto nessuno a guardare.
Il sentimento è stato spogliato di ogni rappresentazione. La relazione è perfino finita. E ciò che sopravvive è qualcosa di molto più primitivo: il bisogno che un altro essere umano rimanga lì fino a quando riusciamo ad addormentarci.
Contessa confermò che la solitudine aveva un peso particolare nella scrittura di Aurora. A SentireAscoltare spiegò che per lui comporre era sempre stato legato ai momenti nei quali sentiva il bisogno di stare lontano da tutti, aggiungendo che forse in questo disco quella condizione era presente più che negli altri.
È uno dei grandi paradossi dell’album: il disco nel quale l’orizzonte diventa più grande è anche quello nel quale l’essere umano sembra più solo.
E il luogo più freddo dell’universo non si trova a miliardi di anni luce.
È dentro una stanza.
Protobodhisattva: il problema forse è l’io
A questo punto arriva Protobodhisattva e l’inquadratura cambia ancora.
Il titolo introduce il buddhismo, ma la canzone attraversa contemporaneamente scienza, corpo, sessualità, chimica e origine della vita. Contessa prova a guardare l’essere umano quasi come se non appartenesse alla specie: un animale strano, biologico e spirituale, capace di interrogarsi sulla propria natura mentre rimane profondamente vincolato alla materia.
Qui possediamo una dichiarazione autoriale particolarmente utile. Contessa spiegò che del buddhismo lo interessava il superamento dell’identità personale. Era precisamente ciò che gli appariva in contrasto con un’epoca ossessionata dall’essere se stessi, dai selfie e dalla continua narrazione della propria storia.
Improvvisamente il percorso iniziato con Questo nostro grande amore diventa più leggibile.
All’inizio del disco costruiamo la nostra identità e la mettiamo sul mercato.
Poi rimaniamo soli con il nostro corpo.
Ora compare la possibilità che il problema sia proprio la quantità di importanza che attribuiamo all’io.
Non significa che Aurora proponga il buddhismo come soluzione. Sarebbe una forzatura. Contessa parla di un interesse, non di una conversione né di una tesi filosofica sistematica.
Ma introduce una possibilità destabilizzante.
Forse non siamo obbligati a essere continuamente noi stessi.
L’amore continua, ma ha cambiato forma
Tutto questo non significa che Aurora abbandoni la canzone d’amore. Contessa, anzi, lo dichiarò apertamente: non aveva paura delle canzoni d’amore, aveva paura della banalità.
È una distinzione essenziale.
Aurora continua a parlare di relazioni, ma cerca angolazioni che impediscano al sentimento di diventare formula. In Questo nostro grande amore l’amore viene attraversato dall’economia. Ne Il posto più freddo dalla chimica e dalla solitudine. In Una cosa stupida emerge invece l’insufficienza del linguaggio: la difficoltà di trovare parole che siano all’altezza di ciò che vorremmo dire.
La maturazione dei Cani non consiste quindi nel passaggio dal sarcasmo ai sentimenti.
I sentimenti c’erano già.
È cambiato il modo di guardarli.
Il sarcasmo dei primi lavori poteva funzionare come una distanza di sicurezza. In Aurora quella distanza si riduce. Contessa continua a osservare quanto siamo ridicoli, ma sembra meno interessato a dimostrare di esserne immune.
Anche lui è dentro l’inquadratura.
Baby Soldato e le persone che combattono senza guerra
In mezzo a questo percorso rimane la capacità di costruire personaggi. Baby Soldato conserva qualcosa dello sguardo antropologico dei primi Cani, ma con una differenza significativa: il personaggio non sembra esistere principalmente per essere smascherato.
L’ironia non scompare, ma aumenta la compassione.
È una trasformazione importante nell’economia dell’album. Gli esseri umani di Aurora possono essere narcisisti, incoerenti, chimicamente fragili, ossessionati dalla propria identità. Ma non sono semplicemente bersagli.
Sono persone che cercano una strategia per sopravvivere.
E questo vale anche per chi canta.
Aurora
Al centro dell’album c’è la title track.
Il titolo è interessante proprio perché l’aurora non coincide ancora con il giorno. È un passaggio: il momento nel quale il buio comincia a perdere terreno ma la luce non ha ancora conquistato tutto.
Aurora non è un album risolto.
Non promette che andrà tutto bene.
È piuttosto un disco di transizione: fra giovinezza e maturità, fra ironia e vulnerabilità, fra identità e desiderio di superarla, fra la cameretta e l’universo.
E soprattutto fra buio e luce.
Calabi-Yau, o quanto siamo piccoli
Poi Contessa prende il nome di un oggetto matematico.
Le varietà di Calabi-Yau appartengono alla geometria complessa e hanno assunto particolare rilevanza in alcune formulazioni della teoria delle stringhe. Non serve trasformare una storia di musica in una lezione di geometria differenziale. È sufficiente comprenderne l’uso poetico: esistono strutture e dimensioni che sfuggono alla nostra percezione ordinaria.
Contessa mette questa vertigine accanto a un comportamento estremamente contemporaneo: cercare il proprio nome su Google.
Lui stesso spiegò che quel gesto nasceva dall’ossessione per la propria identità e per il proprio «peso» sociale, qualcosa che riconosceva anche in se stesso nei momenti in cui non stava bene e dalla quale avrebbe voluto liberarsi.
Questa confessione impedisce di leggere Calabi-Yau come un sermone contro gli altri.
Il personaggio che cerca il proprio nome siamo noi.
Ed è anche Contessa.
Da una parte l’universo può contenere dimensioni che non siamo neppure in grado di percepire.
Dall’altra c’è un essere umano che alle tre del mattino vuole sapere quante tracce di sé esistano su Internet.
Il contrasto è quasi comico.
Ma anche liberatorio.
Perché alla vertigine narcisistica della rete Aurora oppone una vertigine infinitamente più grande: quella cosmica.
Il contrario dell’influencer
È forse qui che l’intuizione iniziale sulla monetizzazione dell’amore raggiunge il proprio significato più profondo.
Aurora esce in un momento storico particolare. Nel 2016 la trasformazione sistematica della vita privata in contenuto commerciale non aveva ancora raggiunto la pervasività degli anni successivi, ma i meccanismi fondamentali erano già perfettamente riconoscibili. Contessa li vede e li esaspera.
Il passaggio è semplice:
viviamo qualcosa;
la raccontiamo;
qualcuno la guarda;
l’attenzione diventa misurabile;
ciò che è misurabile può acquistare valore;
ciò che ha valore può essere venduto.
E quindi anche l’amore può diventare prodotto.
Ma Aurora trascorre il resto del disco compiendo quasi il movimento inverso. Toglie progressivamente valore alla rappresentazione dell’io. Prima mostra quanto sia fragile quando nessuno lo guarda. Poi lo riduce a corpo e chimica. Quindi lo confronta con il buddhismo. Infine lo colloca davanti all’universo.
All’inizio: guardate quanto vale la nostra storia.
Verso la fine: quanto posso valere io davanti a tutto questo?
Non è necessariamente nichilismo.
Può essere anche sollievo.
Se non siamo il centro dell’universo, forse possiamo smettere di comportarci come se dovessimo continuamente dimostrare di meritarne l’attenzione.
Ultimo mondo
Dopo Calabi-Yau arriva Ultimo mondo.
È un brano strumentale. Nella sequenza ufficiale precede Finirà e Sparire. La versione digitale ufficiale dell’album comprende complessivamente undici tracce, includendo anche Non finirà, che compare nelle piattaforme e nell’edizione discografica completa.
La posizione di Ultimo mondo produce un effetto particolare. Dopo avere accumulato parole sull’identità, sulla solitudine, sulla scienza e sull’universo, per qualche minuto la voce umana scompare.
Non sappiamo se Contessa abbia concepito esplicitamente il brano come silenzio dell’io e non sarebbe corretto affermarlo.
Ma nell’ascolto dell’album l’effetto è quello.
Dopo avere guardato l’universo, l’uomo smette per un momento di parlare.
Finirà
Il titolo successivo è quasi brutale nella sua semplicità.
Finirà.
Dopo tutti i tentativi compiuti dall’essere umano per costruire e preservare la propria identità, Aurora introduce ciò che ogni forma di autorappresentazione vorrebbe rimuovere: la fine.
È un pensiero particolarmente significativo dentro una cultura digitale fondata sulla conservazione. Fotografie, conversazioni, profili, post, video, ricordi: produciamo una quantità di tracce personali che nessuna generazione precedente aveva mai potuto accumulare.
Eppure continueremo a finire.
L’archivio non coincide con la persona.
La traccia non coincide con l’esistenza.
L’identità digitale può sopravvivere alla nostra presenza, ma non può abolirne la mortalità.
Sparire
L’ultima parola del disco è quindi quasi inevitabile.
Sparire.
Oggi possiede una forza ulteriore perché dopo Aurora I Cani avrebbero effettivamente ridotto per lungo tempo la propria presenza discografica e Contessa si sarebbe progressivamente sottratto all’esposizione pubblica.
Ma bisogna resistere alla tentazione di trasformare il finale in una profezia.
Nel 2016 Contessa fu esplicito: Aurora rappresentava qualcosa di diverso rispetto ai primi due album, ma non era la fine dei Cani.
Non stava quindi necessariamente annunciando ciò che sarebbe accaduto dopo.
Non ne abbiamo bisogno.
Sparire è già la conclusione perfetta del percorso interno al disco.
All’inizio c’erano due persone che immaginavano di trasformare pubblicamente il proprio amore in valore.
Alla fine rimane il desiderio opposto.
Sottrarsi.
Tra questi due estremi Aurora attraversa una modella, un letto vuoto, le gengive, la serotonina, la solitudine, il buddhismo, l’amore, la fisica, Google, dimensioni invisibili e mondi destinati a finire.
Il viaggio sembra enorme.
In realtà è sempre stato un viaggio intorno alla stessa cosa.
L’io.
Dalla cameretta all’universo
Cinque anni prima I Cani erano partiti da una cameretta.
Era il luogo perfetto dal quale guardare gli altri: i pariolini, gli hipster, gli amici, le ragazze, Roma, Facebook. Nel 2016 Niccolò Contessa sembra avere bisogno di una distanza molto maggiore.
Esce dalla stanza.
Esce da Roma.
Si allontana dalla propria generazione.
Arriva fino all’universo.
E più si allontana, più l’essere umano diventa piccolo.
Questa potrebbe sembrare la conclusione più pessimistica possibile. Invece forse è proprio qui che comincia l’aurora.
Perché essere piccoli significa anche non avere più l’obbligo di essere il centro di tutto.
Non dobbiamo monetizzare ogni cosa che amiamo. Non dobbiamo trasformare ogni esperienza in contenuto. Non dobbiamo cercare continuamente il nostro nome per essere certi di esistere. Possiamo perfino essere soli, fragili, chimicamente scombussolati, avere paura del letto vuoto e chiedere a qualcuno di rimanere.
Possiamo essere soltanto persone.
È una lettura che il presente rende forse ancora più evidente di quanto fosse nel 2016. In dieci anni la distinzione fra vita e rappresentazione si è ulteriormente assottigliata. L’idea di monetizzare la propria intimità non possiede più nemmeno la stessa assurdità comica che aveva allora: per migliaia di persone è diventata un modello economico perfettamente reale.
Ed è proprio per questo che Aurora non sembra invecchiato.
Il suo interrogativo è diventato ancora più urgente.
Quanto spazio deve occupare il nostro io?
Forse Niccolò Contessa aveva cominciato a cercare una risposta nel posto più lontano possibile. Non dentro un altro social network, non dentro un’altra relazione e nemmeno dentro una nuova rappresentazione di se stesso.
Nelle stelle.
Per scoprire che tra una gengiva e l’universo, tra la serotonina e il Big Bang, tra un letto vuoto e dimensioni che non riusciremo mai a vedere, c’è tutto lo spazio minuscolo che occupiamo noi.
E che qualche volta, per ritrovarlo, bisogna imparare anche a sparire.


