C’è tempo, Ivano Fossati e tutto quello che non abbiamo ancora perduto

Ci sono il tempo che abbiamo sprecato e quello che non abbiamo ancora vissuto. Il momento in cui sarebbe stato meglio partire e quello in cui avremmo dovuto parlare. Il futuro progettato e mai realizzato, una sala d’attesa, un tram che non arriva, l’amore, la giovinezza e perfino l’ultimo istante, quello che prima o poi arriverà per tutti. Nel 2003 Ivano Fossati raccoglie tutto questo in poco più di quattro minuti e scrive C’è tempo. Una canzone che sembra parlare dello scorrere della vita e che invece, arrivata alla fine, compie un piccolo miracolo: trasforma il tempo da ciò che ci porta via le cose in ciò che può ancora restituircele.

Prima ancora che Ivano Fossati cominci a parlare del tempo, sembra farcelo ascoltare. Il pianoforte apre lo spazio e una fisarmonica lascia emergere una frase breve, essenziale, destinata a ritornare nel corso della canzone. Non corre, non scandisce: respira. Il mantice si apre e si richiude e quello strumento dal timbro antico sembra arrivare da un luogo precedente alle parole. È un ingresso particolarmente felice, perché pochi secondi dopo Fossati non dirà “io penso”, ma “dicono”. Come se la riflessione sul tempo non appartenesse ancora a lui, ma a una sapienza che circola da sempre tra le persone: il tempo per seminare, quello dell’attesa, quello sognato, quello negato. La fisarmonica sembra già conoscere tutto questo.

Ivano Fossati ha cinquantun anni quando pubblica C’è tempo. È il 7 febbraio 2003 e la canzone è la quarta traccia di Lampo viaggiatore, un disco che arriva dopo un’esperienza particolare nella sua discografia: Not One Word, lavoro interamente strumentale. Tornando alle parole, Fossati decide di alleggerire la propria scrittura, almeno nelle intenzioni. Nei giorni dell’uscita racconta di aver pensato più ai jukebox delle spiagge che al «ponderoso concetto di canzone d’autore» e di aver cercato parole capaci di valere per ciò che dicono, senza quelle doppie letture quasi enigmatiche che avevano attraversato alcuni lavori precedenti.

Eppure proprio dentro un disco che vuole recuperare la semplicità nasce una delle sue riflessioni più profonde.

Perché C’è tempo sembra semplice soltanto fino a quando non proviamo a rispondere alla domanda che contiene: tempo per che cosa?

Fossati non lo dice immediatamente. Comincia invece a enumerarlo.

Tutti i tempi della nostra vita

La struttura della canzone è quasi quella di un catalogo. C’è il tempo per seminare e quello dell’attesa, quello sognato e quello vissuto alla luce del giorno, quello negato, quello segreto, quello che sembra appartenere agli altri. Poi il discorso smette di essere astratto e cominciano ad apparire gli errori: una partenza che avrebbe dovuto avvenire e una conversazione che due persone avrebbero dovuto avere.

Il testo ufficiale pubblicato dallo stesso Fossati permette di seguirne con precisione il movimento. Non esiste un unico tempo: ne esistono molti, sovrapposti e contraddittori, e soprattutto non coincidono necessariamente con quello misurato dagli orologi.

Questa è probabilmente la prima intuizione fondamentale della canzone. Il tempo cronologico procede sempre nello stesso modo; quello umano no. Cinque minuti possono non significare niente oppure contenere una decisione che cambia una vita. Un anno può passare senza lasciare quasi traccia, mentre un pomeriggio d’estate può rimanere dentro di noi per decenni.

Fossati parlerà molti anni dopo del tempo come di una propria «fissazione». In un’intervista all’Istituto Italiano di Tecnologia spiegherà che gli procura sofferenza osservare l’invecchiamento delle persone amate o vedere diventare obsolete cose che un tempo sembravano moderne. Ma aggiungerà anche quale sia la sua risposta: guardare avanti, «voltando le spalle al passato», cercando ciò che di buono deve ancora arrivare.

È quasi una chiave retrospettiva perfetta per C’è tempo.

Perché la canzone guarda continuamente indietro, ma non vuole rimanerci.

Il programma futuro che non abbiamo avverato

A un certo punto il catalogo diventa storia personale. Due persone si sono perdute. Avevano immaginato un futuro e quel futuro non è accaduto.

Fossati non ci racconta chi siano. Non sappiamo se la voce narrante stia parlando a una donna precisa, se stia condensando esperienze diverse o se quel “noi” sia semplicemente lo spazio poetico necessario alla canzone. Non esistono elementi sufficienti per trasformarlo automaticamente in autobiografia e sarebbe arbitrario assegnare un’identità alla persona alla quale si rivolge.

Quello che possiamo osservare è molto più interessante: Fossati non considera il futuro soltanto qualcosa che deve ancora arrivare. Esiste anche un futuro che appartiene al passato.

È il futuro che avevamo immaginato.

Una casa nella quale pensavamo di vivere. Una persona con la quale credevamo di invecchiare. Un lavoro che avremmo voluto fare. Un viaggio continuamente rimandato. Dei figli forse immaginati. Una conversazione che avrebbe potuto cambiare le cose.

Ogni vita è circondata da questi futuri mai accaduti.

La canzone li guarda senza trasformarli in tragedia. Il tempo sfugge, certo, ma Fossati inserisce immediatamente una rassicurazione: non bisogna averne paura. Prima o poi, suggerisce, quel tempo può riprenderci.

Ed è qui che il titolo comincia a cambiare significato.

“C’è tempo” potrebbe sembrare la frase con cui rimandiamo continuamente le cose. Invece Fossati la trasforma progressivamente nel contrario: non un alibi per aspettare, ma la possibilità che qualcosa possa ancora accadere.

Anche musicalmente il tempo di Fossati non procede soltanto in avanti. Il motivo affidato alla fisarmonica ritorna, scompare dentro l’arrangiamento e riemerge. È difficile non avvertire una corrispondenza con ciò che la canzone sta raccontando: il passato non resta ordinatamente alle nostre spalle. Torna. Una persona che credevamo perduta ricompare nella memoria, un progetto futuro mai realizzato continua ad appartenerci, un momento nel quale avremmo dovuto parlare può rimanere presente per anni. Il tempo sfugge, ma può anche riprenderci. E la musica, mentre Fossati lo racconta, procede allo stesso modo: va avanti continuando a tornare.

Un tram che non arriva

Poi improvvisamente la canzone si restringe.

Dopo aver parlato del tempo quasi come di una forza universale, Fossati costruisce una scena piccolissima. Piove. Qualcuno non torna da un anno. Un uomo aspetta da mezz’ora dentro una sala d’attesa. Il tram non arriva.

È una delle immagini più belle del brano perché Fossati porta un concetto smisurato dentro una situazione quotidiana. Non siamo più davanti al tempo filosofico. Siamo davanti al tempo banalissimo dell’attesa.

Eppure proprio lì la canzone diventa intima.

La voce si rivolge a qualcuno e chiede di non essere geloso della sua vita. È una frase singolare: normalmente siamo gelosi di una persona, non della sua esistenza. Qui invece sembra che la vita stessa sia diventata una concorrente amorosa, qualcosa che trascina altrove, separa, impone partenze e ritorni, riempie gli anni di esperienze che l’altro non può interamente condividere. Non occorre trasformare questa immagine in un episodio autobiografico non documentato. La sua forza sta precisamente nella sua apertura.

Chiunque abbia aspettato qualcuno può entrarci.

Il tempo bellissimo

Ma C’è tempo non procede soltanto attraverso rimpianti. Fossati comincia progressivamente a cambiare luce.

Esiste anche un tempo fisico, vitale, «tutto sudato». Esiste una stagione ribelle. Esiste il momento nel quale qualcosa viene scagliato verso il cielo con una forza sufficiente a raggiungere le stelle. E poi arriva l’immagine di un giorno nel quale le persone si tendono la mano.

La dimensione privata si allarga nuovamente.

Prima c’erano due persone che non si erano parlate quando avrebbero dovuto. Ora c’è l’umanità intera.

È uno dei movimenti tipici della scrittura di Fossati: partire da una relazione e arrivare al mondo senza stabilire un confine netto fra sentimenti privati e responsabilità collettive. Non sorprende che nello stesso Lampo viaggiatore ci sia Pane e coraggio, dedicata alla condizione dei migranti, accanto a una canzone d’amore luminosa come Il bacio sulla bocca. La tracklist ufficiale tiene insieme questi mondi: filosofia, migrazione, viaggio, tempo, contemporaneità, amore.

C’è tempo li attraversa quasi tutti senza nominarli direttamente.

Il medesimo istante per tutti

Poi Fossati compie il passaggio più rischioso.

Parla della morte.

Non la nomina apertamente, ma introduce un istante che sarà uguale per tutti. È difficile leggere diversamente quel punto della canzone: dopo avere attraversato i diversi tempi dell’esistenza, il testo arriva inevitabilmente al limite oltre il quale il tempo individuale finisce.

Ma Fossati non trasforma quel momento in una scena cupa.

Fa qualcosa di molto più sorprendente: immagina nuovamente due persone una accanto all’altra.

Il tempo che le aveva separate sembra poterle ricongiungere. Non sappiamo dove, non sappiamo come e non c’è bisogno di trasformare la scena in una professione religiosa. Fossati stesso introduce l’immagine con la prudenza di chi spera più che affermare. La morte viene così privata, almeno per qualche secondo, della sua funzione di separazione definitiva.

Ed emerge una delle idee più profonde della canzone: se il tempo ci separa, forse soltanto il tempo può anche ricongiungerci.

È una speranza, non una certezza.

Ed è proprio questo a renderla umana.

Fossati e la sua ossessione per il tempo

C’è tempo non è un corpo estraneo nella scrittura di Fossati. Il tempo attraversa da sempre le sue canzoni: il viaggio, l’attesa, ciò che cambia, ciò che ritorna, il futuro, la memoria. Anni dopo l’autore lo dirà esplicitamente: «Il tempo è una mia fissazione».

Ma aggiungerà qualcosa che permette di evitare una lettura puramente malinconica della sua poetica. Di fronte alla sofferenza provocata dal trascorrere degli anni, Fossati dice di reagire cercando il futuro e continuando a studiare, scrivere, scoprire. La musica stessa, per lui, possiede questa qualità: più porte si aprono, più possibilità di espressione compaiono.

Questa tensione era già dentro C’è tempo.

La canzone parla di tutto ciò che abbiamo mancato, ma non dice mai che ormai è troppo tardi.

Anzi. Dice esattamente il contrario.

Una canzone dentro Lampo viaggiatore

Anche musicalmente C’è tempo appartiene perfettamente alla direzione scelta per Lampo viaggiatore. Fossati arrivava dal progetto strumentale Not One Word e spiegò che quell’esperienza gli aveva insegnato qualcosa sul rapporto fra musica e parola: la musica poteva essere lo scafo, ma le parole erano il timone. Per il nuovo disco cercò dunque una maggiore immediatezza, fino alla provocatoria immagine delle canzoni pensate per i jukebox sulle spiagge. Le cronache dell’uscita descrissero infatti Lampo viaggiatore come un lavoro costruito per sottrazione, meno interessato alla complessità programmatica e più alla forma-canzone.

La formazione del disco mostra però quanto questa apparente semplicità fosse musicalmente ricca. Fossati canta e suona pianoforte, armonica, Fender Rhodes, fisarmonica e chitarra classica; intorno a lui compaiono, fra gli altri, Pietro Cantarelli, Claudio Fossati, Paolo Costa, Lele Melotti, Rocco Zifarelli, Luciano Biondini, Gabriele Mirabassi e la sezione d’archi e fiati dei Virtuosi Italiani.

C’è tempo dura poco più di quattro minuti nella registrazione originale. Non ha bisogno di molto altro.

Dentro ci stanno una vita e la sua fine.

Prima o poi ci riprende

Nel 2009 Fiorella Mannoia inserirà C’è tempo in Ho imparato a sognare, portandola dentro un progetto costruito su canzoni che aveva già sperimentato dal vivo prima di registrarle. Nel 2019 Walter Veltroni userà invece proprio C’è tempo come titolo del suo film, dichiarando senza esitazioni che per lui è «la canzone più bella della storia della musica italiana».

Sono due indizi della capacità del brano di uscire dal disco nel quale era nato.

Ma la ragione della sua permanenza probabilmente si trova nella costruzione stessa della canzone.

Fossati comincia affidandosi a ciò che “dicono” gli altri sul tempo. C’è un tempo per fare questo, uno per fare quello. Sembra quasi l’antica ricerca di un ordine nel quale ogni cosa possieda il proprio momento.

Poi però la vita scompagina tutto.

Ci sono momenti nei quali sarebbe stato meglio partire e altri nei quali avremmo dovuto parlare. Ci perdiamo. I programmi non si realizzano. Aspettiamo mezzi che non arrivano. Ci allontaniamo dalle persone. Invecchiamo. E infine arriviamo tutti allo stesso istante.

A quel punto il titolo potrebbe sembrare quasi una beffa.

Invece Fossati torna all’inizio.

E cambia la prospettiva.

Non conta più soltanto il tempo che arriva da solo. Conta anche quello che abbiamo avuto il coraggio di immaginare. Il futuro, nella canzone, non è garantito. Deve prima essere desiderato.

Molti anni dopo Fossati dirà di combattere la sofferenza del tempo guardando avanti e cercando «quanto di buono sta arrivando». In C’è tempo quell’idea era già lì, trasformata in musica.

Forse è questo che la canzone continua a dirci dopo più di vent’anni.

Abbiamo perso persone. Abbiamo sbagliato il momento di partire. Abbiamo taciuto quando avremmo dovuto parlare. Abbiamo costruito programmi futuri che non si sono realizzati. E inevitabilmente perderemo ancora qualcosa.

Ma finché il tempo continua a passarci attraverso, non è soltanto qualcosa che ci viene sottratto.

È anche qualcosa che ci viene consegnato.

Per ricominciare, per capire, per incontrarsi di nuovo. Forse persino per sognare ciò che non abbiamo avuto il coraggio di sognare quando avremmo dovuto.

Perché il tempo sfugge.

Ma, come suggerisce Fossati, prima o poi può anche riprenderci.

E finché accade, c’è tempo.

Simone Cavagnino
Simone Cavagninohttps://www.soundinia.it
Simone Cavagnino è giornalista, autore e speaker radiofonico. Laureato in Scienze Giuridiche, si occupa di giornalismo culturale, musicale e comunicazione istituzionale. Ha collaborato con l'emittente televisiva Infochannel TV Sardinia, ha diretto Unica Radio e ha scritto per JAZZIT, altre riviste nazionali e quotidiani regionali. Nel 2014 ha curato il documentario La memoria del suono, dedicato all'artista Pinuccio Sciola. Nel 2018 ha pubblicato, insieme al giornalista Claudio Loi, il volume Sardegna, jazz e dintorni (Aipsa Edizioni). Attualmente cura la comunicazione di alcuni tra i principali festival culturali della Sardegna e dirige Soundinia, testata giornalistica dedicata alla cultura, alla musica e ai territori del Mediterraneo.

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