Successo al Teatro Lirico di Cagliari per il balletto del coreografo Mauro Bigonzetti ispirato a Michelangelo Merisi.
Un balletto che si intitola Caravaggio porta con sé un peso ingombrante. Il rischio di scivolare in personificazioni letterali e banalizzanti è sempre elevato. Confrontarsi con uno dei più grandi artisti di tutti i tempi, che investì la pittura di una duplice carica innovativa, da un lato la totale adesione alla realtà, dall’altro la sua drammatizzazione attraverso un uso rivoluzionario della luce, richiede un’immersione totale in un personaggio complesso come quello di Michelangelo Merisi, e anche una volontà ferrea di sfuggire a facili cliché.

Il Caravaggio di Mauro Bigonzetti, balletto in due atti andato in scena con successo dal 16 al 18 al Teatro Lirico di Cagliari per la chiusura della stagione danza 2026, indaga, tra inquietudini e conflitti, la complessa figura del maestro milanese, immergendosi nella sua doppia anima di uomo e artista. Un’analisi che il coreografo romano affida sul palco all’étoile scaligera Roberto Bolle, e a un ensemble di venticinque interpreti dove brillano le presenze della russa Maria Khoreva, prima solista del Mariinskij di San Pietroburgo qui nel ruolo della Luce, e dell’ucraina Anastasia Matvienko in quello del Buio, insieme nello stesso spettacolo quasi a voler dire che ciò che la guerra divide, l’arte unisce.

Un gruppo che si muove affiatato sulle musiche di Monteverdi riorchestrate da Bruno Moretti, eseguite dall’Orchestra del Lirico diretta da Marco Dallara. Davanti agli sguardi rapiti del pubblico, in buona parte femminile come è lecito aspettarsi, la pièce offre una danza che affonda le radici nel neoclassico e nel contemporaneo, sprigionando, tra luce e ombra, momenti ricchi di pathos attraverso una gestualità delicata, e una corporeità travolgente che affiora nei dinamici momenti corali, come nei duetti uomo-donna e uomo-uomo, nei terzetti, nei quartetti. Un vortice di energia e leggerezza, che trascina tra movimento e stasi, lift e prese, décalés e cambrées, puntuti arabesques e développés, rapide fughe, corpi legati l’uno all’altro con le braccia a formare una catena umana, o avvinghiati e inebriati dalla loro stessa sensualità. E naturalmente, assoli ipnotizzanti, che Bolle consegna con maestria tecnica, pulizia del gesto, eleganza dell’esecuzione, espressività. Nella prima parte, a fare da sfondo, è l’opulenta Roma papalina e quella popolare abitata da prostitute e mendicanti da cui Caravaggio si sente attratto. Mentre nella seconda, emerge la sofferenza intima dell’artista, la sua vita incerta e violenta che diventa tragicamente breve. Nel finale, Caravaggio cade a terra bagnato di sangue e poi muore, avvolto però da una Luce benefica e liberatoria che sa di salvezza.
Carlo Argiolas



