Donne, disabilità e informazione: a Cagliari le parole che possono diventare barriere

Martedì 20 ottobre alle 18.30, nel Foyer del Teatro Massimo, la presentazione del volume curato da GiULiA Giornaliste Sardegna. Un confronto sul linguaggio dei media, gli stereotipi e la responsabilità di raccontare le persone senza ridurle alla loro condizione. L’incontro rientra nell’ottava edizione di Legger_ezza, promossa dal CeDAC Sardegna.

Le parole non si limitano a descrivere la realtà. Possono orientare lo sguardo di chi legge, consolidare pregiudizi, rendere invisibili alcune esperienze oppure contribuire a riconoscerle. Nel giornalismo, dove la scelta di un termine, di un titolo o di un’immagine determina spesso il modo in cui una storia viene percepita, questa responsabilità assume un peso particolare. È da tale consapevolezza che prende le mosse Donne, Disabilità e Media / Parole vs Barriere, il volume curato da GiULiA Giornaliste Sardegna, al centro dell’incontro in programma martedì 20 ottobre 2026 alle 18.30 nel Foyer del Teatro Massimo di Cagliari.

La presentazione si inserisce nell’ottava edizione di Legger_ezza, il progetto di promozione della lettura del CeDAC Sardegna, realizzato per questo appuntamento in collaborazione con la Libreria Edumondo. A discutere i temi affrontati nel libro saranno Susi Ronchi, coordinatrice di GiULiA Giornaliste, e Daniela Dirceo, dell’associazione, insieme a Francesca Ervas, filosofa del linguaggio dell’Università di Cagliari, e Donatella Petretto, psicologa clinica dello stesso ateneo. A coordinare la conversazione sarà Francesca Siriu, di GiULiA Giornaliste.

Pubblicato nel 2026, il saggio affronta il rapporto tra disabilità, genere e rappresentazione mediatica attraverso contributi che intrecciano giornalismo, filosofia, psicologia, diritto e studi sociali. Il punto di partenza è la necessità di interrogare le formule che ricorrono abitualmente nella comunicazione, spesso utilizzate senza considerarne le implicazioni. Espressioni apparentemente innocue possono infatti veicolare una visione riduttiva delle persone, soprattutto quando la disabilità viene raccontata attraverso categorie come la fragilità, l’eccezionalità o la dipendenza, anziché attraverso la complessità delle esperienze individuali.

La questione si fa ancora più articolata quando alla disabilità si intreccia il genere. Le donne con disabilità possono essere esposte a forme di discriminazione che non si esauriscono nella somma di due condizioni, ma derivano dalla loro interazione. È il terreno sul quale si sviluppa l’approccio intersezionale richiamato dal volume: uno strumento per comprendere come stereotipi differenti possano rafforzarsi reciprocamente, influenzando l’accesso ai diritti, la partecipazione sociale e la possibilità di essere ascoltate.

Non si tratta, dunque, soltanto di individuare parole più appropriate. Il problema riguarda anche chi viene riconosciuto come fonte autorevole, quali esperienze trovano spazio nelle notizie e chi può raccontare direttamente la propria storia. Un aspetto affrontato da Francesca Ervas attraverso il concetto di ingiustizia epistemica, che descrive le situazioni nelle quali la conoscenza e la testimonianza di una persona vengono svalutate in ragione di pregiudizi legati alla sua identità o condizione.

Nel materiale di presentazione del libro, Ervas osserva come questo fenomeno possa colpire in modo particolare le persone con disabilità e quelle che vivono condizioni di sofferenza psichica. La riflessione richiama una responsabilità concreta per il lavoro giornalistico: non basta parlare di qualcuno, occorre interrogarsi sulle condizioni che permettono a quella persona di partecipare al racconto, di essere considerata credibile e di vedere rappresentata la propria esperienza senza deformazioni.

Il volume dedica attenzione anche al ruolo delle immagini, alla rappresentazione dei corpi, alla violenza contro le donne con disabilità e ai linguaggi d’odio diffusi negli ambienti digitali. Accanto a questi temi trovano spazio l’autorappresentazione sui social media, la professione giornalistica, lo sport, la genitorialità e il lavoro di cura. La prospettiva si allarga così dalle redazioni alla società, mostrando come le scelte linguistiche siano connesse a pratiche, relazioni e possibilità di accesso.

Particolarmente significativa è la presenza di contributi dedicati all’accessibilità dell’informazione e delle tecnologie digitali. Una comunicazione rispettosa non può essere valutata esclusivamente in base ai termini utilizzati: deve anche essere concretamente accessibile alle persone alle quali si rivolge. La disponibilità di strumenti adeguati, la progettazione dei contenuti e la rimozione degli ostacoli alla fruizione diventano quindi parte integrante del diritto a informarsi e a partecipare alla vita pubblica.

Il libro affronta inoltre la dimensione deontologica della professione, con un’attenzione alle regole che orientano il trattamento delle notizie e alla tutela della dignità delle persone. Tra i riferimenti compare la Carta di Olbia, documento che ha contribuito ad aprire una riflessione sul modo in cui i media raccontano disabilità e differenze. Il volume comprende anche approfondimenti sulla Carta di Trieste, sulle fonti normative e sul Codice deontologico delle giornaliste e dei giornalisti, oltre a un glossario curato dal Gruppo Carta di Olbia.

Questa impostazione restituisce alla questione del linguaggio una dimensione professionale precisa. L’uso di parole corrette non rappresenta un semplice esercizio formale né una concessione alla sensibilità individuale: riguarda l’accuratezza dell’informazione, la qualità delle fonti, la verifica dei fatti e la capacità di distinguere una caratteristica personale dall’identità complessiva di chi viene raccontato. È una riflessione che interessa tanto la carta stampata quanto la radio, la televisione e le piattaforme digitali, dove la rapidità della pubblicazione può favorire la riproduzione inconsapevole di formule e stereotipi.

Il lavoro si inserisce nel percorso di GiULiA – Giornaliste Unite Libere Autonome, associazione nata nel 2011 e impegnata nel contrasto alle discriminazioni e agli squilibri nella rappresentazione delle donne nell’informazione. Tra le sue attività figurano iniziative sul linguaggio di genere, sulla violenza contro le donne, sui discorsi d’odio e sulle responsabilità dei media. Con Donne, Disabilità e Media / Parole vs Barriere, la riflessione si concentra su un ambito nel quale il diritto alla rappresentazione si intreccia con quello all’autodeterminazione.

L’incontro di Cagliari offrirà l’occasione per portare questi interrogativi fuori dalle pagine del libro e confrontarli con le pratiche quotidiane dell’informazione. Il punto non è soltanto riconoscere gli errori del passato, ma comprendere quali strumenti possano aiutare giornaliste e giornalisti a evitarli, costruendo narrazioni più accurate e capaci di restituire la pluralità delle esperienze umane.

La presentazione di Donne, Disabilità e Media / Parole vs Barriere si terrà martedì 20 ottobre alle 18.30 nel Foyer del Teatro Massimo di Cagliari. L’ingresso è gratuito fino a esaurimento dei posti disponibili.

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