Nel nuovo podcast di Soundinia il regista racconta Alberi erranti, nelle sale sarde dal 22 ottobre. Una conversazione che attraversa il cinema, la Sardegna, l’amore, le migrazioni e il rapporto con le nuove generazioni. «Le cose al cinema vanno mostrate più che dichiarate».
Ci sono storie che nascono dalla realtà e altre che, attraverso la dimensione della favola, riescono a raccontarla con una forza ancora maggiore. È il caso di Alberi erranti, il nuovo film di Salvatore Mereu, tratto dal romanzo Alberi erranti e naufraghi di Alberto Capitta, in arrivo nelle sale cinematografiche della Sardegna giovedì 22 ottobre e nel resto d’Italia dal 29 ottobre.
Il regista è protagonista di una nuova puntata dei podcast di Soundinia, in una conversazione che prende le mosse dal film per allargarsi a una riflessione sul presente, sull’identità della Sardegna, sull’accoglienza e sulle difficoltà delle giovani generazioni.
Un dialogo che restituisce il pensiero di un autore capace, nel corso della sua carriera, di attraversare paesaggi e trasformazioni dell’isola senza rinunciare a interrogarsi sulle contraddizioni della società contemporanea.
Da Ballo a tre passi a Sonetàula, da Bellas mariposas ad Assandira, il cinema di Mereu ha raccontato personaggi, luoghi e conflitti spesso lontani dalle rappresentazioni più convenzionali della Sardegna. Con Alberi erranti questo percorso approda a una dimensione ancora più dichiaratamente fiabesca, nella quale il territorio diventa uno spazio universale e le vicende individuali si intrecciano con interrogativi che riguardano tutti.

Dalla letteratura al cinema: due storie d’amore agli antipodi
Durante l’intervista Mereu ripercorre l’incontro con il romanzo di Alberto Capitta, autore che conosceva già attraverso altre opere e del quale aveva sentito parlare anche nella trasmissione radiofonica Fahrenheit, condotta da Marino Sinibaldi.
La lettura di Alberi erranti e naufraghi risale al periodo in cui il regista era impegnato nella preparazione di Assandira. Un incontro letterario particolarmente intenso, tanto da indurlo inizialmente a rimandare il progetto cinematografico per non sottrarre attenzione al film al quale stava lavorando.
Soltanto in seguito Mereu ha riconosciuto una relazione profonda tra le due storie, apparentemente molto distanti.
Da una parte Assandira, con un legame sentimentale segnato da dinamiche oscure e dolorose; dall’altra Alberi erranti, che racconta un amore puro, quasi platonico, immerso in un universo sospeso tra realtà e immaginazione.
Due opere che, nella visione del regista, possono essere considerate le facce di una stessa medaglia.
La realizzazione di Alberi erranti ha richiesto un percorso produttivo complesso, anche per l’ambizione del progetto e per le risorse necessarie a portare sullo schermo una storia corale.

«Le favole sono la via maestra per poter sopravvivere»
Uno dei passaggi centrali della conversazione riguarda il valore della favola nella società contemporanea.
Alla domanda su come sia possibile continuare a raccontare favole in un tempo segnato da paure e incertezze, Mereu risponde rivendicandone la necessità.
«In tempi in cui vorrebbero oscurarci l’orizzonte e toglierci la possibilità di sognare, le favole forse sono la via maestra per poter sopravvivere e pensare a un mondo migliore».
Il titolo del film assume così un significato che va oltre la vicenda narrata. Gli alberi erranti diventano un’immagine della condizione umana, esposta alle tempeste della vita ma ancora capace di resistere grazie alle proprie radici.
«Penso che siamo noi», osserva Mereu, richiamando l’immagine degli alberi agitati dal vento e tuttavia saldamente ancorati alla terra.
La favola non rappresenta dunque una fuga dalla realtà, ma una possibilità di attraversarla, riconoscendone le difficoltà senza rinunciare alla speranza.

La Sardegna come luogo dell’anima, oltre gli stereotipi
Un altro tema fondamentale dell’intervista è il rapporto tra il cinema di Mereu e la rappresentazione della Sardegna.
Il regista racconta di aver intrapreso il proprio percorso cinematografico anche per contrastare un’immagine dell’isola che considera superficiale, condizionata da stereotipi e da una narrazione spesso incapace di restituirne la complessità.
Un lavoro cominciato con Ballo a tre passi e proseguito attraverso opere ambientate in contesti differenti, dalla Sardegna dell’interno fino alla dimensione urbana di Cagliari.
Con Alberi erranti, spiega, l’isola diventa quasi un luogo primigenio, ancestrale, riconoscibile nei paesaggi ma non necessariamente identificabile attraverso coordinate geografiche precise.
È una scelta che deriva anche dalla natura fiabesca del romanzo di Capitta. Per consentire a chiunque di riconoscersi nella storia, il racconto deve potersi liberare dal dato strettamente cronachistico e sociologico.
La Sardegna resta presente, ma diventa anche un luogo dell’immaginazione, nel quale possono rispecchiarsi esperienze e sentimenti universali.
Tre ore di cinema e il tempo necessario per ascoltare una storia
Alberi erranti ha una durata di circa tre ore. Una scelta che, nel corso della conversazione, offre l’occasione per riflettere sul rapporto tra cinema, tempo e modalità contemporanee di fruizione.
Mereu spiega che la durata nasce dalla struttura stessa del racconto, costruito intorno alle vicende di tre famiglie e ai destini che le mettono in relazione.
Una dimensione corale, vicina per ampiezza narrativa a quella del romanzo ottocentesco, che richiedeva un tempo cinematografico non convenzionale.
Il regista riconosce come la durata abbia inizialmente rappresentato un elemento di possibile criticità produttiva, ma sottolinea anche la propria convinzione che fosse necessaria per rispettare il respiro della storia.
Il discorso si allarga quindi al piacere dell’ascolto e alla tradizione orale.
Mereu richiama i racconti intorno al focolare, quelli che ha conosciuto durante la propria infanzia, quando il tempo della narrazione sembrava non avere limiti e il desiderio era che la storia non finisse mai.
Secondo il regista, questa disponibilità all’immersione narrativa non è scomparsa. È cambiata piuttosto la modalità attraverso la quale il pubblico si avvicina ai racconti, come dimostra anche la diffusione delle serie televisive e delle visioni prolungate di più episodi.
Le migrazioni, l’accoglienza e la paura del diverso
Particolarmente significativo è il passaggio dedicato alle migrazioni.
Nel film compare una comunità di rifugiati, in un luogo che potrebbe rappresentare una possibilità di salvezza per Giuliano e Maddalena. Un elemento narrativo che suggerisce un rovesciamento di prospettiva: chi ha avuto bisogno di essere accolto può diventare, a sua volta, capace di offrire accoglienza.
Interrogato su questo aspetto, Mereu sottolinea la necessità di affrontare i temi sociali attraverso le storie, evitando di trasformare il cinema in una dichiarazione ideologica.
«Le cose al cinema vanno mostrate più che dichiarate», afferma.
Il regista osserva come il romanzo di Capitta, scritto oltre dieci anni fa, presenti elementi che oggi appaiono particolarmente attuali. La paura nei confronti di chi proviene da culture differenti, il pregiudizio e il conflitto con ciò che non conosciamo sono questioni che attraversano epoche e società.
Mereu richiama anche il valore dell’accoglienza, che considera parte della cultura nella quale è cresciuto, manifestando preoccupazione per quello che percepisce come un suo progressivo indebolimento.
È uno dei momenti nei quali la conversazione supera più chiaramente i confini della promozione cinematografica, affrontando il rapporto tra rappresentazione artistica e responsabilità dello sguardo.

I giovani, la tecnologia e il diritto di trovare il proprio posto nel mondo
Il confronto con le nuove generazioni occupa un’altra parte importante del podcast.
Mereu, che affianca all’attività di regista quella di docente universitario, ripercorre la propria formazione cinematografica, ricordando gli anni trascorsi a Bologna, le sale frequentate come luoghi di scoperta e le registrazioni su videocassetta dei film trasmessi da programmi come Fuori orario.
Oggi, osserva, le possibilità di accesso alle opere sono enormemente aumentate. Le tecnologie digitali hanno reso gli strumenti di produzione più accessibili e, in alcuni casi, può essere sufficiente uno smartphone per cominciare a raccontare una storia.
A questa democratizzazione dei mezzi si accompagna però, secondo il regista, il rischio di confondere la facilità di produzione con la costruzione di un autentico percorso artistico.
Il confronto si estende al ruolo dei social network, degli influencer e alla ricerca di una visibilità immediata, senza dimenticare che continuano a esistere giovani capaci di dedicarsi al cinema con passione e determinazione.
Ma è soprattutto sul rapporto tra generazioni che Mereu esprime una riflessione più ampia.
Il problema dei giovani, osserva, è trovare il proprio posto in un mondo che spesso non riconoscono e che gli adulti sembrano sempre meno disposti a consegnare loro nelle condizioni in cui lo hanno ricevuto.
Una considerazione che si lega alle preoccupazioni ambientali, all’uso delle risorse e ai modelli di sviluppo contemporanei.
Per Mereu, la ribellione dei giovani di fronte a queste contraddizioni è comprensibile e necessaria. Il cinema, ancora una volta, diventa uno strumento attraverso il quale osservare le tensioni del presente e interrogarsi sul futuro.

Il cinema come spazio di libertà e possibilità
Nel corso dell’intervista emerge un filo conduttore che attraversa tanto Alberi erranti quanto il percorso artistico del regista: la ricerca di libertà.
Libertà dalle convenzioni, dai pregiudizi, dalle immagini precostituite e dalle aspettative che gli adulti proiettano sulle nuove generazioni.
I personaggi del film si confrontano con famiglie, appartenenze e modelli di comportamento differenti. Il loro desiderio di costruire un’esistenza autonoma si scontra con paure e resistenze che Mereu riconduce a dinamiche profondamente umane.
Al centro rimane l’amore, inteso come possibilità di attraversare le difficoltà e immaginare un futuro diverso.
Un amore che, in Alberi erranti, nasce da uno sguardo, da un incontro improvviso, e conserva quella forza assoluta che la velocità della vita contemporanea sembra talvolta rendere difficile riconoscere.
È forse proprio qui che il film incontra il significato più profondo della favola: non negare le contraddizioni del mondo, ma continuare a immaginare che possano esistere altri modi di abitarlo.
L’intervista integrale a Salvatore Mereu è disponibile nel nuovo podcast di Soundinia, una conversazione che attraversa il cinema e la letteratura, il rapporto con la Sardegna, l’immigrazione, la formazione e il futuro delle nuove generazioni.
Alberi erranti, tratto dal romanzo Alberi erranti e naufraghi di Alberto Capitta, arriva nelle sale della Sardegna il 22 ottobre 2026 e nel resto d’Italia il 29 ottobre 2026.
Ascolta il podcast di Soundinia con Salvatore Mereu.
Music by Marco Conti from Pixabay.



