Mèlos, Paolo Fresu e il coraggio di suonare piano

All’inizio del nuovo millennio Paolo Fresu pubblica con il suo quintetto storico uno dei dischi più raccolti e poetici della propria discografia. Mèlos, uscito per RCA/Victor-BMG e catalogato nel 2000, attraversa Charles Trenet, Antônio Carlos Jobim, Enrico Rava, Aldo Romano e composizioni originali, affidando alla melodia il compito di tenere insieme tradizioni e sensibilità differenti. Quindici brani nei quali la tromba, il sassofono, il pianoforte, il contrabbasso e la batteria sembrano cercare soprattutto una cosa: il punto esatto nel quale una nota diventa necessaria.

Ci sono dischi che cercano di conquistarci con la forza. Altri con la sorpresa, la complessità delle composizioni, il virtuosismo degli interpreti. E poi ci sono dischi che sembrano chiedere qualcosa di molto più difficile: essere ascoltati in silenzio.

Mèlos di Paolo Fresu appartiene a quest’ultima categoria. Non perché manchino energia, movimento o improvvisazione. Ma perché tutto sembra ricondotto a una misura precisa, a una ricerca dell’essenziale nella quale ogni intervento deve trovare una ragione per esistere. La musica non ha fretta di raggiungere una conclusione e non sente il bisogno di riempire ogni spazio.

Il titolo arriva dal greco antico. Mélos rimanda al canto, alla melodia, alla dimensione musicale della poesia. È una parola che suggerisce immediatamente la direzione del progetto: tornare alla possibilità di cantare attraverso gli strumenti, cercando nella linea melodica non soltanto un punto di partenza per l’improvvisazione, ma il centro stesso dell’espressione.

All’epoca Fresu ha trentanove anni. È già una delle personalità più riconoscibili del jazz europeo, con una carriera internazionale consolidata e un linguaggio nel quale convivono il lirismo di Chet Baker, la lezione di Miles Davis e una sensibilità musicale profondamente personale.

Ma Mèlos non è il disco di un trombettista che vuole ribadire il proprio ruolo. È soprattutto il disco di un gruppo.

Con Fresu suonano Tino Tracanna al sassofono, Roberto Cipelli al pianoforte, Attilio Zanchi al contrabbasso ed Ettore Fioravanti alla batteria. Sono i compagni di un percorso cominciato negli anni Ottanta, musicisti che hanno imparato a riconoscere non soltanto le intenzioni degli altri, ma anche le loro esitazioni, le pause e i silenzi.

Una conoscenza costruita attraverso concerti, registrazioni, viaggi, prove e anni di vita musicale condivisa. Ed è forse proprio questa familiarità a rendere possibile un disco come Mèlos.

Per suonare così poco, infatti, bisogna conoscersi moltissimo.

Quando una melodia non ha bisogno di essere spiegata

Il disco si apre con Que reste-t-il de nos amours?, la celebre canzone di Charles Trenet, scritta con Léo Chauliac.

È un inizio che contiene già buona parte del progetto.

La tromba di Fresu espone la melodia con un fraseggio misurato. Il pianoforte di Cipelli entra senza interrompere il discorso, poi arrivano le spazzole di Fioravanti e il contrabbasso di Zanchi. L’organico prende forma gradualmente, come se ogni strumento aspettasse il momento giusto per aggiungere qualcosa.

La canzone di Trenet porta con sé una domanda sul tempo e sulla memoria: che cosa rimane degli amori, delle stagioni, delle promesse e dei momenti che abbiamo attraversato?

Privata delle parole, quella domanda non scompare. Rimane nella melodia.

Anzi, in una lettura strumentale può diventare ancora più aperta, perché non appartiene più soltanto alla vicenda evocata dal testo. Può accogliere ricordi differenti, diventare la colonna sonora di qualcosa che ciascun ascoltatore custodisce dentro di sé.

La tromba non imita la voce di Trenet. Ne raccoglie la capacità di raccontare. Ma resta cristallina la cifra stilistica di Fresu e il suo lirismo capace di attraversare l’anima.

Ed è una differenza importante. Il jazz non si limita a trasferire una canzone da un linguaggio a un altro. Può trasformarne il significato attraverso il timbro, il tempo, le pause e le relazioni fra gli strumenti.

Nel caso di Fresu, la melodia rimane riconoscibile, ma sembra acquistare una nuova fragilità.

Non viene esibita. Viene custodita.

Un quintetto che conosce il valore del silenzio

Per comprendere il carattere di Mèlos bisogna osservare il ruolo dei cinque musicisti.

Roberto Cipelli è una presenza decisiva. Il suo pianoforte non cerca continuamente di occupare il centro della scena. Spesso prepara il terreno attraverso introduzioni essenziali, accordi distribuiti con attenzione, sapiente discrezione e piccoli interventi capaci di modificare il colore armonico di una frase.

Attilio Zanchi costruisce il sostegno del gruppo con un contrabbasso che non si limita a segnare il tempo. Il suo contributo partecipa alla definizione delle atmosfere, suggerisce direzioni e crea un equilibrio fra movimento e sospensione.

Ettore Fioravanti lavora sulla leggerezza. Le spazzole, gli accenti discreti e la capacità di dosare l’intensità diventano strumenti espressivi fondamentali. In un disco così misurato, una variazione minima può modificare profondamente il carattere di un passaggio.

Tino Tracanna, infine, non cerca di trasformare ogni composizione in un confronto fra sassofono e tromba. Il suo intervento è spesso discreto, talvolta quasi laterale, ma proprio per questo prezioso. Quando i due strumenti a fiato si incontrano, la musica acquista una profondità timbrica che non ha bisogno di diventare spettacolare.

Fresu guida questo organismo con un linguaggio nel quale il suono conta almeno quanto la nota.

La tromba può diventare una voce lontana, un sussurro, una presenza che emerge per pochi istanti e poi lascia spazio agli altri.

È un modo di concepire l’improvvisazione che non coincide necessariamente con la durata degli assoli.

La libertà, qui, non consiste nel poter suonare tutto.

Consiste soprattutto nel sapere quando fermarsi, suonando il silenzio.

Una geografia sentimentale del jazz

Il repertorio di Mèlos attraversa provenienze musicali molto diverse.

C’è la canzone francese di Trenet. Ci sono due composizioni di Antônio Carlos Jobim, Por Toda Minha Vida e Luiza, che portano nel disco la sensibilità melodica brasiliana. Ci sono brani di Enrico Rava e Aldo Romano, figure fondamentali del jazz europeo, e composizioni legate agli stessi musicisti del quintetto.

Ci sono inoltre Lester di Antonello Salis, Così di Nicola Arigliano e Prayer for Cybille di Peter Waters.

A prima vista potrebbe sembrare un repertorio eterogeneo.

Ma Fresu e i suoi compagni trovano un elemento comune: la possibilità di far cantare ogni composizione, indipendentemente dalla sua provenienza.

È particolarmente evidente nelle pagine di Jobim.

La musica del compositore brasiliano possiede un rapporto straordinario fra sofisticazione armonica e naturalezza melodica. Le sue canzoni possono contenere passaggi armonici complessi senza perdere quella qualità apparentemente spontanea che permette di ricordarle dopo pochi ascolti.

In Por Toda Minha Vida e Luiza, il quintetto sceglie di valorizzare proprio questa dimensione.

Non c’è bisogno di accentuare artificialmente il carattere brasiliano dei brani. La loro identità emerge dalla scrittura stessa, dalla delicatezza delle linee e dalla possibilità di lasciare respirare le frasi. È un atteggiamento che rivela rispetto per il materiale musicale, ma anche una precisa idea di interpretazione.

Una canzone non deve necessariamente essere trasformata fino a diventare irriconoscibile per acquistare un nuovo significato.

A volte è sufficiente cambiare il modo in cui viene pronunciata.

Gli amici dentro le canzoni

Mèlos racconta anche una rete di relazioni artistiche.

La presenza di composizioni firmate da Enrico Rava, Aldo Romano, Antonello Salis e Peter Waters non è soltanto una scelta di repertorio. Riunisce nomi che appartengono, in forme differenti, al mondo musicale attraversato da Fresu.

In Ammazzare il tempo di Rava, Amerino di Romano e Lester di Salis, il disco incontra scritture personali, portatrici di storie e sensibilità diverse.

È un aspetto importante perché impedisce di leggere Mèlos come una semplice raccolta di ballate celebri.

Il progetto possiede una dimensione affettiva, costruita anche attraverso la scelta di composizioni legate a musicisti con i quali Fresu ha condiviso esperienze artistiche.

La presenza di Antonello Salis, in particolare, richiama uno dei rapporti più riconoscibili del jazz italiano contemporaneo: quello fra due musicisti sardi che hanno sviluppato linguaggi molto differenti, trovando proprio nella diversità un terreno di incontro.

Fresu è spesso associato alla misura, alla cantabilità, alla ricerca di un suono capace di suggerire più che affermare.

Salis possiede una personalità espressiva più imprevedibile, fisica e teatrale.

Ma la distanza fra i due non impedisce il dialogo.

Anzi, contribuisce a renderlo fertile.

Inserire Lester in un album dedicato alla melodia significa anche riconoscere che la poesia musicale può assumere forme molto diverse.

Non appartiene a un solo carattere. Non richiede un unico temperamento.

Le variazioni e l’arte di cambiare senza perdere il centro

Fra le quindici tracce compaiono anche Mèlos (Variazione Nove), Variazione Otto e Variazione Sei. Già i titoli suggeriscono un rapporto con la trasformazione del materiale musicale. La variazione è una delle forme più antiche attraverso le quali la musica occidentale ha imparato a riflettere su se stessa: un tema viene ripreso, modificato, attraversato da possibilità differenti, ma conserva qualcosa che permette di riconoscerne l’identità.

È un principio che appartiene profondamente anche al jazz. Ogni interpretazione può essere una variazione. Ogni improvvisazione nasce da un equilibrio fra ciò che rimane e ciò che cambia.

In Mèlos questo rapporto sembra assumere un valore più ampio. Il disco attraversa canzoni e composizioni differenti, ma continua a interrogarsi sullo stesso problema: quanto possiamo modificare una melodia senza perderne il carattere?

La risposta del quintetto non è teorica. È musicale.

Si trova nella capacità di cambiare un accordo, modificare un accento, spostare una frase, introdurre una pausa o scegliere un timbro diverso. Piccoli gesti che possono trasformare radicalmente la percezione di una composizione.

Non soltanto delicatezza

Sarebbe però riduttivo descrivere Mèlos come un disco interamente sommesso. On Second Line, composizione di Attilio Zanchi, e Tutto e il contrario di tutto, firmata da Fresu, introducono contrasti più marcati e una maggiore tensione ritmica.

Sono episodi importanti per l’equilibrio complessivo.

La delicatezza, se diventa una regola immutabile, rischia di trasformarsi in maniera. Un disco costruito esclusivamente su atmosfere rarefatte potrebbe finire per perdere la propria capacità di sorprendere. Il quintetto evita questo rischio introducendo momenti nei quali il dialogo strumentale acquista un carattere più energico.

Ma anche quando l’intensità cresce, rimane evidente il controllo collettivo del suono.

Non c’è una rottura dell’identità del progetto. C’è piuttosto la dimostrazione che la misura non coincide con l’assenza di forza. Si può suonare con energia senza rinunciare all’ascolto reciproco. E si può essere delicati senza diventare prevedibili.

Il jazz europeo e una diversa idea di bellezza

All’inizio del nuovo millennio il jazz europeo ha ormai costruito una propria identità, sviluppata attraverso decenni di confronto con la tradizione afroamericana.

Non si tratta di un linguaggio unico. Le esperienze musicali del continente sono molteplici e spesso profondamente differenti.

Ma in una parte significativa della produzione europea si riconosce una particolare attenzione alla qualità del suono, alla dimensione cameristica, alla melodia e all’incontro con tradizioni musicali esterne al repertorio jazzistico più consueto.

Mèlos appartiene pienamente a questo paesaggio.

Eppure sarebbe sbagliato considerarlo un disco che rinuncia al jazz per avvicinarsi a una generica musica contemplativa.

L’improvvisazione rimane essenziale.

Lo swing, il fraseggio, la relazione fra solista e accompagnamento, il continuo adattamento reciproco sono elementi che continuano a definire il linguaggio del gruppo. Semplicemente, non vengono utilizzati per affermare una superiorità tecnica. Diventano strumenti al servizio di un’espressione condivisa.

È qui che emerge uno degli aspetti più interessanti della personalità musicale di Fresu. La sua tromba porta con sé una tradizione importante, ma non sembra interessata a riprodurne passivamente i modelli. La lezione di Miles Davis e quella di Chet Baker sono riconoscibili come riferimenti culturali e stilistici, ma il risultato appartiene ormai a un’identità autonoma.

Un’identità nella quale il suono può diventare racconto anche quando le note sono pochissime.

Il tempo necessario a una nota

La maggior parte delle composizioni di Mèlos ha una durata contenuta. Soltanto due brani superano i cinque minuti.

È una scelta significativa.

Il quintetto non utilizza il repertorio come pretesto per costruire lunghi assoli. Preferisce concentrare l’attenzione sull’esposizione dei temi, sulle possibilità del dialogo e sulla qualità degli arrangiamenti. La brevità, tuttavia, non produce superficialità. Al contrario, obbliga a scegliere.

Quando una composizione dura due o tre minuti, ogni intervento assume un peso maggiore. Non c’è molto tempo per preparare un’idea, svilupparla e correggerla. Bisogna trovare rapidamente il punto espressivo essenziale. In questo senso Mèlos può essere ascoltato come un esercizio di concentrazione.

Ma anche come una riflessione sul rapporto fra musica e tempo.

Il jazz viene spesso associato alla libertà di espandere le forme, prolungare gli assoli e modificare continuamente la struttura dei brani.

Qui la libertà assume una direzione quasi opposta. È la capacità di dire qualcosa in pochi minuti. E poi lasciare che il silenzio completi il discorso.

Quello che rimane

C’è una coincidenza particolarmente felice nella scelta di aprire il disco con Que reste-t-il de nos amours?.

Che cosa rimane?

È una domanda che attraversa la canzone di Trenet, ma che può diventare anche una chiave per ascoltare l’intero album. Che cosa rimane di una melodia quando eliminiamo tutto ciò che non è necessario? Che cosa rimane dell’identità di un musicista quando rinuncia a dimostrare la propria bravura? Che cosa rimane di un gruppo dopo tanti anni trascorsi a suonare insieme?

In Mèlos rimangono soprattutto le relazioni.

Fra una tromba e un pianoforte. Fra un sassofono e un contrabbasso. Fra una batteria che suggerisce il movimento e una melodia che sembra volerlo sospendere.

Fra composizioni provenienti da Paesi, epoche e tradizioni differenti.

E fra cinque musicisti che hanno imparato a riconoscere il valore delle cose non dette.

È questo, forse, il risultato più importante del disco.

Non la ricerca di una bellezza astratta, lontana dal mondo, ma la costruzione di uno spazio nel quale ogni voce può esistere senza dover prevalere sulle altre. In un tempo musicale che spesso misura il valore attraverso la velocità, la quantità e l’impatto immediato, Mèlos propone una possibilità diversa.

Ascoltare prima di intervenire. Lasciare spazio. Accettare che una frase possa essere completa anche quando contiene poche note.

E riconoscere che la melodia, quando trova interpreti capaci di rispettarne il respiro, non ha bisogno di grandi effetti per raggiungerci.

Paolo Fresu e i suoi compagni sembrano conoscere molto bene questa verità.

Per questo Mèlos non è soltanto un disco da ascoltare. È un disco che insegna un modo di ascoltare.

E, quando finisce, può lasciare una sensazione rara: quella di aver attraversato una musica che non ci ha chiesto nulla, se non il tempo necessario per accorgerci della sua bellezza.

Simone Cavagnino
Simone Cavagninohttps://www.soundinia.it
Simone Cavagnino è giornalista, autore e speaker radiofonico. Laureato in Scienze Giuridiche, si occupa di giornalismo culturale, musicale e comunicazione istituzionale. Ha collaborato con l'emittente televisiva Infochannel TV Sardinia, ha diretto Unica Radio e ha scritto per JAZZIT, altre riviste nazionali e quotidiani regionali. Nel 2014 ha curato il documentario La memoria del suono, dedicato all'artista Pinuccio Sciola. Nel 2018 ha pubblicato, insieme al giornalista Claudio Loi, il volume Sardegna, jazz e dintorni (Aipsa Edizioni). Attualmente cura la comunicazione di alcuni tra i principali festival culturali della Sardegna e dirige Soundinia, testata giornalistica dedicata alla cultura, alla musica e ai territori del Mediterraneo.

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