Un chitarrista svedese, un contrabbassista dal suono inconfondibile e un batterista che ha contribuito a definire l’identità del jazz europeo contemporaneo. In Taste of Honey, pubblicato nel 2020 dall’etichetta ACT, Ulf Wakenius, Lars Danielsson e Magnus Öström si confrontano con il repertorio di Paul McCartney, attraversando canzoni nate con i Beatles e composizioni della successiva carriera solista. Non un semplice album di cover, ma un incontro fra due mondi musicali che condividono qualcosa di essenziale: la fiducia nella forza di una melodia.
C’è un aspetto della musica di Paul McCartney che rischia di passare in secondo piano quando si raccontano i Beatles attraverso la rivoluzione culturale, la sperimentazione in studio e il loro impatto sulla storia del rock: la straordinaria capacità di costruire melodie.
Melodie che sembrano semplici soltanto perché, dopo averle ascoltate, diventa difficile immaginarle in una forma diversa. Melodie capaci di attraversare generazioni, arrangiamenti e linguaggi musicali senza perdere la propria riconoscibilità.
È da questa qualità che prende forma Taste of Honey, il progetto del chitarrista svedese Ulf Wakenius, affiancato da Lars Danielsson al contrabbasso e Magnus Öström alla batteria. L’album arriva nel 2020, quando McCartney ha ormai attraversato oltre mezzo secolo di storia della musica popolare. E pone una domanda interessante: che cosa rimane di una sua canzone quando togliamo la voce, le parole e gran parte dell’immaginario sonoro attraverso il quale siamo abituati a riconoscerla?
Rimane la melodia. Ma soprattutto rimane uno spazio nel quale tre musicisti possono incontrarsi, dialogare e trovare nuove possibilità espressive.
Tre musicisti, tre storie, un solo linguaggio
Per comprendere il valore di questo progetto bisogna partire dai suoi protagonisti. Ulf Wakenius è un chitarrista che ha attraversato alcuni dei territori più importanti del jazz contemporaneo. La lunga collaborazione con Oscar Peterson, durata circa un decennio, rappresenta una delle esperienze fondamentali della sua carriera. Prima ancora aveva suonato con il grande contrabbassista danese Niels-Henning Ørsted Pedersen, mentre negli anni successivi ha sviluppato un linguaggio capace di passare dal jazz più tradizionale a una sensibilità melodica vicina al pop e alla musica europea. Il suo strumento possiede due caratteristiche che in Taste of Honey diventano decisive: la chiarezza del fraseggio e la capacità di far emergere la melodia senza ricorrere continuamente al virtuosismo. Wakenius sa suonare velocemente, ma qui sembra soprattutto interessato a trovare il peso espressivo di ogni nota.
Accanto a lui c’è Lars Danielsson, contrabbassista e violoncellista svedese, musicista che da decenni lavora sull’incontro fra improvvisazione jazzistica, sensibilità cameristica e tradizione melodica europea. In questo album il suo contributo non si limita a sostenere l’armonia e il ritmo. Il contrabbasso costruisce profondità, mentre il violoncello introduce una voce ulteriore, capace di avvicinarsi al canto umano.
Completa il trio Magnus Öström, batterista che molti conoscono soprattutto per essere stato uno dei componenti dell’Esbjörn Svensson Trio, formazione che ha profondamente influenzato il jazz europeo fra gli anni Novanta e Duemila. Dopo la morte di Svensson nel 2008, Öström ha sviluppato una propria carriera artistica, esplorando anche linguaggi vicini al rock progressivo. Il suo modo di suonare è essenziale per l’equilibrio di Taste of Honey. Le spazzole, le pause, gli accenti e la gestione dello spazio consentono al trio di conservare una forte identità ritmica senza appesantire le melodie.
Non è quindi un chitarrista accompagnato da due musicisti. È un organismo musicale nel quale ciascuno possiede una voce riconoscibile.
Il ricordo di Siggi Loch e i Beatles di Amburgo
La nascita dell’album contiene anche una storia che riporta direttamente ai primi anni dei Beatles. Quando Wakenius propone a Siggi Loch, fondatore dell’etichetta ACT, di realizzare un omaggio a Paul McCartney, il produttore è inizialmente scettico. Esistono già innumerevoli reinterpretazioni jazzistiche delle canzoni dei Beatles e aggiungerne un’altra potrebbe apparire un’operazione prevedibile. A convincerlo sono la passione di Wakenius e soprattutto la formazione scelta per il progetto. Loch pone però una condizione artistica: non limitarsi ai successi più conosciuti, ma esplorare anche aspetti meno frequentati del repertorio di McCartney.
C’è inoltre un ricordo personale. Nel 1962 Loch aveva assistito ad alcune esibizioni dei Beatles allo Star-Club di Amburgo. Fra le canzoni interpretate dal gruppo figurava A Taste of Honey, un brano che Paul McCartney cantava prima che i Beatles diventassero il fenomeno mondiale che conosciamo. La composizione non era sua. La musica era di Bobby Scott e il testo di Ric Marlow; il brano era nato per il teatro e sarebbe poi entrato anche nel primo album dei Beatles, Please Please Me, pubblicato nel 1963. Proprio per questo Loch ritiene che non possa mancare nel progetto. Diventa il brano d’apertura e dà il titolo all’intero disco. L’omaggio, quindi, non riguarda soltanto ciò che McCartney ha composto. Comprende anche la musica che lo ha formato e le canzoni che ha scelto di interpretare.
Due giorni a Göteborg
Taste of Honey viene registrato il 12 e 13 settembre 2019 ai Nilento Studio di Göteborg, in Svezia. La produzione è di Siggi Loch, la registrazione e il successivo mix e mastering sono affidati a Lars Nilsson, con Michael Dahlvid come assistente tecnico. Il disco esce il 28 agosto 2020 per ACT, con numero di catalogo ACT 9897-2. Comprende dodici brani per una durata complessiva di circa quarantaquattro minuti. L’immagine di copertina, una grande forma gialla su fondo bianco, è un’opera dell’artista Jerry Zeniuk. La copertina è coerente con il carattere del progetto. Non ci sono fotografie dei Beatles, citazioni iconografiche della loro storia o tentativi di richiamare l’immaginario della Swinging London. C’è soltanto una forma cromatica essenziale, quasi un’esplosione di luce. È una scelta che, sul piano interpretativo, suggerisce anche il metodo del trio: liberare le canzoni dagli elementi visivi e culturali che normalmente le accompagnano, per riportare l’attenzione al suono.

A Taste of Honey, il primo incontro
Il disco si apre con A Taste of Honey, ed è subito chiaro che Wakenius non intende limitarsi a riprodurre l’arrangiamento dei Beatles. La chitarra lavora sulla riconoscibilità del tema, mentre la sezione ritmica costruisce un movimento leggero, affidato anche alle spazzole di Öström. Danielsson sostiene l’armonia con il contrabbasso e il violoncello, contribuendo a creare un ambiente sonoro intimo ma non statico. La lettura conserva qualcosa del carattere originario della composizione, ma lo trasferisce in una dimensione cameristica nella quale ogni strumento può intervenire sul discorso melodico.
La scelta di cominciare proprio da questo brano è particolarmente efficace. Prima ancora di incontrare il McCartney compositore, il trio rende omaggio al McCartney interprete, al ragazzo che cantava nei locali di Amburgo e che già dimostrava una naturale affinità con melodie provenienti da tradizioni musicali differenti. Il jazz, del resto, ha sempre funzionato anche così: appropriandosi di canzoni nate altrove e trasformandole in materiali per nuove interpretazioni.
My Valentine, la malinconia senza parole
La seconda traccia è My Valentine, composizione pubblicata da McCartney nel 2012 nell’album Kisses on the Bottom. È una scelta significativa perché sposta immediatamente il progetto fuori dal repertorio storico dei Beatles. Wakenius non vuole celebrare soltanto il McCartney degli anni Sessanta, ma riconoscerne la continuità melodica attraverso epoche diverse. Nella versione del trio, la chitarra assume il ruolo della voce, mentre Danielsson contribuisce a costruire una dimensione malinconica particolarmente intensa. Le spazzole di Öström accompagnano il brano senza sottrargli respiro. Qui emerge uno degli aspetti più riusciti dell’intero disco: la capacità di conservare la riconoscibilità della canzone senza trasformarla in un oggetto intoccabile. La melodia rimane. Ma cambia il modo di abitarla.
You Never Give Me Your Money, la sottrazione
Con You Never Give Me Your Money il trio affronta una delle composizioni più articolate di McCartney, pubblicata dai Beatles in Abbey Road nel 1969. L’originale attraversa diversi episodi musicali, cambi di atmosfera e soluzioni ritmiche, anticipando la grande suite che occupa buona parte della seconda facciata dell’album. Wakenius, Danielsson e Öström scelgono invece una strada di sottrazione. La composizione viene riportata a una dimensione più raccolta e malinconica, lasciando emergere la qualità melodica che nell’originale convive con una struttura particolarmente complessa. È uno degli esempi più chiari di ciò che distingue una reinterpretazione riuscita da una semplice esecuzione fedele. Non si tratta di aggiungere difficoltà armoniche per dimostrare che una canzone pop può diventare jazz. Si tratta di trovare qualcosa che nell’originale era già presente, ma che un diverso arrangiamento permette di ascoltare con maggiore evidenza.
Maybe I’m Amazed, l’energia ritrovata
Maybe I’m Amazed, pubblicata originariamente nel primo album solista di McCartney nel 1970, introduce un’energia differente. È una canzone che nasce in un momento delicato della vita dell’autore, dopo la crisi dei Beatles, e che trova nella relazione con Linda McCartney un importante riferimento emotivo.
Nella versione del trio il brano acquista un movimento ritmico più elastico. Öström costruisce un accompagnamento capace di richiamare l’energia del rock senza rinunciare alla flessibilità jazzistica. Danielsson interviene in modo melodicamente significativo, mentre Wakenius alterna la presentazione del tema a passaggi più aperti. Il risultato non cerca di imitare la forza vocale dell’originale. La sostituisce con un dialogo strumentale. È proprio qui che si comprende quanto sia importante la presenza di Öström. Senza un batterista capace di muoversi con naturalezza fra linguaggi differenti, un repertorio così eterogeneo rischierebbe di perdere parte della propria identità.
Blackbird e And I Love Her, la chitarra che canta
Blackbird e And I Love Her rappresentano due momenti particolarmente adatti alla sensibilità di Wakenius. Entrambe possiedono melodie fortemente riconoscibili e una scrittura nella quale l’economia dei mezzi è essenziale. In Blackbird la chitarra assume una qualità quasi vocale, mentre Danielsson e Öström contribuiscono a introdurre una mobilità ritmica che allontana il brano dalla semplice riproduzione dell’originale acustico. And I Love Her procede invece verso un’atmosfera più raccolta. Il violoncello di Danielsson contribuisce a creare una profondità espressiva che rende la melodia particolarmente intensa. Sono due interpretazioni che dimostrano come la qualità di un arrangiamento non dipenda necessariamente dalla quantità di elementi aggiunti. A volte il lavoro più importante consiste nello scegliere che cosa lasciare fuori.
Jet, quando il jazz incontra il rock
Fra i brani più sorprendenti figura Jet, pubblicata da Paul McCartney e Wings nell’album Band on the Run del 1973. È una composizione energica, costruita su un linguaggio rock molto diverso da quello delle ballate più intime presenti nel disco. Il trio ne conserva la spinta, ma la trasferisce in un ambiente nel quale la flessibilità ritmica e l’interazione fra gli strumenti diventano determinanti. La chitarra di Wakenius può assumere un carattere più aggressivo, mentre Danielsson e Öström costruiscono un accompagnamento che avvicina il brano a una sensibilità fusion. È un momento importante per l’equilibrio complessivo dell’album. Senza episodi di questo tipo Taste of Honey rischierebbe di diventare un disco interamente contemplativo. Invece possiede movimento, contrasti e cambi di temperatura.
She’s Leaving Home, una storia senza narratore
She’s Leaving Home, pubblicata dai Beatles in Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band nel 1967, presenta una sfida particolare. L’originale racconta una ragazza che lascia la casa dei genitori. La forza della canzone dipende non soltanto dalla melodia, ma anche dal contrasto fra il punto di vista della giovane e quello degli adulti che non riescono a comprendere la sua decisione. Come raccontare una storia simile senza parole? Wakenius, Danielsson e Öström devono affidarsi interamente alla linea melodica e alle possibilità espressive degli strumenti. È qui che il violoncello assume un’importanza particolare. Il suo timbro possiede una naturale affinità con la voce umana e permette di restituire una dimensione narrativa anche in assenza del testo. Non conosciamo più i dettagli della vicenda attraverso le parole, ma continuiamo a percepirne la malinconia. La canzone perde il proprio racconto esplicito e conserva il suo nucleo emotivo.
Due composizioni originali
Fra le reinterpretazioni trovano spazio anche due brani originali: Yes to You, firmato da Lars Danielsson, e Our Lives, composto da Ulf Wakenius. La loro presenza è tutt’altro che secondaria. Inserire composizioni proprie in un omaggio a McCartney significa assumersi il rischio di un confronto diretto con uno dei cataloghi melodici più celebri della musica contemporanea. Ma permette anche di evitare che il disco diventi una semplice successione di riconoscimenti. I due brani si inseriscono naturalmente nell’atmosfera complessiva dell’album, privilegiando una scrittura melodica limpida, una sensibilità nordica e un’interazione strumentale misurata. In questo senso funzionano come una dichiarazione artistica: l’omaggio a McCartney non consiste nel riprodurne il linguaggio, ma nel riconoscere una comune fiducia nella melodia come punto di partenza dell’espressione musicale.
Bésame Mucho, prima della leggenda
Un altro episodio significativo è Bésame Mucho, celebre composizione della messicana Consuelo Velázquez. Anche in questo caso non siamo davanti a una canzone scritta da McCartney. Il legame è storico: il brano apparteneva al repertorio dei primi Beatles. Siggi Loch ricordava di averlo ascoltato durante un’esibizione del gruppo al Cavern Club di Liverpool. Per il produttore, dunque, la sua presenza nell’album rappresentava un ulteriore collegamento con gli anni nei quali la storia dei Beatles non era ancora diventata leggenda. Il trio affronta il brano con una sensibilità intima, valorizzandone la componente romantica senza trasformarla in sentimentalismo. È anche un modo per ricordare che la musica dei Beatles non nasce dal nulla. Prima di rivoluzionare il pop, Lennon, McCartney, Harrison e Starr avevano assorbito una quantità enorme di influenze: rock and roll, rhythm and blues, canzone americana, musica latina, standard e repertorio teatrale. Taste of Honey restituisce indirettamente anche questa storia.
Eleanor Rigby, un finale che non cerca consolazione
L’album si conclude con Eleanor Rigby, una delle composizioni più celebri e inquietanti dei Beatles. Pubblicata in Revolver nel 1966, la canzone racconta la solitudine attraverso figure ordinarie, lontane dall’immaginario sentimentale più convenzionale del pop dell’epoca. Wakenius sceglie di affrontarla con energia, trasformandola in uno degli episodi più dinamici del disco. La chitarra acquista una forza ritmica e improvvisativa che contrasta con la malinconia del materiale originale, mentre Danielsson e Öström contribuiscono a costruire un finale particolarmente incisivo. È una scelta intelligente. Il disco non si chiude con una carezza. Si chiude con una canzone sulla solitudine, affrontata attraverso un’interazione musicale intensa e vitale. Come se il trio volesse ricordare che la malinconia non deve necessariamente produrre immobilità. Può diventare movimento.
La bellezza di non dover dimostrare nulla
Il valore di Taste of Honey sta soprattutto nella misura. Ulf Wakenius avrebbe tutte le capacità tecniche per trasformare queste composizioni in una dimostrazione di virtuosismo chitarristico. Lars Danielsson potrebbe occupare molto più spazio con il contrabbasso e il violoncello. Magnus Öström potrebbe spingere gli arrangiamenti verso soluzioni ritmiche più complesse. Eppure nessuno dei tre sembra interessato a prevalere sugli altri. È proprio questa rinuncia a rendere il progetto convincente. La musica di McCartney viene trattata con rispetto, ma non con soggezione. Le melodie non sono reliquie da conservare intatte. Sono materiali vivi, capaci di accogliere nuove idee e nuovi significati. Anche la critica specializzata ha riconosciuto questa qualità. Musica Jazz ha sottolineato la personalità delle riletture e il ruolo del violoncello di Danielsson, mentre London Jazz News ha evidenziato il calore dei timbri e la qualità della registrazione. Jazzwise ha selezionato il disco fra le scelte della redazione dell’ottobre 2020, assegnandogli quattro stelle su cinque. Ma il risultato più importante non riguarda il giudizio della critica. Riguarda l’ascoltatore. Perché Taste of Honey riesce a farci incontrare canzoni che conosciamo da decenni come se non avessimo ancora esaurito tutto ciò che possono raccontarci.
Il miele della memoria
Il titolo Taste of Honey possiede infine una qualità evocativa che va oltre il riferimento alla canzone d’apertura. Il miele è qualcosa che si conserva, che attraversa il tempo senza perdere immediatamente le proprie caratteristiche. È dolce, ma possiede anche una densità che impedisce di consumarlo troppo rapidamente. È una metafora possibile, naturalmente, non un significato dichiarato dai musicisti. Ma descrive bene l’esperienza di questo album. Le melodie di McCartney appartengono alla memoria collettiva. Le abbiamo ascoltate nelle registrazioni originali, nelle interpretazioni di altri artisti, alla radio, nei film, nei concerti. Spesso arriviamo a riconoscerle prima ancora di renderci conto di averle ascoltate. Wakenius, Danielsson e Öström non cercano di cancellare questa memoria. La attraversano. E ci ricordano che una grande melodia non è soltanto qualcosa che riconosciamo. È qualcosa alla quale possiamo continuamente ritornare, trovandovi ogni volta una sfumatura diversa. In un’epoca nella quale la musica viene spesso consumata rapidamente, Taste of Honey propone un’esperienza opposta: ascoltare con calma, lasciare spazio agli strumenti, riconoscere il valore delle pause e scoprire che non occorre aggiungere continuamente qualcosa per rendere una canzone interessante. A volte basta togliere. Lasciare che una chitarra canti. Che un violoncello risponda. Che una batteria accompagni senza imporsi. E permettere a una melodia scritta molti anni prima di trovare ancora qualcosa da dirci.
È forse questo il risultato più bello di Taste of Honey: non ci chiede di scegliere fra i Beatles e il jazz, fra la memoria e la reinterpretazione, fra la semplicità e la complessità. Ci mostra che tutte queste cose possono convivere. E che, quando tre musicisti possiedono una sensibilità così profonda, anche una canzone che pensavamo di conoscere perfettamente può tornare a sorprenderci.


