Nell’agosto del 2019, a vent’anni dalla morte di Fabrizio De André, Time in Jazz tornava nella casa gallurese di Faber con il pianoforte di Danilo Rea. Poco prima del concerto incontrai Dori Ghezzi per Spreaker in Jazz. Ne venne fuori un racconto di memoria, appartenenza e futuro. E un paragone sorprendente: «La Sardegna è un po’ come Bob Dylan»
All’Agnata, quel pomeriggio d’agosto del 2019, c’erano soprattutto persone che aspettavano. Sedute sul prato, all’ombra quando era possibile, in attesa che Danilo Rea si mettesse al pianoforte. Erano passati vent’anni dalla morte di Fabrizio De André e la trentaduesima edizione di Time in Jazz aveva scelto di tornare lì, nella sua casa gallurese, con un musicista che quelle canzoni le aveva già attraversate e trasformate molte volte.
Poco prima del concerto incontrai Dori Ghezzi per Spreaker in Jazz, il progetto attraverso il quale Time in Jazz raccontava il festival anche attraverso interviste e podcast. Riascoltata oggi, quella conversazione conserva qualcosa che va oltre la ricorrenza del 2019. Perché si parlava di Fabrizio, naturalmente, ma soprattutto di ciò che accade quando una memoria smette di appartenere soltanto a chi l’ha vissuta e diventa patrimonio degli altri.
Dori partì proprio da Danilo Rea. Erano ormai sedici anni, raccontava, che quell’appuntamento faceva parte del loro rapporto con Time in Jazz. E per il ventesimo anniversario della scomparsa di De André avevano voluto che al pianoforte tornasse lui.
«È veramente un musicista divino», diceva. Ma subito dopo aggiungeva qualcosa che spiegava meglio la scelta: in Rea riconosceva un modo di avvicinarsi a Fabrizio fatto di musicalità, intenzione e soprattutto della capacità di «capire con amore la musica».
Era forse la condizione necessaria per suonare De André proprio lì. Perché l’Agnata non è un palco neutro e non è neppure soltanto il luogo nel quale Fabrizio De André e Dori Ghezzi decisero di vivere una parte fondamentale della loro storia. Con il tempo è diventata altro.
Quando le chiesi cosa significasse tornare ancora una volta in quella che era stata casa sua, Dori rispose con una battuta: «Il senso di casa non lo sento più tanto, perché poi io sono sfrattata».
Rise, ma il pensiero che seguì era molto meno leggero.
L’Agnata, spiegava, era ormai diventata «la casa degli altri». Delle persone che amano Fabrizio e che continuano ad arrivare fin lì quasi per incontrarlo. È anche per loro che quel luogo va custodito. Persino quando farlo diventa complicato, quando le difficoltà fanno venire voglia di mollare.
«A volte mi spazientisco perché le cose non sono facili da mandare avanti. Ma quando torno qui dico: questa deve continuare a resistere. Non se ne può fare a meno».
Forse la parola più importante di quell’intervista era proprio resistere. Non conservare. Non cristallizzare. Resistere significa continuare a vivere mentre le cose cambiano.
E sul prato dell’Agnata il cambiamento era visibile.
C’erano ragazzi molto giovani che si preparavano ad ascoltare al pianoforte le canzoni di un uomo morto vent’anni prima. Alcuni di loro, nel 1999, non erano ancora nati. Era difficile trovare un’immagine più semplice per spiegare la permanenza di De André.
Dori non sembrava stupirsene. La spiegazione, per lei, stava nelle cose che Fabrizio aveva scelto di raccontare e nel modo in cui lo aveva fatto. Temi e parole che continuavano a essere comprensibili, «vivi e attuali», capaci di attraversare le generazioni.
Lo vedeva continuamente nelle piazze, nelle giornate dedicate alla nascita o alla morte di De André, negli incontri spontanei nei quali arrivavano «dai nonni ai nipoti», spesso portandosi dietro uno strumento per cantare insieme.
E poi c’erano episodi ancora più strani e rivelatori. Arrivare in Sicilia, per esempio, e sentire qualcuno cantare in genovese.
«Non è facile. Non succede a tutti».
In quella frase c’era forse la misura più precisa del segno lasciato da De André. Non soltanto canzoni sopravvissute al proprio autore, cosa che appartiene a molti grandi musicisti, ma parole capaci di continuare a viaggiare anche quando la lingua sembrerebbe renderne più difficile il percorso.
Poco distante da noi, intanto, c’era Gianfranco Cabiddu. Prima di accendere il registratore avevo visto lui e Dori parlare a lungo. Le chiesi di quella conversazione.
«Lui è sardo, io ormai mi sento sarda», rispose. E da lì cominciò a raccontare l’entusiasmo che li accomunava quando parlavano dell’Isola.
Poi arrivò Bob Dylan.
Il giorno precedente, raccontava, aveva fatto un paragone apparentemente assurdo: la Sardegna è come Bob Dylan.
Il ragionamento era tutto suo. Dylan può salire su un palco e mettere alla prova chi gli sta davanti, sottrarsi alle aspettative, concedere poco, quasi domandare al pubblico quanto sia disposto a seguirlo comunque. E alla fine, diceva Dori, «vince sempre lui».
La Sardegna, per lei, faceva qualcosa di simile.
Può accoglierti e respingerti. Può essere meravigliosa e subito dopo complicatissima. Può persino trattarti male, quasi volesse domandarti: vediamo fino a che punto mi ami.
«Io dico che la Sardegna è un po’ come Bob Dylan».
L’intervista finì così.
Poi arrivò il pianoforte di Danilo Rea.
E forse non serviva aggiungere molto altro. C’era una casa che non era più soltanto una casa, una donna che continuava a proteggerla anche per gli altri, un prato pieno di persone che Fabrizio lo avevano conosciuto e di altre che erano arrivate molto dopo. E c’erano quelle canzoni, quella volta senza nemmeno bisogno delle parole.
A vent’anni dalla morte di De André, all’Agnata non si stava semplicemente celebrando un anniversario.
Si poteva osservare quello che era rimasto vivo: il cuore della gente.
L’intervista a Dori Ghezzi è stata realizzata da Simone Cavagnino nell’agosto 2019 all’Agnata per Spreaker in Jazz, progetto della trentaduesima edizione del festival Time in Jazz. Le dichiarazioni riportate nell’articolo provengono dalla registrazione originale dell’intervista, incorporata in questa pagina dal canale YouTube ufficiale di Time in Jazz.



