Moon Arts Film Festival, Marco Oppo: «È necessario aprire una riflessione sulle risorse per la cultura»

Dall’1 al 3 ottobre torna a Quartu Sant’Elena il Moon Arts Film Festival con trentacinque opere in concorso. Marco Oppo racconta a Soundinia una sesta edizione costruita con risorse ridotte, senza rinunciare alla dimensione internazionale, ai temi sociali e ai nuovi linguaggi del cinema. E chiede una riflessione sui finanziamenti alla cultura.

Trentacinque opere provenienti da diversi Paesi, tre giornate di proiezioni e un festival che cerca nel cinema non soltanto qualità tecnica e artistica, ma la capacità di interrogare il presente. Dall’1 al 3 ottobre lo Spazio Michelangelo Pira di Quartu Sant’Elena ospiterà la sesta edizione del Moon Arts Film Festival, diretto dal regista e produttore Marco Oppo.

Cortometraggi, documentari, animazioni, videoclip, sperimentazione e, da quest’anno, una sezione dedicata alle opere realizzate con smartphone compongono una selezione nella quale ricorrono migrazioni, violenza di genere, disagio mentale, intolleranza, memoria e condizionamenti sociali. Ma c’è spazio anche per la commedia, il grottesco, il thriller e la musica.

Alla vigilia del festival, Marco Oppo racconta a Soundinia le scelte che hanno guidato questa edizione e una concezione della manifestazione nella quale il pubblico non dovrebbe limitarsi ad assistere alle proiezioni, ma diventare parte attiva del confronto.

«Il festival segue la linea che abbiamo portato avanti negli anni: cerchiamo opere di qualità, ma soprattutto lavori che raccontino qualcosa, che abbiano idee innovative e sappiano leggere i tempi», spiega Oppo. «La caratteristica principale è avere opere capaci di distinguersi per originalità, impatto sociale e attualità narrativa».

«Vogliamo che il pubblico da passivo diventi attivo»

Questa attenzione ai temi sociali, per Oppo, appartiene all’identità stessa del Moon Arts Film Festival fin dalla sua nascita. La scelta delle opere diventa così il punto di partenza per un dialogo che dovrebbe proseguire oltre lo schermo.

«Quando ho creato il festival, l’idea era quella di avere sempre al centro tematiche sociali molto forti, in modo che ci fosse uno scambio continuo tra il pubblico e gli ospiti presenti in sala», racconta. Registi, produttori, attori e attrici potranno infatti presentare i propri lavori e confrontarsi direttamente con gli spettatori.

Il risultato cercato non è una fruizione passiva: «Quello che mi importa è che il pubblico, attraverso i lavori che presentiamo, diventi da passivo attivo: che non subisca quello che vede, ma venga portato a ragionare, a crearsi una propria opinione e abbia poi la possibilità di interloquire con gli autori».

Lo smartphone come strumento cinematografico

Tra le novità della sesta edizione c’è la categoria riservata alle opere realizzate con smartphone. Una scelta che intercetta l’evoluzione tecnologica dei dispositivi, ma che per Oppo assume anche un significato legato all’accessibilità della produzione audiovisiva.

«Sempre di più gli smartphone hanno la possibilità di diventare un mezzo cinematografico vero e proprio», osserva il direttore artistico. La qualità dell’immagine, naturalmente, non è sufficiente: contano lo strumento utilizzato, le eventuali ottiche e soprattutto «la capacità di chi deve fare la fotografia e la regia».

C’è però un’altra ragione. «Ci sono tanti giovani che hanno idee e capacità importanti, ma magari non gli strumenti adeguati per potersi permettere un’attrezzatura di un certo tipo». Inserire questa categoria nel festival significa allora provare a spostare un dispositivo utilizzato quotidianamente anche verso la costruzione di opere con una propria rilevanza «narrativa, sociale ed espressiva».

Sardegna e cinema internazionale

La selezione mette inoltre in relazione opere realizzate in Sardegna con produzioni provenienti da differenti parti del mondo. Un confronto che, secondo Oppo, può generare occasioni di collaborazione e soprattutto mettere gli autori davanti a linguaggi e realtà profondamente differenti.

«Uno dei punti cruciali della manifestazione è permettere agli autori sardi di confrontarsi con quelli internazionali e fare in modo che possano nascere sinergie e future collaborazioni».

Il confronto riguarda anche ciò che il cinema racconta: «Ci sono linguaggi e narrazioni che arrivano dal resto del mondo che possono corrispondere alle nostre e altre che possono essere completamente opposte. Penso, per esempio, ai territori di guerra o ai lavori nei quali arrivano racconti in cui la parola diritto non esiste neanche».

Per il direttore artistico è una possibilità di crescita reciproca fra gli autori, ma anche per gli spettatori, chiamati a confrontare opere realizzate nell’isola con sguardi provenienti da altri contesti culturali e sociali.

Un festival costruito con risorse sempre più ridotte

Dietro i tre giorni visibili al pubblico c’è però un lavoro che comincia molti mesi prima. Ed è su questo terreno che Oppo affronta uno degli aspetti più problematici dell’edizione 2026: la riduzione delle risorse disponibili.

«È difficilissimo. Quest’anno abbiamo avuto risorse inferiori ed è estremamente complicato riuscire a organizzare un festival di questo tipo», afferma. «Il nostro festival non parte quando il pubblico vede le proiezioni: l’organizzazione comincia sei, sette, otto mesi prima, con la selezione delle opere e dei giurati e con tutto il lavoro di programmazione».

Oppo sottolinea che la riduzione delle risorse ha interessato più in generale l’associazionismo quartese e ribadisce il legame costruito dalla manifestazione con la città: «Abbiamo scelto Quartu come nostra casa, perché ci siamo sempre trovati bene». Ricorda inoltre che l’edizione precedente, articolata in quattro giornate, avrebbe registrato, secondo i calcoli dell’organizzazione, tra le quattrocento e le cinquecento presenze. Quest’anno il festival è stato ridotto a tre giorni.

Da qui la richiesta di una riflessione sulle risorse pubbliche destinate alla cultura e sulle modalità con cui vengono distribuite. «Vedere in un anno ridotto del venti per cento un bilancio destinato ai bandi cultura è triste», sostiene Oppo, che auspica un confronto insieme alle altre associazioni. Il direttore artistico pone inoltre il tema del rapporto fra finanziamenti assegnati attraverso bandi e affidamenti diretti, sostenendo la necessità di valutare come vengano distribuite le risorse tra chi partecipa alle procedure competitive e chi riceve contributi attraverso altri strumenti.

Il ricordo di Wassim al Kayim

Tra i riconoscimenti assegnati dal festival torna il Wassim al Kayim Humanity Award, dedicato alla memoria del filmmaker libanese che aveva studiato all’Università di Cagliari. Per Oppo non si tratta soltanto di un premio: dietro quel nome c’è il ricordo di un amico con il quale aveva lavorato.

«Wassim era un mio carissimo amico, un filmmaker con cui ho lavorato diverse volte», racconta. Oppo ricorda il suo impegno in iniziative umanitarie, in particolare rivolte ai bambini, e un precedente viaggio in Siria durante il quale aveva realizzato un documentario sulle loro condizioni.

Anni dopo, racconta ancora Oppo, Wassim partì nuovamente verso l’area al confine tra Turchia e Siria con l’intenzione di portare beni di prima necessità. Da quel viaggio non fece ritorno. Le informazioni raccolte successivamente dalla famiglia e dagli amici non hanno consentito di ricostruire con certezza la sua sorte.

È anche per questo che Oppo ha voluto legare il suo nome a un riconoscimento rivolto alle opere attente alle questioni sociali: «Era una persona che si impegnava seriamente, con tutta l’anima e tutto il cuore, per i problemi che affliggono questo mondo».

«Vorrei che il pubblico continuasse a riflettere»

Alla fine, per il direttore artistico, il risultato del festival non si misura soltanto nei premi assegnati il 3 ottobre.

«Vorrei che il pubblico continuasse a pensare ai lavori che ha visto. Questa è la prima cosa, e sarebbe già una grande vittoria». Ma l’obiettivo è anche più semplice: far trascorrere agli spettatori una buona serata, permettere loro di incontrare gli autori, intervenire e porre domande.

«Il nostro festival si caratterizza per essere molto concentrato sulle opere e su chi le ha realizzate. Non ci sono tanti fronzoli attorno. Credo che alla fine la cosa importante sia questa».

Trentacinque opere in tre giornate

Il programma del Moon Arts Film Festival si articolerà in tre serate. Giovedì 1° ottobre, dalle 19, la selezione attraverserà migrazioni, libertà personale, fine vita, memoria, violenza di genere e reclusione, alternando finzione, documentario, animazione, videoclip e opere realizzate con smartphone, da Between the Devil and the Blue Sea di Alasdair Jardine a Derrière la porte di Leonardo Valenti. Venerdì 2 ottobre, dalle 18.30, musica, sperimentazione e documentario entreranno in dialogo con opere come Portals di Nathania Rubin, Lontano dal centro (cantico errante di un dj senza tempo) di Roberto Pili, Grape Season di Ebrahim Hesari, Sbentiare di Tiziana Troja e Fuori sincrono di Camilla Fosso. Sabato 3 ottobre, ancora dalle 18.30, l’ultima giornata proporrà tra gli altri Selftape di Laura Malnati, Io non dimentico di Antonello Murgia, The Mould di Mohammad Reza Nourmandipour, Il custode di Ilenia Amoruso e 100 Miles di Ian Truitner. Al termine delle proiezioni saranno proclamati i vincitori delle diverse sezioni e assegnato anche il Wassim al Kayim Humanity Award.

Per una modifica organizzativa comunicata da Marco Oppo nel corso dell’intervista, giovedì 1° ottobre le proiezioni inizieranno alle 19, e non alle 18.30 come inizialmente annunciato. Venerdì 2 e sabato 3 ottobre l’inizio resta fissato alle 18.30.

Simone Cavagnino
Simone Cavagninohttps://www.soundinia.it
Simone Cavagnino è giornalista, autore e speaker radiofonico. Laureato in Scienze Giuridiche, si occupa di giornalismo culturale, musicale e comunicazione istituzionale. Ha collaborato con l'emittente televisiva Infochannel TV Sardinia, ha diretto Unica Radio e ha scritto per JAZZIT, altre riviste nazionali e quotidiani regionali. Nel 2014 ha curato il documentario La memoria del suono, dedicato all'artista Pinuccio Sciola. Nel 2018 ha pubblicato, insieme al giornalista Claudio Loi, il volume Sardegna, jazz e dintorni (Aipsa Edizioni). Attualmente cura la comunicazione di alcuni tra i principali festival culturali della Sardegna e dirige Soundinia, testata giornalistica dedicata alla cultura, alla musica e ai territori del Mediterraneo.

LE ULTIME

spot_imgspot_img

Articoli correlati

spot_imgspot_img