Pattie Boyd, la donna che diventò canzone

George Harrison scrisse “Something” pensando a lei. Eric Clapton trasformò l’amore impossibile per la moglie del suo amico in “Layla”, gli anni vissuti insieme in “Wonderful Tonight” e, quando tutto fu finito, anche la separazione tornò a diventare musica con “Old Love”. Pattie Boyd si ritrovò così al centro di alcune delle più celebri canzoni d’amore del rock: desiderata, amata e perduta attraverso parole e melodie che avrebbero continuato a vivere molto più a lungo delle relazioni da cui erano nate.

C’è qualcosa di quasi irreale nella quantità di musica che ha finito per raccogliersi intorno a Pattie Boyd. George Harrison torna un giorno dallo studio con una cassetta, gliela fa ascoltare e le dice, quasi timidamente, di aver scritto quella canzone pensando a lei. È Something. Qualche tempo dopo Eric Clapton, innamorato della moglie del suo amico, trasforma un desiderio che non riesce più a contenere in Layla. Boyd ascolta anche quella e questa volta, insieme all’emozione, prova la sensazione di essere stata esposta davanti al mondo: la dichiarazione d’amore di Clapton è diventata pubblica mentre lei è ancora sposata con Harrison. Anni più tardi, quando finalmente lei ed Eric vivono insieme, Pattie impiega troppo tempo a prepararsi per una serata. Scende le scale aspettandosi che lui sia irritato e invece lo trova con una chitarra tra le mani: durante l’attesa ha scritto Wonderful Tonight. E quando anche quella relazione sarà finita arriverà Old Love. Amata, desiderata, raggiunta, perduta: ogni volta, in qualche modo, trasformata in una canzone.

Boyd stessa ha raccontato quanto fossero diverse le sensazioni provocate da quei brani: l’emozione per Something, il disagio per l’esposizione pubblica di Layla, la sorpresa di Wonderful Tonight, fino al dolore di Old Love, perché a quel punto non poteva più «rispondere». È forse proprio da qui che bisognerebbe cominciare a raccontarla, evitando la parola “musa”, troppo facile e soprattutto troppo immobile. Pattie Boyd non è soltanto la donna che ha ispirato alcune grandi canzoni: è la persona che per oltre vent’anni si è ritrovata ad ascoltare gli uomini della propria vita trasformare in musica anche una parte della sua.

Prima delle canzoni

Quando Pattie Boyd incontra George Harrison non è ancora la donna di Something. Ha diciannove anni, lavora come modella e nel 1964 ottiene una piccola parte in A Hard Day’s Night. Sul set incontra i Beatles e rimane immediatamente colpita da George. Lui le chiede di uscire, ma Pattie rifiuta perché ha già un fidanzato; quando i due si incontrano nuovamente, quella relazione è finita e possono cominciare a frequentarsi. Si sposano nel gennaio 1966. Boyd avrebbe ricordato quegli inizi come un periodo felice, ma la sua vita cambia improvvisamente scala: non è semplicemente la moglie di un musicista, è la moglie di un Beatle nel momento in cui essere un Beatle significa vivere dentro uno dei più grandi fenomeni culturali del Novecento.

Molti anni dopo avrebbe raccontato di aver compreso durante quel matrimonio che avrebbe dovuto condividere tutto, George compreso, con il pubblico. È una frase che sembra anticipare ciò che accadrà anche alle loro emozioni. Perché nella vita di Pattie persino l’amore, a un certo punto, smette di appartenere soltanto alle persone che lo stanno vivendo e comincia a passare attraverso dischi, concerti, fotografie e canzoni ascoltate da milioni di sconosciuti.

«Ho scritto questa per te»

Nel 1969 George Harrison compone Something, destinata a diventare una delle sue canzoni più celebri e una delle grandi ballate dei Beatles. Sul rapporto preciso fra il brano e Pattie occorre mantenere una certa cautela: Harrison nel tempo avrebbe fornito spiegazioni meno strettamente biografiche sulla sua origine, e il primo verso nacque anche dalla suggestione di Something in the Way She Moves di James Taylor. Sarebbe quindi troppo semplice trasformare ogni parola della canzone nel ritratto diretto di sua moglie.

Esiste però il ricordo molto preciso di Pattie. George torna dallo studio con una cassetta, gliela fa ascoltare e le dice, in maniera quasi timida, di averla scritta per lei. Boyd ricorderà di essere rimasta incredula e profondamente lusingata. È una scena piccolissima rispetto alla dimensione che quella canzone assumerà: un uomo, una donna, una cassetta. E la musica che per la prima volta comincia davvero a ballarle intorno.

Nello stesso periodo, però, un altro chitarrista è ormai entrato stabilmente nella vita di George Harrison. Si chiama Eric Clapton.

L’amico di George

Harrison e Clapton sono molto vicini e la loro amicizia è anche musicale. Nel 1968 Eric entra addirittura nel mondo chiuso dei Beatles per suonare la chitarra solista in While My Guitar Gently Weeps; negli anni successivi i due continueranno a frequentarsi e a collaborare. Prima che la loro amicizia venga attraversata dall’amore per la stessa donna, accade però una piccola scena che, conoscendo ciò che sarebbe successo dopo, sembra possedere qualcosa di cinematografico.

Nella primavera del 1969 Harrison, esasperato dalle riunioni e dalle questioni amministrative della Apple, decide di sottrarsi per un giorno alle tensioni che circondano i Beatles e va a trovare Clapton nella sua casa nel Surrey. È una delle prime giornate veramente luminose dopo l’inverno. George prende una delle chitarre acustiche dell’amico, esce in giardino e comincia a scrivere Here Comes the Sun, che sarà poi pubblicata su Abbey Road. Pattie non è il soggetto di quella canzone: Harrison ne avrebbe ricondotto la nascita soprattutto al sollievo provato nell’allontanarsi per qualche ora dalle pressioni della Apple e da un inverno inglese particolarmente lungo. Ma conoscendo ciò che sta per accadere, l’immagine acquista un significato involontario e potentissimo: George Harrison sta scrivendo una delle canzoni più luminose della propria vita nel giardino dell’uomo che si innamorerà di sua moglie.

Eric è ancora l’amico di George. Pattie è ancora la moglie di George. Nessuno dei tre può sapere quale intreccio sta per formarsi tra loro. Ma poco dopo la musica cambia completamente tono, perché Clapton si innamora di Pattie. Non di una donna lontana, ma della moglie di uno dei suoi amici più stretti.

Layla

Nel 1970 quel sentimento è diventato abbastanza forte da produrre lettere nelle quali Clapton chiede a Pattie di rivelargli ciò che prova. Alcune di quelle lettere sono rimaste con Boyd per oltre mezzo secolo e sono riemerse pubblicamente quando lei ha deciso di mettere all’asta parte del proprio archivio personale. In una di esse Clapton arriva a firmarsi “Layla”.

Il nome rimanda alla storia persiana di Layla e Majnun, nella quale un uomo ama una donna che non può avere fino a essere consumato dal proprio desiderio. Clapton riconosce qualcosa della propria situazione in quel racconto: Pattie è sposata con Harrison e lui non riesce a smettere di pensarla. Da quella tensione nasce Layla, registrata con Derek and the Dominos e pubblicata nel 1970.

Questa volta la musica che circonda Pattie non ha più la delicatezza di Something. Layla implora, precipita, esplode. Clapton le fa ascoltare la registrazione e lei capisce immediatamente di cosa parla. Boyd avrebbe ricordato di essere rimasta impressionata dalla forza e dalla bellezza della canzone, ma anche profondamente a disagio: voleva ancora salvare il proprio matrimonio e quella che avrebbe dovuto essere una passione segreta era diventata una dichiarazione pubblica.

È qui che la sua posizione diventa straordinariamente complessa. Noi possiamo ascoltare Layla come una delle grandi canzoni rock del Novecento; Pattie Boyd non poteva ascoltarla nello stesso modo. Dietro la voce c’era un uomo che conosceva, dietro quel nome c’era lei e dietro l’intera dichiarazione c’era suo marito, che era anche amico dell’uomo che stava cantando. Per milioni di persone era una canzone. Per Pattie era la propria vita a volume altissimo.

Quando la musica cambia tono

Boyd non lascia immediatamente Harrison per Clapton. Resiste a lungo alle attenzioni di Eric e il matrimonio con George prosegue ancora per alcuni anni, fino alla separazione nel 1974 e al successivo divorzio. La relazione con Clapton diventa poi la nuova realtà della sua vita e i due si sposeranno nel 1979. Ed è proprio durante questo passaggio che la musica cambia completamente.

La donna irraggiungibile di Layla adesso è lì. Non occorre più implorarla, basta aspettarla.

Una sera del 1976 Pattie ed Eric devono uscire. Lei è al piano superiore e continua a cambiare vestito, indecisa su cosa indossare; Clapton aspetta al piano di sotto suonando la chitarra. Pattie impiega molto tempo e, quando finalmente scende, è convinta che Eric sarà irritato. Invece lui le chiede di ascoltare quello che ha appena scritto. È Wonderful Tonight. Boyd ha raccontato personalmente quella scena: la canzone era nata nel tempo che lei aveva impiegato a scegliere i vestiti, sistemarsi i capelli e prepararsi per uscire.

La distanza fra Layla e Wonderful Tonight racconta quasi da sola ciò che è accaduto. Nella prima Clapton chiede disperatamente a Pattie di scegliere lui; nella seconda non deve più convincerla ad arrivare, deve soltanto aspettare che finisca di prepararsi. E forse è proprio questa normalità a rendere Wonderful Tonight così potente.

Una donna davanti allo specchio

Non accade quasi niente nella canzone. Una donna si prepara per uscire, cerca conferme sul proprio aspetto, va a una festa con il compagno e alla fine della serata torna a casa con lui. Dopo la febbre di Layla, proprio questa assenza di dramma diventa significativa. La donna che pochi anni prima era stata trasformata nell’oggetto di un desiderio impossibile viene riportata dentro la quotidianità: non più Layla, personaggio di una leggenda persiana, ma Pattie, una donna che non sa quale vestito mettere e un uomo che la guarda mentre si prepara.

C’è anche una seconda parte della canzone che spesso viene oscurata dalla celebrità del suo ritornello. Al ritorno dalla serata è lei a prendersi cura di lui, ad accompagnarlo a casa quando non sta bene. Sarebbe forzato leggere ogni dettaglio come il resoconto letterale di quella specifica notte, ma conoscendo la storia successiva della coppia quella dinamica assume un peso particolare. Boyd avrebbe raccontato di aver dedicato moltissimo di sé sia a Harrison sia a Clapton, fino a descrivere anni dopo il ruolo della “musa” in termini molto meno romantici: per lei significava anche essere costantemente presente per qualcun altro, talvolta a discapito di se stessa.

Ed è proprio qui che Wonderful Tonight smette di essere soltanto la canzone di un uomo che trova bellissima la propria compagna. Dentro quella semplicità c’è anche una forma di affidamento: lui la guarda, la desidera, ma ha anche bisogno di lei.

Le canzoni non salvano le storie

Essere celebrati dentro una canzone non protegge un amore da ciò che accade fuori dalla musica. Il matrimonio fra Boyd e Clapton sarà segnato dalle dipendenze e dalle infedeltà del chitarrista e finirà negli anni Ottanta. Pattie, che aveva già visto Something, Layla e Wonderful Tonight trasformare momenti diversi della propria vita sentimentale in musica, si ritrova così davanti a un’ultima e molto diversa esperienza.

Nel 1989 Clapton pubblica Old Love, scritta insieme a Robert Cray. Se Layla apparteneva al desiderio e Wonderful Tonight alla presenza, Old Love arriva quando la relazione è ormai finita e resta il problema di liberarsi di ciò che si è provato. Boyd disse che questa volta la canzone l’aveva ferita: la fine di una relazione era già abbastanza triste e sentirla diventare nuovamente materia musicale rendeva tutto ancora più doloroso, soprattutto perché lei non poteva «rispondere».

È una frase che cambia la prospettiva sull’intera storia, perché ricorda che essere la persona raccontata in una canzone non significa necessariamente possedere quella storia. A volte significa, al contrario, perderne il controllo. George ed Eric potevano prendere ciò che provavano, trasformarlo in parole e musica e consegnarlo al pubblico. Pattie poteva soltanto ascoltare anche la propria vita raccontata dalla voce di qualcun altro.

Pattie, non la musa

La parola che accompagna quasi inevitabilmente Pattie Boyd è “musa”. È comprensibile: poche persone possono essere associate in maniera così diretta a canzoni della statura di Something, Layla e Wonderful Tonight. Ma definirla soltanto così rischia di trasformarla in ciò che non è mai stata, una figura immobile davanti alla quale gli uomini creano. Boyd aveva una propria carriera come modella e successivamente come fotografa e, soprattutto, era la persona che doveva vivere le conseguenze delle storie che quelle canzoni trasformavano in arte. Lei stessa, parlando molti anni dopo dei rapporti con Harrison e Clapton, avrebbe dato della parola “musa” una definizione molto meno decorativa: essere sempre presente per loro, offrire molto di se stessa, qualche volta troppo.

La sua testimonianza permette allora di ascoltare quelle canzoni in maniera diversa. Something conserva la sorpresa di sentirsi amata; Layla anche il disagio di essere desiderata pubblicamente quando non si è ancora disposti ad abbandonare il proprio matrimonio; Wonderful Tonight la tenerezza di una quotidianità finalmente condivisa; Old Love il dolore di scoprire che persino la fine può diventare una canzone scritta dall’altro. Non sono quattro versioni della stessa donna, ma quattro momenti della sua vita osservati attraverso gli uomini che l’hanno amata.

La musica che le balla intorno

Forse la fotografia più bella di Pattie Boyd non è allora quella della donna contesa tra George Harrison ed Eric Clapton. È quella di una donna che ascolta. George torna dallo studio e mette una cassetta. Eric le fa sentire Layla. Qualche anno dopo lei scende le scale, ancora preoccupata per il vestito e convinta di averlo fatto aspettare troppo, e trova lo stesso uomo con una chitarra e una nuova canzone. Poi gli anni passano, gli amori finiscono e arriva ancora della musica a raccontare qualcosa che apparteneva anche a lei.

Per decenni le canzoni hanno continuato a muoversi delicatamente — e qualche volta violentemente — intorno alla vita di Pattie Boyd. L’hanno amata, desiderata, idealizzata, esposta e infine perduta. Ma possiedono una capacità che gli amori non hanno: possono fermare un momento senza impedire al tempo di continuare.

Così, da qualche parte, Pattie ha ancora poco più di vent’anni e George le sta facendo ascoltare Something. Da un’altra parte è ancora la donna irraggiungibile davanti alla quale Eric Clapton implora Layla. E in un’altra sera ancora è al piano superiore, cambia vestito per l’ennesima volta e teme di aver fatto aspettare Eric troppo a lungo. Quando finalmente scende, lui non è arrabbiato: ha una chitarra tra le mani e una canzone appena nata.

Pattie Boyd non poteva sapere quanto sarebbero durati quegli amori. Le canzoni, invece, sarebbero rimaste. E mentre la sua vita continuava ad andare avanti, una parte di lei era già diventata musica.

Simone Cavagnino
Simone Cavagninohttps://www.soundinia.it
Simone Cavagnino è giornalista, autore e speaker radiofonico. Laureato in Scienze Giuridiche, si occupa di giornalismo culturale, musicale e comunicazione istituzionale. Ha collaborato con l'emittente televisiva Infochannel TV Sardinia, ha diretto Unica Radio e ha scritto per JAZZIT, altre riviste nazionali e quotidiani regionali. Nel 2014 ha curato il documentario La memoria del suono, dedicato all'artista Pinuccio Sciola. Nel 2018 ha pubblicato, insieme al giornalista Claudio Loi, il volume Sardegna, jazz e dintorni (Aipsa Edizioni). Attualmente cura la comunicazione di alcuni tra i principali festival culturali della Sardegna e dirige Soundinia, testata giornalistica dedicata alla cultura, alla musica e ai territori del Mediterraneo.

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