Chi, se non Marcus Miller, avrebbe potuto rendere omaggio a Miles Davis nel centenario della sua nascita? Pochi musicisti possono vantare un legame tanto profondo con il trombettista che ha cambiato per sempre la storia del jazz. Bassista, sassofonista, compositore, produttore e polistrumentista tra i più influenti degli ultimi quarant’anni, Miller è stato uno degli uomini chiave dell’ultima fase creativa di Miles Davis. Insieme hanno condiviso palchi, tournée e registrazioni, dando vita ad album fondamentali come Tutu (1986), di cui Miller fu principale autore, arrangiatore e produttore, e Amandla (1989). Un sodalizio artistico che andava ben oltre il ruolo di sideman e che contribuì a definire il suono dell’ultimo Miles.
Era quindi difficile immaginare una figura più autorevole per guidare We Want Miles!, il progetto con cui domenica sera, 19 luglio, il CultureFestival ha celebrato alla MusiCa Arena della Fiera di Cagliari il centenario della nascita di Miles Davis. Un concerto straordinario, destinato a rimanere nella memoria di chi ha avuto la fortuna di esserci.
Organizzato dall’associazione Sardinia Pro Arte nell’ambito del cartellone Cagliari dal vivo, con la direzione artistica del compositore e violinista Simone Pittau, l’appuntamento rappresentava uno degli eventi jazzistici più importanti dell’estate italiana. Nemmeno la concomitanza con la finale dei Campionati del Mondo di calcio è riuscita a sottrarre pubblico alla serata. La platea della Fiera si è riempita di appassionati, consapevoli di trovarsi davanti a un’occasione irripetibile: vedere riuniti sullo stesso palco alcuni dei protagonisti della rivoluzione elettrica di Miles Davis.
Ad aprire il concerto è stato proprio Simone Pittau, che ha condiviso con il pubblico il proprio legame personale con la musica di Davis, nata negli anni degli studi al Conservatorio, quando il repertorio del trombettista americano rappresentava una scoperta continua e una fonte inesauribile di ispirazione. Un’introduzione sincera, capace di trasmettere quanto quel concerto fosse prima di tutto un atto d’amore verso uno degli artisti più influenti del Novecento.

Poi le luci si abbassano. Sul palco salgono Marcus Miller, Bill Evans, Mike Stern, Mino Cinelu, Russell Gunn, Brett Williams e Anwar Marshall. L’emozione è immediata. Non sono semplicemente grandi musicisti. Sono gli alfieri di Miles Davis, uomini che hanno condiviso con lui quella stagione irripetibile in cui il jazz decise di abbattere ogni confine per incontrare il rock, il funk e la musica afroamericana contemporanea. Sono monumenti viventi della storia della musica e, allo stesso tempo, conservano il sorriso genuino di chi continua a divertirsi sul palco come il primo giorno.
Il concerto si apre con It’s About That Time, e fin dalle prime battute appare chiaro che non si assisterà a una celebrazione nostalgica. La musica è viva, potente, attuale. Il suono della band è impressionante. Non è soltanto una questione di volume: è una materia viva che attraversa il corpo. Il basso di Marcus Miller diventa il centro gravitazionale dell’intera serata. Ogni nota sembra risuonare nel petto prima ancora che nelle orecchie, con quel timbro profondo, elastico e percussivo che da decenni rappresenta una delle firme sonore più riconoscibili della musica contemporanea. Il groove è incessante, il cuore pulsa insieme al basso, mentre il pubblico si lascia trascinare dentro un flusso sonoro che non concede distrazioni.
Accanto a lui Bill Evans conferma di essere uno dei grandi sassofonisti della scuola post-milesiana. Il suo fraseggio alterna lirismo, aggressività e libertà espressiva, dialogando continuamente con Mike Stern, la cui chitarra mantiene intatta quella miscela di blues, rock e jazz che lo ha reso uno dei musicisti più influenti della sua generazione.

Miller dirige il gruppo con una naturalezza disarmante. Più che un leader sembra un regista che lascia spazio ai protagonisti senza mai perdere il controllo della narrazione musicale. Ogni sguardo, ogni sorriso, ogni cenno rivolto a Evans o Stern racconta una complicità costruita in decenni di musica condivisa. A completare il quadro c’è Russell Gunn, chiamato al compito più delicato della serata: raccogliere idealmente l’eredità della tromba di Miles Davis. Sarebbe un peso enorme per chiunque, ma Gunn lo affronta con personalità, tecnica impeccabile ed eleganza. Non cerca mai di imitare Miles. Ne raccoglie lo spirito, lasciando parlare la propria voce musicale con autorevolezza e maturità.

Tra un brano e l’altro Marcus Miller si concede al racconto. Con semplicità si rivolge idealmente al suo maestro: “Happy Birthday, Miles”. Poi accompagna il pubblico dentro uno dei capitoli più rivoluzionari della storia della musica. Ricorda la svolta elettrica tra il 1969 e il 1970, spiegando come molti all’epoca non riuscirono a comprenderla, convinti che Miles avesse tradito il jazz. Altri, invece, capirono subito che stava assistendo alla nascita di qualcosa di completamente nuovo. Miles Davis ebbe l’intuizione di introdurre stabilmente il basso elettrico e di contaminare il proprio linguaggio con il funk, il rock e la psichedelia, guardando ad artisti come Jimi Hendrix, Sly & The Family Stone e James Brown. Una trasformazione favorita anche dalla frequentazione di Betty Davis, figura determinante nell’aprirgli le porte della nuova musica afroamericana di quegli anni.
Le parole di Miller trovano immediatamente una traduzione sonora. In a Silent Way emerge con tutta la sua eleganza sospesa. Brett Williams ricama sul Fender Rhodes con un tocco raffinato, restituendo quelle atmosfere liquide e contemplative che hanno reso immortale il capolavoro del 1969. Poi arriva Bitches Brew. Più che un’esecuzione è un’esperienza. Il gruppo costruisce una trama ritmica ipnotica sulla quale ogni musicista trova il proprio spazio, in un continuo intreccio di improvvisazioni che dimostra quanto quella musica sia ancora oggi incredibilmente moderna. È il momento in cui si comprende davvero la portata della rivoluzione di Miles Davis: una musica senza etichette, che continua a guardare avanti anche a distanza di oltre mezzo secolo.

In questo contesto Mino Cinelu offre una lezione di musicalità. Il percussionista francese è semplicemente straordinario. Ogni intervento aggiunge colori, dinamiche e sfumature, senza mai eccedere. È uno di quei musicisti che riescono a elevare il livello dell’intero ensemble semplicemente con la qualità del proprio ascolto. Nel corso della serata Marcus Miller sorprende il pubblico posando il basso per imbracciare il sassofono, lo strumento con cui aveva iniziato il proprio percorso musicale negli anni della formazione. È un ritorno alle origini che racconta molto del suo percorso artistico e della sua inesauribile curiosità musicale.

Tra i momenti più coinvolgenti del concerto c’è Jean-Pierre. Prima di iniziare, Miller racconta come quel tema potrebbe essere suonato perfino da una madre al proprio bambino. È semplicissimo. Poche note appena. Invita tutto il pubblico a cantare il tema insieme a lui, e tutti rispondono con entusiasmo. Eppure proprio quella semplicità racchiude il genio di Miles Davis. La capacità di costruire un universo musicale partendo da un’idea essenziale, lasciando poi che fossero l’immaginazione e l’improvvisazione a fare il resto. È una lezione di composizione oltre che di interpretazione.
Dopo aver attraversato pagine fondamentali come Aida, Fat Time, My Man’s Gone Now e Catembe, il concerto si avvia verso la conclusione, ma il pubblico non ha alcuna intenzione di lasciar andare i musicisti. Il bis è inevitabile.

Le prime note di Tutu vengono accolte da un lungo applauso. Non poteva esserci chiusura più significativa. Quel brano rappresenta il punto più alto della collaborazione tra Marcus Miller e Miles Davis, il simbolo di un’epoca in cui il jazz continuava a reinventarsi senza paura di contaminarsi. È anche il modo migliore per chiudere un concerto che non è stato un esercizio di memoria, ma un’autentica dichiarazione di vitalità.
Marcus Miller lo aveva detto alla vigilia: l’obiettivo non era guardare nostalgicamente al passato, ma “proiettare Miles nel futuro”. Alla Fiera di Cagliari quella promessa è stata mantenuta fino all’ultima nota. Per oltre un’ora e mezza Miles Davis è sembrato ancora vivo. Non come un ricordo, ma come una presenza costante, capace ancora oggi di indicare nuove direzioni alla musica. Ed è probabilmente questo il tributo più bello che si potesse immaginare nel centenario della sua nascita.



