Prima parte di un lungo dialogo con Aldo Brigaglia: gli anni della formazione, il giornalismo, la pubblicità, la comunicazione istituzionale e gli incontri che hanno segnato una delle figure più autorevoli della comunicazione sarda.
Ci sono persone che attraversano la storia della comunicazione senza limitarsi a raccontarla. Aldo Brigaglia appartiene a questa categoria. Giornalista, pubblicitario, comunicatore istituzionale, autore e intellettuale, nella lunga conversazione con Soundinia ripercorre oltre ottant’anni di vita intrecciando ricordi personali e riflessioni sul mestiere di comunicare, sulla cultura e sull’identità della Sardegna.
Nato a Sassari il 20 aprile 1940, Brigaglia racconta un’infanzia segnata dalla curiosità, dai libri e dalle lunghe camminate verso la scuola. È proprio in quegli anni che nasce anche una precoce fascinazione per l’America Latina, destinata a trasformarsi molti anni dopo in uno dei fili conduttori della sua vita culturale e professionale.
L’ingresso nel giornalismo arriva prestissimo. A soli quattordici anni inizia a frequentare una redazione sassarese grazie al fratello maggiore Manlio, vivendo da vicino il lavoro dei giornalisti e scoprendo quasi subito quella che considera la propria inclinazione naturale: scrivere titoli. Per Brigaglia il titolo è l’esercizio più difficile del giornalismo, perché costringe alla sintesi senza rinunciare alla precisione e alla forza evocativa.
Dopo la laurea in Giurisprudenza, scelta più per ragioni pratiche che per vocazione, arriva Milano. Qui lavora come copywriter nell’agenzia fondata da Rodolfo Mura, entrando nel mondo della grande pubblicità italiana degli anni Settanta. È un periodo che ricorda come una vera scuola professionale, caratterizzata da rigore, preparazione e soprattutto deontologia.
Per Brigaglia la pubblicità non può permettersi di mentire. Può utilizzare l’iperbole, evocare emozioni, costruire immaginari, ma non deve mai ingannare il consumatore. Una convinzione che attraversa tutta la sua carriera e che diventerà anche il tema del volume Effetti collaterali della pubblicità, dedicato ai rischi di una comunicazione priva di correttezza professionale.
Rinunciando alla possibilità di costruire una carriera internazionale, sceglie di tornare in Sardegna. Per circa vent’anni dirige l’ufficio stampa del Centro di Programmazione della Regione, vivendo dall’interno una stagione fondamentale della comunicazione istituzionale legata al Piano di Rinascita. Sono anni in cui i comunicati stampa vengono ancora consegnati materialmente alle redazioni, quando il rapporto diretto tra giornalisti e istituzioni costituisce il cuore del lavoro quotidiano.
Nel suo racconto emerge anche una visione lucida del turismo. Secondo Brigaglia la Sardegna ha commesso a lungo l’errore di raccontarsi quasi esclusivamente attraverso il mare, mentre il patrimonio culturale, archeologico e identitario dell’isola avrebbe meritato una valorizzazione più ampia. La comunicazione turistica, sostiene, non può limitarsi a descrivere ciò che un territorio possiede: deve prima comprendere cosa cerca realmente il pubblico e mettere in relazione domanda e offerta.
La sua esperienza professionale si intreccia continuamente con quella culturale. Ricorda il rapporto con grandi figure come Fiorenzo Serra, Salvatore Mannuzzu e Stefano Asili, di cui fu uno dei primi sostenitori, contribuendo alla formazione di numerosi grafici e direttori creativi destinati a diventare protagonisti della comunicazione italiana.
Tra gli incontri decisivi della sua vita c’è quello con gli Inti-Illimani. Avvenuto pochi giorni prima del colpo di Stato di Augusto Pinochet in Cile, si trasforma in un’amicizia destinata a durare decenni. Da quell’intervista nasce un legame umano e culturale profondissimo, alimentato dall’interesse per l’America Latina e dall’impegno civile condiviso.

Nella parte conclusiva dell’intervista Brigaglia riflette anche sull’evoluzione della pubblicità e dei media. Se negli anni del Carosello e della televisione delle origini la comunicazione aveva, a suo giudizio, una forte funzione culturale oltre che commerciale, oggi osserva un sistema molto più frammentato, dominato dagli algoritmi, dai social network e da una progressiva perdita di qualità linguistica e creativa.
Resta però una convinzione che accompagna tutta la sua storia professionale: comunicare significa assumersi una responsabilità. Che si tratti di un titolo di giornale, di una campagna pubblicitaria o di una strategia turistica, ogni parola produce conseguenze. Ed è proprio questa responsabilità, prima ancora del talento creativo, ad aver guidato il lungo percorso di Aldo Brigaglia.



