Live Aid 1985, il giorno infinito di Phil Collins

Il 13 luglio 1985 si esibì al Live Aid di Londra, lasciò Wembley in elicottero, attraversò l’Atlantico sul Concorde e raggiunse Philadelphia. Nello stesso giorno cantò due volte Against All Odds e In the Air Tonight, suonò con Sting ed Eric Clapton e finì alla batteria nella tormentata reunion dei Led Zeppelin. Storia di una giornata diventata il simbolo perfetto dell’onnipresenza di Phil Collins negli anni Ottanta.

Phil Collins ha appena finito di suonare sul palco dello stadio di Wembley. È il pomeriggio del 13 luglio 1985 e potrebbe considerare conclusa la propria parte in quello che sta diventando uno degli eventi musicali più grandi mai organizzati. Invece deve andarsene in fretta. Fuori dallo stadio lo aspetta un elicottero diretto all’aeroporto di Heathrow, dove prenderà un Concorde della British Airways per New York. Una volta attraversato l’Atlantico salirà su un altro elicottero e raggiungerà Philadelphia. Il motivo è semplice e, ancora oggi, quasi assurdo: Collins deve raggiungere il suo prossimo palco. È dall’altra parte dell’oceano.

Quella che resterà nella memoria come una delle imprese più spettacolari del Live Aid, però, almeno nel racconto dello stesso Collins non nasce come una dimostrazione di onnipresenza. Il musicista è impegnato nel tour di No Jacket Required e sa che molti degli artisti con i quali vorrebbe condividere quella giornata saranno negli Stati Uniti. Tra loro ci sono Eric Clapton e Robert Plant, due musicisti con i quali ha già lavorato. Collins avrebbe ricordato di aver espresso un desiderio molto più semplice: voleva suonare la batteria con qualcuno. A quel punto qualcuno gli fece notare che esisteva un modo per partecipare a entrambi i concerti. Si chiamava Concorde.

Il mondo dentro due stadi

Il Live Aid nasce dalla mobilitazione avviata da Bob Geldof e Midge Ure contro la carestia in Etiopia e dalla precedente esperienza di Band Aid. Il 13 luglio 1985 il progetto assume dimensioni senza precedenti: due grandi concerti si svolgono principalmente allo stadio di Wembley, a Londra, e al John F. Kennedy Stadium di Philadelphia, collegati attraverso una gigantesca trasmissione internazionale. Sul palco londinese passano, tra gli altri, U2, Dire Straits, David Bowie, The Who, Elton John e Queen; negli Stati Uniti si alternano artisti come Madonna, Neil Young, Eric Clapton e Bob Dylan. L’idea stessa dell’evento è quella di comprimere le distanze: per qualche ora Londra e Philadelphia devono sembrare parti dello stesso enorme concerto.

Phil Collins, in quel momento, sembra quasi l’uomo perfetto per trasformare letteralmente quell’idea in realtà. Ha trentaquattro anni, è ancora il cantante e batterista dei Genesis, ma la sua carriera solista ha ormai raggiunto dimensioni planetarie. No Jacket Required, pubblicato pochi mesi prima, lo ha definitivamente portato nel centro del pop degli anni Ottanta, trascinato da singoli come Sussudio, One More Night e Don’t Lose My Number. Eppure Collins continua a considerarsi anche, e profondamente, un batterista: un ruolo che non vive affatto come secondario rispetto alla notorietà conquistata come cantante.

È proprio da questa identità multipla che nasce il suo Live Aid. Non vuole semplicemente esibirsi due volte: vuole cantare le proprie canzoni, accompagnare altri artisti e tornare dietro una batteria.

Wembley

Il pomeriggio londinese comincia con Sting e Branford Marsalis. Collins entra nel set e porta con sé due brani che ormai bastano a identificarlo davanti a qualsiasi pubblico: “Against All Odds (Take a Look at Me Now)” e “In the Air Tonight”. Con Sting esegue anche “Long Long Way to Go” ed “Every Breath You Take”. Le cronologie del concerto collocano il set tra le 15.20 e le 15.45 circa.

Collins porta invece a Wembley due canzoni appartenenti a due momenti diversi della sua storia: “In the Air Tonight”, il brano che nel 1981 aveva aperto la sua vita da solista, e “Against All Odds”, la ballata pubblicata l’anno precedente per il film omonimo.

Finito il set, mentre il Live Aid londinese continua, Collins deve abbandonare Wembley. Il pubblico resta nello stadio; lui prende un elicottero per Heathrow.

Il viaggio è cominciato.

Live Aid Wembley 1985

Un Concorde tra due concerti

La possibilità di realizzare l’impresa dipende da una macchina che rappresenta perfettamente l’immaginario tecnologico di quegli anni. Il Concorde può attraversare l’Atlantico a velocità supersonica e il fuso orario fa il resto. Collins sale sul volo di linea della British Airways delle 18.30 diretto a New York. In poche ore passa dal palco di Wembley a un aereo che viaggia verso gli Stati Uniti.

A bordo accade anche uno degli episodi più curiosi della giornata. Tra i passeggeri c’è Cher. Collins non l’ha mai incontrata e va a salutarla; secondo il suo successivo racconto, scopre che la cantante non sa praticamente nulla di ciò che sta accadendo al Live Aid. Quando le spiega dove sta andando, Cher gli domanda se possa partecipare. Collins non è in grado di organizzare niente e, una volta arrivati negli Stati Uniti, i due si separano. Molte ore più tardi, quando sarà ormai tornato a New York, accenderà il televisore nella propria camera d’albergo e scoprirà che Cher è riuscita davvero a raggiungere Philadelphia: è sul palco insieme agli altri artisti per il finale di “We Are the World”.

Collins, invece, appena atterrato non ha neppure il tempo di fermarsi. Sale su un altro elicottero diretto a Philadelphia. Ricorderà con ironia che quel trasferimento gli sembrò quasi più lungo del viaggio appena compiuto sul Concorde.

Quando arriva al JFK Stadium, la sua seconda giornata può cominciare.

Prima di tornare cantante, torna batterista

Collins non ha attraversato l’Atlantico soltanto per ripetere il proprio concerto. Uno dei motivi per cui ha voluto raggiungere Philadelphia è Eric Clapton, con il quale aveva già lavorato e per il quale avrebbe prodotto proprio nel 1985 Behind the Sun. Al Live Aid si mette alla batteria insieme a Jamie Oldaker mentre Clapton esegue “White Room”, “She’s Waiting” e “Layla”.

È un particolare che racconta bene il paradosso della sua carriera in quel momento. Collins è ormai una popstar abbastanza grande da attraversare l’Atlantico sul Concorde sotto gli occhi della stampa internazionale, ma appena arriva dall’altra parte si siede dietro la batteria per accompagnare un altro musicista.

Poi torna davanti al pubblico con il proprio nome.

E ricomincia esattamente da dove aveva lasciato Londra.

“Against All Odds”.

“In the Air Tonight”.

Le stesse due canzoni, nello stesso giorno, davanti a due stadi separati da un oceano. Il set americano dura appena una decina di minuti. Sono circa le otto di sera a Philadelphia. Per l’orologio di Collins, naturalmente, è già notte fonda.

L’impresa potrebbe finire qui. Sarebbe già abbastanza per consegnare quella giornata alla storia del Live Aid.

Ma Collins deve ancora suonare con i Led Zeppelin.

Phil Collins - Live Aid 1985 - Philadelphia

Una reunion che nessuno riesce davvero a controllare

La parte più controversa della storia nasce da un equivoco di prospettiva. Collins conosce bene Robert Plant: ha suonato nei suoi primi lavori solisti successivi allo scioglimento dei Led Zeppelin. Durante il tour di No Jacket Required, secondo il suo racconto, incontra Plant a Dallas e i due parlano della possibilità di fare qualcosa insieme al Live Aid con Jimmy Page. Collins accetta pensando a una collaborazione tra amici. Quando arriva a Philadelphia comprende che la situazione è diventata qualcosa di molto più grande: una reunion dei Led Zeppelin.

Robert Plant, Jimmy Page e John Paul Jones non suonavano insieme pubblicamente dalla fine del gruppo seguita alla morte di John Bonham nel 1980. Al JFK Stadium vengono affiancati da Paul Martinez e da due batteristi, Tony Thompson e Phil Collins. Il repertorio non lascia dubbi sul peso dell’operazione: “Rock and Roll”, “Whole Lotta Love” e “Stairway to Heaven”. Il sito ufficiale dei Led Zeppelin documenta proprio questa formazione e i tre brani eseguiti quella sera.

Live Aid JFK Stadium 1985

Ma qualcosa non funziona.

Le prove sono insufficienti e l’intesa tra i musicisti è precaria. Collins racconterà di aver parlato con Tony Thompson prima di salire sul palco per organizzare il lavoro delle due batterie, una situazione che conosceva bene, ricavandone però l’impressione che l’altro batterista non desiderasse particolarmente la sua presenza. Una volta iniziata l’esibizione, capisce rapidamente che la serata sta prendendo una direzione difficile.

Negli anni successivi quella performance diventerà terreno di recriminazioni e nascerà una versione molto più semplice della storia: Phil Collins avrebbe rovinato la reunion dei Led Zeppelin. Ma le testimonianze restituiscono una situazione assai meno lineare. Collins stesso non ha mai sostenuto che l’esibizione fosse riuscita; al contrario, l’ha definita apertamente un disastro, attribuendo però i problemi alla preparazione complessiva e alle condizioni della reunion. La performance fu certamente travagliata. Ridurre tutto all’errore di un solo musicista significa trasformare una situazione confusa in una leggenda molto più ordinata di quanto furono realmente quei minuti.

Per Collins, soprattutto, quello avrebbe dovuto essere il momento in cui tornava semplicemente a fare ciò per cui aveva attraversato l’oceano: suonare la batteria con alcuni amici. Si ritrovò invece dentro uno degli incontri più attesi della storia del rock.

Il giorno in cui Phil Collins fu ovunque

Quando la sua parte al Live Aid è finalmente conclusa, Collins rinuncia a restare fino alla fine. Avrebbe dovuto partecipare a “We Are the World”, ma per il suo corpo è ormai quasi mezzanotte secondo l’orario britannico e la stanchezza ha preso il sopravvento. Torna a New York, raggiunge l’albergo e accende la televisione. È allora che vede Cher, incontrata poche ore prima sul Concorde, cantare sul palco che lui ha appena lasciato.

Solo mettendo in fila gli avvenimenti si comprende la dimensione della giornata. Phil Collins aveva suonato con Sting a Wembley, attraversato Londra in elicottero, preso il Concorde per New York, raggiunto Philadelphia con un secondo elicottero, suonato la batteria con Eric Clapton, tenuto un altro set a proprio nome e infine partecipato alla reunion dei Led Zeppelin. Tutto il 13 luglio 1985. La documentazione ufficiale del Live Aid lo ricorda come l’artista che quel giorno si esibì davanti sia alle 72 mila persone di Wembley sia alle circa 100 mila di Philadelphia.

A distanza di decenni, Collins ha riconosciuto anche il rovescio della medaglia. Nel 2026 ha ricordato di aver inizialmente pensato che altri artisti avrebbero compiuto lo stesso trasferimento tra i due concerti e di essersi poi preoccupato che, essendo rimasto l’unico a farlo, l’impresa potesse sembrare un modo per mettersi in mostra.

È una considerazione che assume un significato particolare guardando alla sua carriera di quegli anni. Phil Collins sembrava realmente essere dappertutto: Genesis, dischi solisti, produzioni, colonne sonore, collaborazioni, batteria per altri artisti. Il doppio Live Aid finì per trasformare quell’onnipresenza artistica in un’immagine concreta. Non gli bastava più comparire contemporaneamente nelle classifiche con progetti differenti: per un giorno riuscì perfino a essere, quasi contemporaneamente, su due lati dell’Atlantico.

Eppure tutto era cominciato con un desiderio molto meno grandioso. Collins voleva semplicemente suonare. A Philadelphia c’erano Eric Clapton e Robert Plant, musicisti con i quali aveva già condiviso studi di registrazione e palchi, e qualcuno gli fece notare che esisteva un modo per raggiungerli dopo Wembley. Bastava prendere il Concorde.

Così quella che avrebbe potuto essere una normale partecipazione al Live Aid diventò una delle giornate più incredibili della sua carriera. Due stadi, due continenti, due volte Against All Odds e In the Air Tonight, la batteria con Eric Clapton e infine i Led Zeppelin. Tutto nell’arco dello stesso 13 luglio.

Phil Collins era partito da Wembley perché voleva tornare a sedersi dietro una batteria. Per farlo, attraversò un oceano. E per un giorno riuscì davvero a essere dove, negli anni Ottanta, sembrava essere sempre: dappertutto.

Simone Cavagnino
Simone Cavagninohttps://www.soundinia.it
Simone Cavagnino è giornalista, autore e speaker radiofonico. Laureato in Scienze Giuridiche, si occupa di giornalismo culturale, musicale e comunicazione istituzionale. Ha collaborato con l'emittente televisiva Infochannel TV Sardinia, ha diretto Unica Radio e ha scritto per JAZZIT, altre riviste nazionali e quotidiani regionali. Nel 2014 ha curato il documentario La memoria del suono, dedicato all'artista Pinuccio Sciola. Nel 2018 ha pubblicato, insieme al giornalista Claudio Loi, il volume Sardegna, jazz e dintorni (Aipsa Edizioni). Attualmente cura la comunicazione di alcuni tra i principali festival culturali della Sardegna e dirige Soundinia, testata giornalistica dedicata alla cultura, alla musica e ai territori del Mediterraneo.

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