Al Festival Internazionale Nuova Danza di Cagliari, il coreografo fiorentino rende omaggio a Pier Paolo Pasolini con Ma a che serve la luce? / Le ceneri di Gramsci, un intenso dialogo tra corpo, parola e memoria, nella dimensione raccolta del Teatro Carmen Melis.
Mancava dai palcoscenici cagliaritani da trentotto anni, Virgilio Sieni, maestro della coreografia e del movimento, approdato mercoledì (7 ottobre) al Teatro Carmen Melis per la quarantaquattresima edizione del Festival Internazionale Nuova Danza diretto da Cristiana Camba. Quando sbarcò per la prima in città, in duo con Alessandro Certini, era il 1988 per il festival Nuova Danza ideato da Paola Leoni.
Da allora, passo dopo passo, Sieni ha tracciato la rotta di un viaggio che, in maniera sempre profonda, sempre in equilibrio tra azione, pensiero e condivisione, ha attraversato i territori del mito e della filosofia, del teatro, della pittura e della musica, del poema e dell’umanesimo, passando per la fiaba, le marionette, il mondo dell’infanzia e della vecchiaia, la guerra e il rapporto padre-figlio.
Fino all’amato Pasolini, omaggiato in precedenti lavori,e a cui è dedicato Ma a che serve la luce?/Le ceneri di Gramsci, che ha debuttato nel novembre dello scorso anno in occasione del 50° anniversario della morte dello scrittore, poeta, regista, sceneggiatore e intellettuale bolognese. Per la tappa nel capoluogo sardo, Sieni sceglie un adattamento scenico differente dalle precedenti repliche proposte nel resto del Paese. La pièce, infatti, si consuma davanti a non più di trenta fortunati spettatori sistemati a semi cerchio sul palco.

Ma a che serve la luce?/Le ceneri di Gramsci diventa così uno spettacolo da camera (al termine molto applaudito) che ognuno dei presenti sente come qualcosa a lui dedicato. Uno spettacolo che ridefinisce la distanza-vicinanza emotiva tra pubblico e performer, attraverso una forma di teatro-danza in cui gesto e parola coesistono come piani performativi paralleli, specchio fedele dell’espressività umana.
Artista il cui segno ha una pregnanza indiscutibile, il coreografo fiorentino consegna una danza dell’esperienza e della sensibilità, dove il ritmo, più che nei gesti, sta nelle immagini che il suo corpo evoca, al punto da rimanere colpiti e contagiati dalla decisione di verità che in esso abita. Avvolto da una musica che in loop propone le amate Variazioni Goldberg, il coreografo-danzatore fende lo spazio con movimenti di braccia secchi, veloci, precisi, sui quali si “posano” parole quasi sussurrate che invitano a una riflessione su condizione umana e società contemporanea, tratte dal poemetto Le Ceneri di Gramsci scritto nel 1954 da Pasolini, la cui voce registrata affiora a tratti nel corso della serata.
Scandendo lentamente il testo, Sieni sale e scende dal palco, si arrampica su per le scale e da lì guarda il pubblico mentre continua a parlare. Poi vi ritorna, con una danza ancora una volta priva di enfasi tecnica, di virtuosismo esposto. Ma pregna della complessità del mondo, di uno svuotamento dal sé, che cattura e trascina verso una nuova e intima leggerezza del corpo.


