Alle 19.30 in piazza del Carmine l’attore genovese interpreta il testo di Dario Fo e Franca Rame. Nell’intervista a Soundinia racconta San Francesco, il grammelot, l’eredità del Premio Nobel e il mestiere dell’attore.
Attore di vaglia, Ugo Dighero approda sabato 12 settembre a Cagliari alle 19.30, in piazza del Carmine, per chiudere la rassegna Carmine 2026, promossa dal Comune di Cagliari e organizzata dal CeDAC, con Lu Santo Jullare Francesco di Dario Fo e Franca Rame, opera portata al debutto nella sua versione compiuta al Festival di Spoleto nel 1999. Lo spettacolo, a ingresso gratuito, è una produzione del Teatro Nazionale di Genova e CMC/Nidodiragno, con la collaborazione del Teatro della Juta e la regia di Giorgio Gallione.

«Gallione ha riscritto la drammaturgia. Abbiamo preso alcune delle giullarate dell’originale, collegandoci anche a Papa Francesco che, scegliendo questo nome, aveva voluto dare un segnale forte», dichiara l’attore genovese, conosciuto dal grande pubblico televisivo per aver vestito i panni di Giulio Pittaluga nella fiction Un medico in famiglia. «Lo spettacolo è comunque un riprendere e riguardare la figura di Francesco e ciò che ha fatto nel corso della sua vita».
Che è stata particolare. Francesco era un uomo imprevedibile, rigido, libero in tutto e sempre avanti.
«Ha imposto regole ferree. Era difficile nel 1300 figuriamoci oggi, dove ogni cosa passa per il denaro. Anche se c’è grande affetto e ammirazione per questo santo, non dimentichiamo che la Chiesa per cinque secoli ha praticamente cancellato la prima biografia scritta da Tommaso da Celano, discepolo e confratello. Francesco sarebbe inorridito guardando il mondo di oggi, dove la corsa al riarmo ci annuncia che una terza guerra mondiale è sempre più vicina. Stiamo correndo verso il precipizio e sembra che nessuno se ne accorga, oppure rimuoviamo il pensiero».
Che idioma utilizzerà?
«Mi sono rifatto alla prima versione di Fo, che utilizzava lo stesso grammelot di Mistero Buffo. Porto in scena quest’opera da più di trentacinque anni e quindi conosco bene quel linguaggio».
Francesco ha rappresentato il cambiamento, la rivoluzione: vede oggi qualche figura del genere dentro e fuori la Chiesa?
«Se c’è è difficile da individuare. Oggi non servirebbe essere neanche un pensatore straordinario come lui è stato, basterebbe il buon senso. E un uomo di buon senso non direbbe mai quello che ha detto il nostro Ministro degli esteri a proposito del Diritto internazionale, ovvero che vale fino a un certo punto. Siamo nel delirio più completo».
Perché la figura di Francesco trascende la sfera religiosa?
«Perché era un grande comunicatore, sapeva parlare alla gente in maniera chiara e sincera. Non è un caso che Francesco avesse studiato le tecniche comunicative utilizzate dai giullari. Quando la lingua italiana non era ancora nata, esistevano tanti idiomi provenienti da tutta la penisola e Francesco utilizzava questo grammelot, che abbracciava anche suoni onomatopeici e una grande mimica che gli permettevano di essere compreso un po’ da tutti. Egli stesso si considerava un giullare al servizio di Dio. Anche da questo punto di vista, è stata una figura particolare e di grandissima visione».
Lei è anche un attore comico: la comicità è un passaggio obbligato per diventare un buon attore drammatico?
«L’attore comico è sempre senza rete, se non fa ridere lo vedi subito. Per fare le famose rotture comiche devi conoscere la psicologia dei personaggi, devi trovare una forma, un equilibrio, una misura. In genere un buon attore comico è sicuramente un buon attore drammatico, mentre non è vero il contrario».
Un modello alto come Dario Fo che rischia l’irraggiungibilità, può causare frustrazioni?
«Oltre ad essere un grandissimo attore era anche un grandissimo autore. I testi, le tematiche, la scelta della storia, come viene raccontata, le sue opere hanno la nobiltà dei testi classici. Per cui avendo dei testi così potenti, tutto sta nel farli propri, secondo la propria sensibilità, le proprie caratteristiche. Imitare Fo sarebbe disastroso per chiunque. In tutto questo ho sempre cercato di dimenticarmi le sue interpretazioni, le sue registrazioni non le ho più guardate apposta. Essendoci a disposizione un grande testo, si può fare tutto il lavoro del mondo dal punto di vista attoriale per raggiungere un ottimo risultato».
Ezra Pound ha scritto: Il segreto dell’insegnamento ha a che fare con il teatro. Imitate semplicemente il miglior professore che avete conosciuto.
«Quella che si può imitare è la tecnica. Questo tipo di teatro affabulatorio, in cui un ad esempio un attore fa tutti i personaggi contemporaneamente, richiede una grande capacità tecnica e una recitazione che abbia un ritmo forsennato. Ci sono poi tante altre cose da tenere in considerazione riguardo al corpo».
Carlo Argiolas



