Giovanni Allevi al Teatro Lirico di Cagliari: tra musica, filosofia e il racconto della fragilità

Al Teatro Lirico, Giovanni Allevi è arrivato con il suo pianoforte e con un bagaglio di pensieri forse ancora più ingombrante della musica. La serata di sabato 30 maggio si è trasformata in un viaggio tra composizioni, ricordi personali, riferimenti filosofici e riflessioni sulla malattia, in un dialogo continuo con il pubblico che ha caratterizzato l’intero spettacolo sotto le insegne del CeDAC / Circuito Multidisciplinare dello Spettacolo dal Vivo in Sardegna 

Fin dalle prime battute il compositore marchigiano chiarisce la chiave di lettura dell’incontro. Prima ancora di sedersi al pianoforte parla del concetto cinese di “qi”, il soffio vitale che collega anima e corpo attraverso il respiro. Un tema che, spiega, oggi assume per lui un significato particolare, strettamente legato alla gestione del dolore fisico. Da questa riflessione prende forma “Aria”, brano dedicato proprio al respiro. Con la consueta sincerità, Allevi confessa al pubblico di essere aiutato dagli oppioidi nella gestione della sofferenza: «Se stasera farò qualche errore sarà colpa del dolore. Se invece succederà qualcosa di bello, il merito sarà degli oppioidi», scherza, strappando sorrisi e applausi.

La musica si alterna costantemente alla parola. Nessun brano viene eseguito consecutivamente: ogni composizione è introdotta da una spiegazione, un ricordo personale o una riflessione filosofica. Una scelta che da un lato consente di entrare nell’universo creativo dell’artista, dall’altro finisce talvolta per rallentare e penalizzare in maniera decisiva il ritmo complessivo dello spettacolo. Dopo “No More Tears”, dedicata alla necessità di non lasciare che il dolore abbia l’ultima parola, arriva “Japan”, la prima composizione scritta da Allevi quando aveva appena diciassette anni. Raccontandola si definisce un “disadattato”, aggiungendo con autoironia di esserlo rimasto ancora oggi.

Il percorso prosegue tra musica e pensiero. Per introdurre “Qui Danza” scomoda addirittura Hegel e la riflessione sul divino. Racconta la rosa come antica pista da ballo della società contadina e osserva come quel brano, pur essendo profondamente debitore al jazz contemporaneo, si sia intrecciato nella sua mente con suggestioni filosofiche apparentemente lontane. Ancora più articolata la riflessione che precede “Come Sei Veramente”. Citando Sant’Agostino e il “De Trinitate”, Allevi sviluppa il concetto di una creazione che coincide con un gesto d’amore: Dio conosce il mondo perché lo ama e lo ama perché lo conosce. Da qui la conclusione che soltanto chi ama davvero è in grado di vedere l’altro per ciò che è realmente. L’amore ritorna anche nella presentazione del brano, diventato negli anni colonna sonora di uno spot automobilistico. «Da quando è successo, ogni volta che lo suono mi sembra di vedere passare una macchina», scherza il pianista.

Tra i momenti più intensi della serata c’è la riflessione sullo stoicismo. Citando Zenone di Cizio, Seneca, Epitteto e Marco Aurelio, Allevi collega la filosofia antica alla propria esperienza personale. Invita il pubblico a non lasciarsi condizionare dal giudizio degli altri, affrontando anche il tema dell’odio sui social network e della difficoltà contemporanea di esercitare un autentico diritto all’oblio. Da queste considerazioni nasce l’introduzione a “Go With The Flow”, un invito ad accogliere serenamente il corso della vita.

Con “Ti Scrivo” il pianista tocca invece una dimensione più intima. «Ognuno di noi porta nel cuore una persona a cui avrebbe voluto dire qualcosa senza mai riuscirci», racconta prima di lasciare spazio alla musica. Il racconto autobiografico continua con “L’Idea”. Allevi ricorda il trasferimento da Ascoli Piceno a Milano, a ventotto anni, e il suo impatto con la vita metropolitana. Faceva il cameriere per mantenersi e una mattina, nella metropolitana affollata, vide cadere a terra una busta di mele. Il suono ritmico prodotto dalla caduta dei frutti diventò l’intuizione da cui nacque il brano.

La notte e la contemplazione ispirano invece “Luna”. Allevi racconta il proprio amore per la luce lunare e per quelle notti insonni in cui non riesce più a distinguere dove finisca la propria anima e dove inizi l’universo. “Tomorrow” diventa una riflessione sul futuro. Il compositore dice di non credere alle statistiche e alle previsioni: per lui il domani è un presente allargato, ogni alba rappresenta una promessa e ogni tramonto un semplice arrivederci. Con “Our Future” lo sguardo si sposta invece sul mondo contemporaneo e sulle sfide di una società sempre più tecnologica, mentre “My Angel” è dedicata alla figura dell’angelo custode.

Particolarmente toccante l’introduzione di “Helena”, composizione scritta per la sola mano destra e dedicata a un’amica che ha perso l’uso della mano sinistra. Un gesto musicale che diventa testimonianza di vicinanza e resilienza. Dopo “Panic”, il concerto sembra avviarsi alla conclusione. Ma il pubblico del Teatro Lirico risponde con una lunga ovazione. Allevi torna sul palco per eseguire “Prendimi” e, infine, “Back To Life”, salutando una platea interamente in piedi.

Resta l’impressione di una serata profondamente personale, nella quale la musica è stata spesso il punto di arrivo di un percorso narrativo fatto di ricordi, filosofia e confessioni. Un concerto capace di emozionare e coinvolgere il pubblico, pur con una scelta narrativa che, a tratti, ha sacrificato la continuità musicale. Allevi parla molto, forse troppo, interrompendo frequentemente il flusso dell’esecuzione e dilatando i tempi dello spettacolo.

D’altra parte, il suo percorso di studi emerge con assoluta evidenza. Diplomato in conservatorio e laureato in filosofia, Allevi costruisce un racconto in cui musica e pensiero procedono costantemente affiancati. Hegel, Sant’Agostino, gli stoici, la filosofia orientale e la riflessione esistenziale diventano parte integrante della performance, quasi quanto le note del pianoforte.

Al di là dei giudizi estetici, resta un dato difficilmente contestabile: Giovanni Allevi possiede una cifra stilistica immediatamente riconoscibile. La sua scrittura può piacere o meno, ma poche battute sono sufficienti per identificarla. In un panorama musicale spesso affollato di linguaggi intercambiabili, aver costruito una voce personale e distinguibile rappresenta un merito non secondario.

E c’è forse un altro aspetto che merita di essere sottolineato. Il pubblico che riempie i suoi concerti è spesso composto anche da persone che raramente varcherebbero la soglia di un teatro d’opera o di una sala da concerto. Allevi riesce a portarle dentro luoghi come il Teatro Lirico, avvicinandole alla musica dal vivo e all’ascolto in uno spazio culturale tradizionalmente percepito come distante. È un risultato che va oltre ogni discussione critica e che rappresenta uno dei contributi più significativi del pianista marchigiano. Perché, in fondo, la cultura vive anche nella capacità di creare nuovi pubblici. E da oltre vent’anni Giovanni Allevi continua a farlo.

Giovanni Allevi al Teatro Lirico di Cagliari
Simone Cavagnino
Simone Cavagninohttps://www.soundinia.it
Simone Cavagnino è giornalista, autore e speaker radiofonico. Laureato in Scienze Giuridiche, si occupa di giornalismo culturale, musicale e comunicazione istituzionale. Ha collaborato con l'emittente televisiva Infochannel TV Sardinia, ha diretto Unica Radio e ha scritto per JAZZIT, altre riviste nazionali e quotidiani regionali. Nel 2014 ha curato il documentario La memoria del suono, dedicato all'artista Pinuccio Sciola. Nel 2018 ha pubblicato, insieme al giornalista Claudio Loi, il volume Sardegna, jazz e dintorni (Aipsa Edizioni). Attualmente cura la comunicazione di alcuni tra i principali festival culturali della Sardegna e dirige Soundinia, testata giornalistica dedicata alla cultura, alla musica e ai territori del Mediterraneo.

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