Paolo Fresu, un omaggio ad Andrea Parodi tra memoria e musica: «La sua voce apriva le porte del Mediterraneo»

Al Teatro Massimo di Cagliari il trombettista riceve il Premio Albo d’oro 2026 nella serata che ricorda i vent’anni dalla scomparsa del cantante sardo. Con Bebo Ferra e Pierpaolo Vacca interpreta “No potho reposare”, poi torna a suonare con Bungaro. Il pubblico gli tributa una lunga standing ovation.

Ci sono legami artistici che non hanno bisogno di una lunga frequentazione per diventare profondi. Possono nascere dall’ascolto, dalla forza di una voce, dalla capacità di riconoscere nel percorso di un altro musicista qualcosa che appartiene anche alla propria sensibilità. È il sentimento che Paolo Fresu ha affidato a una riflessione pubblicata sui social prima di raggiungere Cagliari, dove sabato 17 ottobre ha ricevuto il Premio Albo d’oro 2026 nell’ambito della diciannovesima edizione del Premio Andrea Parodi. Una serata dal significato particolare, perché coincisa esattamente con il ventesimo anniversario della scomparsa del cantante sardo, avvenuta il 17 ottobre 2006.

Sul palco del Teatro Massimo, davanti a una platea gremita, il trombettista di Berchidda ha reso omaggio a Parodi attraverso la musica, scegliendo No potho reposare, una delle canzoni più riconoscibili della tradizione musicale sarda, alla quale entrambi gli artisti hanno contribuito a dare una dimensione interpretativa personale. Accanto a Fresu, il chitarrista Bebo Ferra e l’organettista Pierpaolo Vacca hanno costruito un incontro fra strumenti, timbri e sensibilità differenti, nel segno di un repertorio che continua ad attraversare generazioni e linguaggi musicali.

Un momento dell'esibizione di Paolo Fresu al Premio Parodi 2026 - - foto di Simone Cavagnino

La premiazione si è trasformata in uno dei momenti più partecipati della serata conclusiva del concorso. Il pubblico ha accolto Fresu con un lungo applauso, alzandosi in piedi per tributargli un riconoscimento che andava oltre il premio ricevuto. Il musicista è tornato successivamente a esibirsi insieme a Bungaro, aggiungendo un altro momento musicale alla sua partecipazione alla manifestazione.

Ma il significato più personale della serata era già emerso nelle parole che Fresu aveva scritto poche ore prima, mentre si preparava a partire per Cagliari. Un messaggio lontano dalla retorica commemorativa, costruito attorno a una dichiarazione di sincerità sul rapporto con Andrea Parodi.

«Sarebbe facile usare parole che non mi appartengono, come dire che gli fossi amico, o che avevamo suonato assieme», ha scritto il trombettista. «In realtà credo di averlo visto una sola volta nella vita, ma forse ricordo male: io ero troppo giovane e lui troppo grande».

È un passaggio significativo perché rinuncia a costruire retrospettivamente un’amicizia o una vicinanza personale che Fresu stesso non rivendica. Il riconoscimento della distanza biografica rende ancora più interessante il legame musicale che emerge dalle sue parole. La conoscenza di un artista, soprattutto quando la sua voce entra stabilmente nella memoria collettiva, non coincide necessariamente con l’averne condiviso la vita o il palcoscenico.

Nel suo ricordo compare anche un episodio legato ai Tazenda. Fresu racconta di essere stato invitato dal gruppo a partecipare a un brano dell’album Limba, con un ruolo che gli era stato descritto come quello di un componente di una piccola banda volutamente sgangherata e stonata. Un aneddoto che il trombettista restituisce con ironia, ricordando di essere riuscito nell’impresa al primo tentativo. La leggerezza del racconto introduce un elemento diverso rispetto al tono solenne dell’anniversario: la memoria musicale è fatta anche di episodi occasionali, incontri indiretti e situazioni che acquistano significato soltanto con il passare degli anni.

Poi il registro cambia. «Ma è come che se io lo avessi sempre conosciuto», scrive Fresu, prima di affidare a poche parole un ritratto di Parodi che riguarda soprattutto la sua capacità espressiva: «Come tutti conosco i suoi occhi profondi e la sua voce che muoveva le onde e apriva le porte del Mediterraneo».

L’immagine del Mediterraneo non è casuale nel ricordo di un artista come Andrea Parodi. La sua esperienza con i Tazenda e il successivo percorso solistico hanno contribuito a collocare la musica sarda in uno spazio di relazioni più ampio, nel quale la lingua dell’isola poteva incontrare sonorità e tradizioni differenti senza perdere la propria riconoscibilità. Il Mediterraneo evocato da Fresu è dunque anche uno spazio musicale, attraversato da scambi, contaminazioni e possibilità di ascolto reciproco.

Per molti aspetti, questa apertura costituisce un terreno comune fra le esperienze dei due artisti. Fresu ha sviluppato il proprio percorso nel jazz, costruendo negli anni collaborazioni con musicisti di provenienze e linguaggi diversi, mentre Parodi ha cercato attraverso la canzone e la world music un dialogo fra la tradizione sarda e altri orizzonti sonori. Due itinerari distinti, che mostrano come il rapporto con una cultura d’origine possa diventare un punto di partenza anziché un confine.

È soprattutto attraverso No potho reposare che questa relazione trova una forma concreta. Il brano, legato alla tradizione della canzone sarda, ha conosciuto nel tempo numerose interpretazioni e una diffusione che supera il contesto regionale. La voce di Andrea Parodi ne ha offerto una lettura rimasta particolarmente presente nella memoria degli ascoltatori; la tromba di Paolo Fresu ne ha esplorato a sua volta le possibilità melodiche ed espressive, trasferendone il carattere intimo in una dimensione strumentale.

Nel messaggio pubblicato prima della premiazione, Fresu aveva annunciato la scelta del brano con parole semplici: «Stasera suonerò per lui “No potho reposare” che è diventata negli anni anche mia. Per merito suo».

Quest’ultima affermazione contiene forse il nucleo più importante del suo omaggio. Fresu riconosce apertamente un debito artistico nei confronti di Parodi, non perché ne abbia condiviso il percorso professionale, ma perché la sua interpretazione ha contribuito a modificare il modo in cui un altro musicista si è avvicinato a quella canzone. È una forma di eredità che non passa necessariamente attraverso l’insegnamento diretto: una voce può aprire possibilità interpretative che continuano a svilupparsi anche quando chi l’ha resa riconoscibile non c’è più.

Sul palco cagliaritano, questa eredità ha trovato espressione nell’incontro con Bebo Ferra e Pierpaolo Vacca. La chitarra di Ferra, strumento centrale in molte esperienze del jazz italiano contemporaneo, e l’organetto di Vacca, profondamente legato alla tradizione musicale sarda ma aperto a nuove sperimentazioni, hanno affiancato la tromba di Fresu in una formazione che mette in relazione mondi apparentemente distanti. È proprio questa capacità di far convivere identità musicali differenti a rendere coerente l’omaggio con lo spirito del Premio Andrea Parodi.

La presenza di Bungaro ha aggiunto un ulteriore elemento al programma della serata. Dopo l’esecuzione dedicata a Parodi, Fresu è tornato a suonare con il cantautore, confermando attraverso una seconda collaborazione sul palco quella disponibilità al dialogo fra strumenti e voce che attraversa gran parte della sua attività artistica.

Il Premio Albo d’oro si inserisce nel programma della manifestazione organizzata dalla Fondazione Andrea Parodi, con la direzione artistica di Elena Ledda. La diciannovesima edizione, ospitata al Teatro Massimo dal 15 al 17 ottobre, ha riunito sette finalisti provenienti da diversi Paesi e si è conclusa con la vittoria della cantautrice calabrese Angelica Perri, che ha ottenuto anche il Premio della Critica e una menzione della giuria internazionale.

Angelica Perri - foto di Gianfilippo Masserano
Angelica Perri – foto di Gianfilippo Masserano

La coincidenza fra la serata finale e il ventesimo anniversario della scomparsa di Parodi ha dato alla premiazione di Fresu un significato che supera il riconoscimento alla carriera di un singolo musicista. Il suo intervento ha riportato al centro una questione essenziale per una manifestazione dedicata alla memoria di un artista: in che modo una voce continua a esistere nella musica degli altri?

La risposta, almeno in questa occasione, è arrivata senza bisogno di costruire un racconto di amicizie mai esistite. Fresu ha scelto di dichiarare la distanza personale da Parodi e, proprio attraverso quella sincerità, di riconoscerne la vicinanza artistica. Ha affidato il proprio omaggio a una melodia che entrambi hanno attraversato, lasciando che fossero gli strumenti e l’ascolto a dare forma al ricordo.

Il lungo applauso del Teatro Massimo, con il pubblico in piedi, ha accompagnato questo incontro fra memoria e presente. A vent’anni dalla scomparsa di Andrea Parodi, la sua eredità musicale continua a manifestarsi anche così: nella libertà con cui altri artisti ne raccolgono le suggestioni, le trasformano e le riportano davanti a un pubblico.

Simone Cavagnino
Simone Cavagninohttps://www.soundinia.it
Simone Cavagnino è giornalista, autore e speaker radiofonico. Laureato in Scienze Giuridiche, si occupa di giornalismo culturale, musicale e comunicazione istituzionale. Ha collaborato con l'emittente televisiva Infochannel TV Sardinia, ha diretto Unica Radio e ha scritto per JAZZIT, altre riviste nazionali e quotidiani regionali. Nel 2014 ha curato il documentario La memoria del suono, dedicato all'artista Pinuccio Sciola. Nel 2018 ha pubblicato, insieme al giornalista Claudio Loi, il volume Sardegna, jazz e dintorni (Aipsa Edizioni). Attualmente cura la comunicazione di alcuni tra i principali festival culturali della Sardegna e dirige Soundinia, testata giornalistica dedicata alla cultura, alla musica e ai territori del Mediterraneo.

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