Dagli scontri di Milano al nuovo decreto sicurezza, dalle fragilità delle famiglie all’iperconnessione, fino alla perdita di certezze in un mondo attraversato dalle guerre. Su Soundinia una lunga conversazione con lo psicologo e psicoterapeuta Andrea Moi, che invita a superare le semplificazioni e a investire sull’educazione emotiva, sull’ascolto e sulla prevenzione.
La rabbia degli adolescenti, la violenza nelle piazze, il disagio che attraversa le nuove generazioni. E poi la risposta della politica, che torna a privilegiare l’inasprimento delle sanzioni e il rafforzamento degli strumenti repressivi. Ma è davvero possibile affrontare una questione tanto complessa attraverso nuovi divieti e nuove punizioni? E soprattutto, che cosa accade prima che quella rabbia si trasformi in violenza?
Gli scontri e i danneggiamenti avvenuti recentemente a Milano, insieme al dibattito sul nuovo decreto sicurezza del governo, offrono lo spunto per una riflessione che va ben oltre l’ordine pubblico. Al centro ci sono le condizioni nelle quali crescono bambini e adolescenti, le difficoltà delle famiglie, la progressiva trasformazione delle relazioni sociali e la capacità delle istituzioni di intercettare il disagio prima che diventi emergenza.
A discuterne ai microfoni di Soundinia è Andrea Moi, psicologo della salute e psicoterapeuta con oltre vent’anni di esperienza professionale, impegnato nella promozione del benessere biopsicosociale, nella ricerca scientifica e nella progettazione di servizi sanitari e sociosanitari. Collabora con l’Università degli Studi di Cagliari, fa parte del Consiglio direttivo e del Comitato tecnico-scientifico della Società Italiana di Psicologia della Salute ed è co-referente per la Sardegna dell’iniziativa nazionale Diritto a Stare Bene.
La sua esperienza professionale lo porta quotidianamente a confrontarsi con famiglie, bambini e adolescenti in diversi territori della Sardegna, dai servizi sociali territoriali all’attività clinica privata. Un osservatorio dal quale emerge una realtà assai più articolata rispetto alle rappresentazioni che dominano il dibattito pubblico.
Oltre la retorica dei giovani arrabbiati
«Uno dei tanti errori che sto vedendo nella comunicazione attuale è il semplicismo», osserva Moi. Ridurre gli episodi di violenza alla formula secondo cui i giovani sarebbero arrabbiati e per questo distruggerebbero le cose significa, a suo giudizio, ignorare la complessità delle dinamiche individuali, familiari e sociali.
«I ragazzi e le ragazze non vivono in un vuoto», sottolinea lo psicologo. Le loro difficoltà non possono essere ricondotte a una sola causa: il diritto allo studio, le dipendenze digitali, la precarietà economica, le tensioni familiari e la mancanza di prospettive interagiscono tra loro, costruendo condizioni di vita nelle quali il disagio può assumere forme differenti.
È proprio questa complessità, secondo Moi, a rendere insufficiente una risposta fondata prevalentemente sulla punizione.
«Se hai in mano soltanto la punizione, vuol dire che stai dicendo che hai fallito tu come istituzione, hai fallito tu come Stato, perché significa che non hai capito i dieci anni precedenti e non stai capendo i vent’anni successivi».
Una posizione critica nei confronti dell’impostazione repressiva, che non equivale a una giustificazione degli atti violenti. Il punto, piuttosto, è comprendere perché il sistema sociale e istituzionale arrivi spesso a intervenire soltanto quando il danno è già avvenuto.
Moi richiama anche le difficoltà del sistema penitenziario italiano, nel quale operano professionisti qualificati ma spesso numericamente insufficienti. A suo giudizio, il carcere conserva una funzione prevalentemente punitiva, mentre la prevenzione dovrebbe cominciare molto prima, attraverso servizi capaci di accompagnare le famiglie e i ragazzi nelle difficoltà quotidiane.
La rabbia non è il problema. Il problema è non saperla attraversare
Uno dei passaggi centrali della conversazione riguarda il significato delle emozioni e la difficoltà, sempre più evidente nell’esperienza clinica raccontata da Moi, di riconoscerle e gestirle.
Una bocciatura scolastica, una delusione sentimentale, un conflitto familiare possono rappresentare esperienze particolarmente difficili per un adolescente che non abbia sviluppato strumenti adeguati per affrontarle.
«La rabbia non è sbagliata, è un’emozione primaria fondamentale come la tristezza, come la paura, come la felicità», spiega lo psicologo. Il problema nasce quando questa emozione non trova occasioni di ascolto, elaborazione e confronto, fino a trasformarsi in una manifestazione aggressiva.
La questione coinvolge direttamente la scuola, alla quale vengono affidate responsabilità educative sempre più ampie, senza che necessariamente siano disponibili le figure professionali necessarie.
Moi insiste sull’importanza della presenza di psicologi negli istituti scolastici, non soltanto per realizzare attività formative, ma soprattutto per intercettare precocemente le situazioni di sofferenza.
Non si tratta, precisa, di sostituirsi agli insegnanti, ma di affiancarli attraverso competenze specifiche e costruire collegamenti con consultori, servizi sanitari territoriali e centri per le famiglie.
La proposta si inserisce nell’impegno che lo psicologo porta avanti con Diritto a Stare Bene, iniziativa che sostiene il riconoscimento del diritto alla salute psicologica e un accesso più ampio ai servizi di supporto.
Le famiglie sono sole. E manca un’alleanza educativa
Nel racconto di Moi emerge con forza anche la fatica delle famiglie contemporanee, chiamate ad affrontare scenari educativi profondamente differenti rispetto a quelli delle generazioni precedenti.
Le trasformazioni digitali, le nuove forme di relazione e la complessità dei bisogni emotivi degli adolescenti richiedono strumenti che molti genitori non hanno avuto occasione di acquisire.
«I ragazzi di oggi hanno bisogno di un’alleanza educativa solida: scuola, famiglia, territorio», afferma Moi.
È una responsabilità collettiva che non può essere scaricata esclusivamente sui genitori, né tantomeno sugli insegnanti. Servono servizi territoriali, luoghi di aggregazione, occasioni di formazione e professionisti capaci di lavorare in maniera coordinata.
Secondo lo psicologo, le risorse e le progettualità già esistenti sono numerose, ma non ancora sufficienti a rispondere alla domanda di sostegno. Nei laboratori rivolti a genitori e insegnanti, racconta, emerge spesso una partecipazione intensa, segno di un bisogno concreto di strumenti per comprendere le emozioni e i comportamenti dei più giovani.
La prevenzione, dunque, non può essere considerata un intervento accessorio da attivare soltanto nelle situazioni di emergenza. Dovrebbe costituire una componente strutturale delle politiche educative, sociali e sanitarie.
Da Pasolini ai social network: le nuove forme del vuoto
La conversazione si sposta poi su un terreno culturale, attraverso una riflessione di Pier Paolo Pasolini.
Nel 1975, nell’articolo La droga: una vera tragedia italiana, lo scrittore definiva la droga un «surrogato della cultura», collegando il ricorso alle sostanze a un vuoto esistenziale e all’impoverimento culturale prodotto dalla società dei consumi.
A oltre mezzo secolo di distanza, quella riflessione offre l’occasione per interrogarsi sulle nuove forme attraverso le quali gli adolescenti cercano appartenenza, riconoscimento e significato.
Per Moi, una delle trasformazioni più importanti riguarda l’iperconnessione.
«Per me oggi la droga è un po’ l’iperconnessione», afferma, utilizzando un’analogia per descrivere la ricerca compulsiva di approvazione digitale, visualizzazioni e riconoscimento attraverso i social network.
Il bisogno di essere costantemente presenti, di produrre contenuti e di ottenere attenzione rischia, secondo lo psicologo, di diventare una dimensione dominante dell’esperienza giovanile.
Ma esiste anche il fenomeno opposto: ragazzi che rifiutano queste dinamiche e che, proprio per questo, possono sperimentare forme di isolamento e solitudine.
La questione non è dunque demonizzare la tecnologia, ma comprendere quale posto occupi nella costruzione dell’identità e delle relazioni.
«Dobbiamo ricostruire la voglia e il desiderio di stare insieme», osserva Moi, richiamando la necessità di aiutare gli adolescenti a sentirsi presenti a se stessi, anche quando non sono costantemente connessi.
La noia come risorsa dimenticata
Tra i temi più originali emersi nell’intervista c’è quello della noia, spesso percepita come una condizione da evitare a ogni costo.
Il confronto parte dal ricordo di una socialità costruita nelle piazze, nei cortili e nei luoghi di incontro spontaneo, quando il tempo libero non era necessariamente occupato da attività programmate o dispositivi digitali.
Moi invita però a evitare letture nostalgiche e soprattutto a non stabilire collegamenti automatici tra videogiochi violenti e comportamenti aggressivi nella vita reale. Racconta di seguire ragazzi appassionati di videogiochi dai contenuti particolarmente cruenti che, nella vita quotidiana, manifestano invece sensibilità sociale e atteggiamenti pacifisti.
Il vero nodo, nella sua lettura, è la capacità di abitare il tempo libero senza percepirlo come un fallimento.
«Io adoro la noia», afferma.
Lo psicologo descrive bambini le cui giornate sono organizzate fin dalla prima infanzia attraverso una successione continua di impegni: scuola, attività sportive, appuntamenti, occasioni ricreative. Un’organizzazione che può lasciare pochissimo spazio all’esperienza spontanea.
Quando ogni momento deve essere riempito, il tempo vuoto finisce per diventare qualcosa di intollerabile.
Eppure proprio la noia può rappresentare uno spazio fertile per l’immaginazione, la creatività e la conoscenza di sé.
In questa prospettiva assumono particolare importanza anche gli spazi fisici di aggregazione. Moi racconta di realtà territoriali, tra cui alcuni oratori, capaci di richiamare centinaia di ragazzi e di offrire nuove occasioni di socialità non mediata dagli schermi.
Un mondo senza certezze: guerre, crisi e futuro
L’ultima parte dell’intervista allarga ulteriormente lo sguardo.
Le nuove generazioni crescono in un contesto segnato da conflitti internazionali, crisi climatica, precarietà economica e trasformazioni degli equilibri politici. A tutto questo si aggiunge l’esposizione continua a informazioni, immagini e narrazioni spesso contraddittorie, che possono alimentare una percezione diffusa di instabilità.
La riflessione tocca anche il tema della postdemocrazia, intesa come progressivo indebolimento della fiducia nella possibilità dei cittadini di incidere sulle decisioni collettive.
Quali conseguenze può avere, sul piano psicologico, crescere in un mondo che chiede ai giovani di essere continuamente competitivi, informati e performanti, mentre le grandi questioni del presente sembrano sottrarsi alla loro capacità di intervento?
«Abbiamo perso certezze tutti, non solo gli adolescenti», osserva Moi.
La sua risposta, tuttavia, non consiste nella ricerca di un mondo completamente prevedibile. L’incertezza appartiene inevitabilmente all’esperienza umana e imparare a conviverci rappresenta una competenza fondamentale.
La differenza è data dalla presenza di riferimenti affettivi stabili.
Per sviluppare quello che in psicologia viene definito attaccamento sicuro, spiega, bambini e adolescenti hanno bisogno di luoghi protetti e relazioni credibili, nelle quali sentirsi accolti senza pregiudizi.
«Dobbiamo aiutare i giovani a stare anche nell’incertezza, però a partire da un contesto di certezza».
È forse questa la sintesi più significativa dell’intera conversazione: non possiamo promettere alle nuove generazioni un futuro privo di difficoltà, ma possiamo costruire le condizioni perché abbiano gli strumenti emotivi, culturali e relazionali necessari ad affrontarlo.
Dalla repressione alla prevenzione: una responsabilità collettiva
Il confronto con Andrea Moi restituisce una questione che non può essere ridotta alla contrapposizione tra chi chiede maggiore sicurezza e chi invoca maggiore comprensione del disagio.
La tutela delle persone, il rispetto delle regole e la responsabilità individuale restano esigenze fondamentali. Ma intervenire sulle conseguenze della violenza non significa necessariamente averne affrontato le cause.
La prospettiva proposta dallo psicologo invita a spostare una parte dell’attenzione verso ciò che precede gli episodi più gravi: la solitudine, le difficoltà educative, la fragilità delle relazioni, la mancanza di opportunità e l’insufficienza degli strumenti di prevenzione.
Significa anche riconoscere che gli adolescenti non costituiscono una categoria omogenea. Esistono giovani impegnati politicamente, culturalmente e socialmente, ragazzi che credono nelle istituzioni e altri che faticano a riconoscersi nel mondo adulto. Generalizzare significa perdere di vista proprio le differenze che sarebbe necessario comprendere.
La domanda, allora, non riguarda soltanto quali sanzioni applicare dopo una vetrina infranta o un episodio di violenza. Riguarda anche quali occasioni di ascolto, relazione e crescita siano state offerte prima.
Perché una società capace di punire, ma incapace di ascoltare e prevenire, rischia di arrivare sempre troppo tardi.
Andrea Moi è psicologo della salute e psicoterapeuta, specializzato con titolo universitario di terzo livello. Ha oltre vent’anni di esperienza nella promozione del benessere biopsicosociale, nella ricerca scientifica e nello sviluppo di servizi sanitari e sociosanitari. Collabora con l’Università degli Studi di Cagliari ed è membro del Consiglio direttivo e del Comitato tecnico-scientifico della Società Italiana di Psicologia della Salute (SIPSA). Svolge attività editoriale e di revisione scientifica per le riviste Psicologia della Salute e PLOS Digital Health. Dirige e coordina progetti e servizi territoriali, anche nell’ambito dei PLUS, ed è co-referente regionale per la Sardegna di Diritto a Stare Bene.



