Nelle quattro rappresentazioni andate in scena dal 9 all’11 ottobre, la compagnia ha ripercorso tre capolavori di Maurice Béjart: 7 danses grecques, L’Oiseau de Feu e Boléro. Un viaggio tra tradizione ellenica, tensione rivoluzionaria e sensualità, accolto dai lunghi applausi del pubblico cagliaritano.
Il suo nome è legato a numerosi capolavori coreografici della seconda metà del Novecento. Ma ce n’è uno, che più di altri, si è ritagliato un posto speciale nel cuore del pubblico per la sua aurorale sensualità: Boléro, iconica esaltazione dell’eros, che Maurice Béjart creò nel 1961 inizialmente per una danzatrice e diventato poi una sorta di rito collettivo. A questo titolo arcinoto, avvolto dalla immaginifica musica di Ravel e reso popolare al grande pubblico dal film di Claude Lelouch Les uns et les autres del 1981, che incarna appieno l’arte del coreografo francese, spetta il compito di chiudere lo spettacolo del Béjart Ballet Lausanne, andato in scena dal 9 all’11 ottobre con quattro recite al Teatro Lirico di Cagliari per la stagione danza 2026.

Un capolavoro di danza e musica racchiuso in diciotto minuti, affidato a venti danzatori intorno a un tavolo circolare rosso su cui si muove una ballerina. Sono uomini in estatica attesa, immobili e abbandonati sulle sedie in una sorta di trance, prima di rispondere al richiamo che la danzatrice affida ad armoniosi e affascinanti movimenti ondeggianti delle mani, delle braccia, del bacino. Una sorta di rito pagano, un’intrigante liturgia erotica che conduce a una vulnerabilità e un radicalismo eccezionali e che implacabilmente ammalia il pubblico, trasportato da un crescendo orchestrale avvincente, da una melodia orientaleggiante che incessantemente ruota su sé stessa, da un ostinato ritmico indefesso. «Potresti mettere una mucca sul tavolo e funzionerebbe lo stesso», diceva del suo Boléro Béjart, mefistofelico creatore di visioni che traghettò i suoi lavori nelle piazze, nei palasport, negli stadi. Una dichiarazione che ancora oggi continua a farsi beffa del tempo che passa, considerati gli interminabili applausi tributati alla fine.
Ma prima del Boléro, a catalizzare l’attenzione degli astanti è un altro titolo-simbolo del repertorio béjartiano: Oiseau de Feu, L’uccello di fuoco, creato per i Ballets Russes di Sergej Djagilev nel 1910, avvolto dalla musica di misteriosa e travolgente di Stravinskij, ma diventato con lui metafora di una trionfante rivoluzione partigiana, tra alitare di braccia e potenza saltatoria muscolare, soprattutto maschile. Un balletto astratto realizzato nel 1970, mirabilmente coreografato nei momenti d’insieme, pur non mancando spazi rivelatori delle singole individualità. Un lavoro che, abbandonando la trama favolistica del volatile dalle piume incantate, porta sul palco nove interpreti. Vestito con un’aderente tutina rossa, tra piroette, giri, pas de bourrée, il leader guida i compagni verso la sommossa, verso la fine dell’oppressione, ispirando così forza e audacia, mentre gli altri, vestiti con casacche blu (ineludibile rimando ai Giovani Pionieri e all’ideologia socialista), si muovono compatti per raggiungere un ideale condiviso, tra tensione e vigore. Una ricerca di libertà incarnata nel danzatore-guida Uccello di fuoco, immaginato come una Fenice pronta a risorgere dalle proprie ceneri per abbracciare una nuova vita, nuove gioie, nuove conquiste.

Una serata di grande danza, insomma, che salpa con un altro pezzo pregiato intitolato 7 danses grecques, composto nel 1983 con le musiche di Mikis Theodorakis. Un viaggio di vertiginosa bellezza nella tradizione popolare ellenica, che qui però diventa altro, spogliata da ogni prevedibile orpello e richiamo folklorico, tra assoli, pas de deux maschili, pas de cinq, ensemble des filles et des garçons, thèmes et variations, avvolti da una scenografia dai colori blu e neri.
Il prossimo anno ricorreranno i 40 anni di vita del Ballet Lausanne, i 100 anni dalla nascita di Béjart e i 20 anni dalla sua scomparsa. Qualcuno, magari, si sarà domandato se non sarebbe stato più appropriato, a questo punto, presentare il balletto direttamente nel 2027. Il Lirico di Cagliari ha voluto giocare d’anticipo, e nessuno è sembrato lamentarsene.


