Adolescenti, fragilità adulta, disagio, scuola e vita digitale: lo psicologo e psicoterapeuta riflette sul rapporto tra le nuove generazioni e un mondo adulto che, a suo giudizio, fatica ad ascoltarne le emozioni più difficili. L’intervista, realizzata da Simone Cavagnino nell’edizione 2024 del Festival Premio Emilio Lussu, fa parte del progetto Spreaker podcast del festival.
Ascoltare un adolescente non significa soltanto chiedergli come sia andata a scuola. Significa essere disponibili ad accogliere anche ciò che un adulto preferirebbe non sentirsi dire: rabbia, tristezza, insoddisfazione, percezione negativa del proprio corpo, fino ai pensieri più dolorosi. È attorno a questa idea che Matteo Lancini costruisce buona parte della conversazione con Simone Cavagnino realizzata a Cagliari, nella Sala Castello dell’Hotel Regina Margherita, durante l’edizione 2024 del Festival Premio Emilio Lussu.
Psicologo e psicoterapeuta, presidente della Fondazione Minotauro di Milano e docente all’Università Milano-Bicocca e all’Università Cattolica di Milano, Lancini lavora da anni sui temi dell’adolescenza, della genitorialità e del rapporto con il digitale. Al festival ha presentato Sii te stesso a modo mio. Essere adolescenti nell’epoca della fragilità adulta, pubblicato da Raffaello Cortina Editore nel 2023. Il libro prende le mosse da un paradosso: una società che invita ragazzi e ragazze a essere se stessi, ma continua a definire dall’esterno le condizioni alle quali quella libertà può essere esercitata.
Nell’intervista Lancini contesta anzitutto una lettura che considera gli adolescenti contemporanei il risultato di un eccesso di attenzione e protezione da parte degli adulti. La famiglia, sostiene, ascolta i figli molto più di quanto accadesse nelle generazioni precedenti, ma questo non significa necessariamente che sappia entrare in contatto con tutte le loro emozioni. Il problema emerge soprattutto davanti a quelle che mettono in difficoltà gli adulti: la tristezza e la rabbia, per esempio, possono essere accolte con maggiore fatica proprio perché interrogano genitori e insegnanti sulle proprie paure e inadeguatezze.
È qui che entra in gioco quella che Lancini definisce «fragilità adulta», concetto centrale anche nel suo libro. Lo sguardo si sposta così dai ragazzi agli adulti che li educano: famiglia, scuola e istituzioni dichiarano di voler mettere al centro bambini e adolescenti, ma secondo lo psicoterapeuta finiscono spesso per organizzarne l’esistenza secondo esigenze e timori propri. La tesi sviluppata in Sii te stesso a modo mio è precisamente che non sia possibile occuparsi del disagio delle nuove generazioni senza interrogare contemporaneamente la fragilità degli adulti.
Lancini porta un esempio concreto: la progressiva riduzione dell’autonomia fisica di bambini e ragazzi. Gli adulti ne organizzano gli spostamenti e le attività, limitano gli spazi nei quali possono muoversi liberamente e, nello stesso tempo, assistono alla crescita della loro vita online. Successivamente, però, attribuiscono a internet la responsabilità di averli «catturati». È una contraddizione che, nella sua lettura, dovrebbe spingere a riconsiderare il rapporto educativo con la tecnologia.
Da qui una posizione altrettanto netta sull’uso degli smartphone. Per Lancini non è sufficiente concentrare il discorso su divieti, limiti di tempo o sull’individuazione di un’età universalmente corretta per consegnare un telefono a un figlio. «I figli sono unici», osserva, e gli interventi educativi devono tenere conto del funzionamento e delle caratteristiche individuali. La questione centrale diventa allora l’educazione al digitale, non la semplice rimozione del dispositivo.
Anche il rito familiare del telefono spento a tavola viene messo in discussione. Lancini propone di rovesciare la prospettiva: invece di separare artificialmente la vita online dalla relazione familiare, perché non domandare a un adolescente «come va oggi in internet»? La dimensione digitale, nel suo ragionamento, non è un territorio esterno alla vita dei ragazzi, ma uno degli ambienti nei quali si costruiscono relazioni, identità, conflitti e rappresentazioni di sé.
La pandemia costituisce un altro passaggio della conversazione. Lancini non ne nega l’impatto sul disagio delle nuove generazioni, ma rifiuta di considerarla l’origine di fenomeni che, nella sua esperienza professionale, erano già presenti. La sua interpretazione è che l’emergenza sanitaria abbia aggravato alcune situazioni e, contemporaneamente, abbia consentito a ragazzi che soffrivano già di rendere più visibile il proprio malessere. Anche in questo caso l’invito è a evitare spiegazioni uniche per fenomeni complessi.
Il punto più delicato dell’intervista arriva quando il discorso si sposta sulla prevenzione del disagio grave. Lancini invita gli adulti a non limitarsi alle domande rassicuranti o convenzionali, ma a costruire una relazione nella quale possano essere affrontati anche temi difficili. «Facciamo le domande più disturbanti che ci vengono in mente», sostiene. Significa chiedere a un ragazzo come percepisca il proprio corpo, se si senta brutto, che cosa viva nelle relazioni online e, quando vi siano ragioni di preoccupazione, non avere paura di affrontare anche il tema dei pensieri suicidari.
Non è, nel suo ragionamento, una ricerca ossessiva di segnali, ma il tentativo di costruire un canale comunicativo nel quale un adolescente possa raccontare ciò che prova prima che il disagio diventi incomunicabile. Lancini richiama così gli adulti alla responsabilità della relazione: non basta dichiararsi disponibili all’ascolto, se poi alcune risposte risultano troppo difficili da sostenere.
La prospettiva attraversa famiglia e scuola e porta a una domanda più generale: quanto spazio siamo realmente disposti a lasciare ai ragazzi per essere diversi da come li abbiamo immaginati? Il titolo Sii te stesso a modo mio contiene precisamente questa contraddizione. Dietro la promessa contemporanea di libertà può nascondersi un nuovo sistema di aspettative, nel quale l’adolescente viene invitato a realizzarsi purché la sua realizzazione rimanga compatibile con il modello costruito dagli adulti. È il paradigma che Lancini definisce «postnarcisistico» e che pone al centro della sua analisi.
La risposta proposta nell’intervista non passa da una nuova ricetta educativa universale. Passa piuttosto dalla capacità degli adulti di sostenere una relazione autentica anche quando ciò che emerge produce disagio. Ascoltare, in questa prospettiva, non significa evitare il conflitto né eliminare le emozioni negative. Significa riuscire a restare nella relazione quando arrivano proprio le parole che un genitore o un insegnante avrebbe preferito non sentire.
L’intervista a Matteo Lancini è stata realizzata da Simone Cavagnino per il progetto Spreaker podcast del Festival Premio Emilio Lussu 2025.


