Alessandro Aresu: «L’intelligenza artificiale cambierà il mondo, ma non come in Terminator»

Dalla competizione tecnologica tra Stati Uniti e Cina alle trasformazioni del lavoro, dalla concentrazione della ricchezza agli usi quotidiani dei nuovi modelli: Alessandro Aresu racconta l’intelligenza artificiale oltre le narrazioni apocalittiche. L’intervista, realizzata da Simone Cavagnino nell’edizione 2025 del Festival Premio Emilio Lussu, fa parte del progetto Spreaker podcast del festival.

Parlare di intelligenza artificiale significa ormai parlare contemporaneamente di tecnologia, economia, industria, rapporti di forza tra Stati e trasformazioni culturali. Ma proprio l’estensione raggiunta dall’espressione rischia di renderla poco precisa. Alessandro Aresu parte da qui, definendo l’intelligenza artificiale un «calderone» nel quale sono confluiti fenomeni differenti: analisi dei dati, sistemi di raccomandazione, software, infrastrutture e applicazioni che incidono in maniera sempre più profonda sulla vita quotidiana.

L’occasione è l’intervista realizzata da Simone Cavagnino per il progetto Spreaker podcast del Festival Premio Emilio Lussu, durante l’edizione 2025, dopo la presentazione di Geopolitica dell’intelligenza artificiale. Aresu sposta subito il ragionamento dalla contrapposizione astratta tra favorevoli e contrari all’IA verso la struttura materiale che rende possibile questa trasformazione. «Credo che sia importante riconoscere la potenza, l’importanza di questo calderone», spiega, ma anche guardarlo criticamente, cercando di comprendere «qual è il sistema industriale su cui poggia e quali sono le strategie dei principali Stati e attori politici».

È uno dei punti centrali della sua analisi: l’intelligenza artificiale non coincide con la finestra di un chatbot aperta sullo schermo. Dietro un modello ci sono semiconduttori, data center, filiere produttive, software, dispositivi e aziende capaci di controllare segmenti strategici dell’economia mondiale. E le trasformazioni tecnologiche, osserva Aresu, non iniziano certo con l’attuale stagione dell’IA.

Nella conversazione emerge così il precedente dello smartphone. Secondo Aresu, l’affermazione dell’iPhone e della sua filiera produttiva ha avuto un ruolo importante nello sviluppo dell’industria elettronica cinese, contribuendo alla costruzione di competenze poi utilizzate in settori come droni, automobili elettriche, sensori e robotica. Persino un elettrodomestico diventa, in questa prospettiva, parte di una rete molto più complessa di automazione industriale e software. L’intelligenza artificiale, dunque, non riguarda soltanto ciò che appare sul display: entra nei processi attraverso i quali vengono progettati, costruiti e fatti funzionare gli oggetti. Markdown incollato

Il passaggio successivo riguarda una delle domande che accompagnano quasi inevitabilmente il dibattito pubblico: dobbiamo avere paura? Le macchine finiranno per sostituire gli esseri umani? Aresu invita a distinguere la trasformazione reale dall’immaginario apocalittico. Anche la percezione del rischio, osserva, cambia profondamente nelle diverse aree del mondo: le rappresentazioni alla Terminator, molto presenti nel dibattito europeo e statunitense, avrebbero un peso assai minore in Paesi come India e Cina e nel Sud-est asiatico, dove prevalgono atteggiamenti maggiormente orientati alle opportunità offerte dalla tecnologia. Markdown incollato

Questo non significa ignorare i problemi. Al contrario, Aresu individua rischi molto concreti, ma li cerca meno nella fantascienza e più nei rapporti economici e politici già osservabili. Il mondo contemporaneo, sostiene, è più caotico, attraversato da conflitti e da una crescente difficoltà nel costruire regole condivise. In questo scenario l’intelligenza artificiale può ampliare le opportunità di alcune persone, imprese e aree geografiche, ma può contemporaneamente contribuire alla concentrazione della ricchezza e all’aumento delle disuguaglianze. «Questi elementi non apocalittici ma di disuguaglianze e di problematiche sono già presenti nel panorama attuale», osserva, e potrebbero accentuarsi negli anni successivi. Markdown incollato

E l’Italia? Per Aresu occorre innanzitutto collocarla nella scala effettiva della competizione globale. Il Paese conserva una buona tradizione scientifica e nella ricerca di base, ma negli ultimi trent’anni non ha prodotto grandi imprese tecnologiche capaci di crescere fino alle dimensioni necessarie per assumere un ruolo centrale nell’economia digitale. A questo si aggiungono i limiti alla capacità di investimento pubblico.

Esiste però un altro elemento, particolarmente significativo: il capitale umano. Aresu ricorda che diversi ricercatori e imprenditori importanti nella storia recente dell’intelligenza artificiale sono nati o si sono formati in Italia per poi sviluppare altrove la propria carriera. Trattenere competenze e talenti, secondo la sua analisi, non può quindi essere semplicemente un obiettivo dichiarato: occorre creare condizioni nelle quali un ricercatore o un professionista possa considerare realmente interessante costruire il proprio futuro nel Paese.

La parte finale della conversazione porta il discorso sul terreno personale. Per Aresu l’IA è innanzitutto un oggetto di studio: significa seguire le aziende dei semiconduttori, i produttori di software, la filiera tecnologica di Taiwan e i soggetti industriali che rendono possibile l’attuale sviluppo dei modelli. Ma significa anche utilizzare concretamente alcuni di quegli strumenti.

Il suo approccio resta pragmatico. Continua a utilizzare la ricerca tradizionale sul web e affianca ad essa i modelli quando servono a organizzare informazioni, sintetizzare materiali o lavorare su documenti che conosce già. Tra gli strumenti che considera più utili cita Gemini Notebook e Gemini, soprattutto per trascrizioni, conferenze disponibili su YouTube e documentazione finanziaria. A una domanda esplicita su ChatGPT risponde di utilizzarlo, pur ritenendo nella propria esperienza gli strumenti di Google più efficaci per le esigenze del suo lavoro.

Più che una macchina capace di rispondere a qualsiasi domanda, Aresu vorrebbe però un’intelligenza artificiale in grado di sottrargli incombenze molto più ordinarie. Il desiderio è quello di un agente che possa occuparsi della burocrazia o, per esempio, organizzare e prenotare automaticamente i viaggi rispettando un determinato budget. Un obiettivo che considera tecnicamente raggiungibile senza dover evocare scenari di «superintelligenza».

Il limite torna a essere il rapporto con il mondo fisico. Un sistema può operare con relativa efficacia dentro un insieme circoscritto di regole, mentre la realtà introduce continuamente variabili impreviste. Aresu utilizza l’esempio della robotica: per un essere umano prendere un bicchiere è un gesto banale, mentre per una macchina interagire con un oggetto senza romperlo implica una complessità molto maggiore. È precisamente questa capacità di reagire all’imprevisto a segnare ancora una distanza importante tra automazione digitale e azione nel mondo reale.

Ne emerge un modo di osservare l’intelligenza artificiale distante tanto dall’entusiasmo incondizionato quanto dalla paura indistinta. Per Aresu la questione decisiva è capire chi costruisce queste tecnologie, attraverso quali filiere, con quali risorse e all’interno di quali strategie industriali e geopolitiche. Solo riportando l’IA alla sua infrastruttura materiale diventa possibile leggere ciò che sta già cambiando: non un futuro astratto popolato da macchine onnipotenti, ma un presente nel quale tecnologia, potere economico e rapporti tra Stati sono sempre più strettamente intrecciati.

L’intervista integrale ad Alessandro Aresu è stata realizzata da Simone Cavagnino nell’ambito dell’edizione 2025 del Festival Premio Emilio Lussu ed è parte del progetto Spreaker podcast del festival.

Simone Cavagnino
Simone Cavagninohttps://www.soundinia.it
Simone Cavagnino è giornalista, autore e speaker radiofonico. Laureato in Scienze Giuridiche, si occupa di giornalismo culturale, musicale e comunicazione istituzionale. Ha collaborato con l'emittente televisiva Infochannel TV Sardinia, ha diretto Unica Radio e ha scritto per JAZZIT, altre riviste nazionali e quotidiani regionali. Nel 2014 ha curato il documentario La memoria del suono, dedicato all'artista Pinuccio Sciola. Nel 2018 ha pubblicato, insieme al giornalista Claudio Loi, il volume Sardegna, jazz e dintorni (Aipsa Edizioni). Attualmente cura la comunicazione di alcuni tra i principali festival culturali della Sardegna e dirige Soundinia, testata giornalistica dedicata alla cultura, alla musica e ai territori del Mediterraneo.

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