La Garante regionale per l’infanzia e l’adolescenza interviene in occasione dell’incontro “Adolescenti fragili: la solitudine delle famiglie”, organizzato dall’associazione Epoché il 23 settembre a Cagliari. Famiglia, educazione, digitale, servizi e tutela dei minori al centro dell’intervista.
Il disagio degli adolescenti è diventato ormai un’emergenza, e con esso la solitudine delle famiglie, spesso prive di un concreto supporto esterno nell’affrontare il periodo più complicato dell’esistenza. Di sofferenza evolutiva e di cammini difficili da intraprendere a cui oggi sono chiamati i genitori si discute nel confronto pubblico organizzato dall’associazione Epoché, in programma oggi (23 settembre) a Cagliari alle 17 nella sede della Fondazione di Sardegna, in via Salvatore da Horta 2, dal titolo Adolescenti fragili: la solitudine delle famiglie. Al dibattito, coordinato da Caterina Deidda, presidente dell’associazione promotrice dell’incontro, partecipano esperti del mondo della sanità, dirigenti scolastici, rappresentanti delle istituzioni, tra cui Anna Cau, Garante regionale per l’infanzia e l’adolescenza, dopo una vita passata in magistratura a occuparsi di problemi dei minori.
Mutamenti demografici, instabilità economica, riformulazione dei ruoli, nuclei monogenitoriali rendono assai diversa la famiglia di oggi da quella del passato.
«Indubbiamente è così. Oggi abbiamo una formazione sociale differente», afferma Anna Cau. «Prima esisteva una formazione sociale inserita in un contesto più ampio, ovvero la famiglia allargata, che viveva e operava in una società più semplice rispetto a quella odierna dove la situazione esistenziale dei singoli componenti è maggiormente complessa. La fiducia nel futuro è certamente inferiore e, di conseguenza, anche la capacità di investire. Si vive in un presente sempre più fragile e questa fragilità investe ovviamente anche le famiglie».
Famiglie che devono adattarsi di continuo a un mondo che cambia velocemente.
«Sotto questo aspetto, il digitale ha comportato modifiche importantissime. Questo mutamento avviene in un momento in cui tutti i valori sono stati messi in discussione. Quindi abbiamo un complesso di condizioni che dobbiamo considerare attentamente. Negli anni Sessanta e Settanta, la società aveva delle direttrici e c’era un’educazione collettiva differente. Poi si è fatto strada un linguaggio molto meno attento all’altro, dal campo politico in giù, che ha contribuito a creare una società dove i valori condivisi sono praticamente assenti».
I genitori di oggi tendono spesso a giustificare i propri figli anche quando hanno torto. Non trova che, in generale, siano più morbidi rispetto al passato nell’inculcare regole e principi?
«Oggi c’è un grande senso di iperprotezione e tolleranza da parte dei genitori. Molte volte questo atteggiamento nasconde una paura, una non certezza del cammino educativo che uno deve fare, per cui dire un no, dire che quel dato comportamento deve essere tenuto e che non è tollerabile un comportamento diverso, richiede certezze. In molta parte dei casi, l’atteggiamento di accettazione di certi comportamenti è determinata da fragilità e insicurezza. L’iperprotezione è una delle cause delle insicurezze e dei conseguenti comportamenti disfunzionali. Un brutto voto a scuola, o una sanzione a seguito di comportamento non adeguato, può essere ad esempio causa di sofferenza per uno studente, ma è proprio questa sofferenza che fa parte della crescita del ragazzo, e un genitore deve far capire al figlio che si può rimediare studiando meglio o tenendo comportamenti appropriati».
Molti genitori riversano sui figli aspirazioni e traguardi che non sono riusciti a raggiungere, caricandoli di responsabilità non volute.
«Sono certamente fattori debilitanti in un percorso educativo. Tutte cose che possono creare insicurezze e frustrazioni in un ragazzo».
I canali digitali hanno messo a dura prova le relazioni tra genitori e figli, impoverendo la comunicazione. Tanti ragazzi preferiscono confidarsi con l’intelligenza artificiale piuttosto che con gli adulti.
«L’uso dell’intelligenza artificiale sta determinando profonde modificazioni nel comportamento di giovani e adulti. Nei comportamenti dei minori, siamo davanti a una sottrazione al diritto ad un contesto di vita, di cura e di educazione. Pensiamo a quanto la disponibilità di un dispositivo, incide sulla necessità di ricorrere alla madre e al padre quando si sta in famiglia. Un tempo i figli chiedevano ai genitori di giocare con loro, ora purtroppo tutto questo è stato superato dall’avvento della tecnologia. Manca il contatto fisico che in quella fase della vita è importante per la formazione dell’empatia e altro. Se sottraggo la necessità del corpo alla costruzione di un legame, abbiamo conseguenze gravissime. L’Unione europea si sta muovendo ora in questa direzione, anche se con grandissimo ritardo. Non possiamo più aspettare. Bisogna che il digitale venga governato nel quotidiano».
Ci sono coppie che lavorano a tempo pieno, e altre dove magari uno di loro è chiamato a prendersi cura dei genitori che invecchiano. Il tempo per seguire i propri ragazzi si assottiglia sempre di più…
«Quando parliamo di minori il primo punto di riferimento è la famiglia che, secondo la nostra Costituzione e le convenzioni internazionali, non è e non può essere lasciata sola. La Costituzione prevede che la famiglia deve essere sostenuta. Certo, c’è poi da chiedersi se gli interventi pubblici messi in campo, garantiscano effettivamente i diritti costituzionali dei minori. Ci deve essere un pensiero organizzativo di ampio respiro. Non possiamo affidarci sempre a progetti che, per quanto importanti, iniziano e poi finiscono. In Sardegna viviamo una condizione economica e sociale difficile. La precarietà delle risorse necessarie comporta un problema serissimo, accanto alla frammentarietà delle competenze».
Le richieste di sostegno psicologico da parte delle famiglie sono in forte aumento…
«I dati che provengono dalla neuropsichiatria ed ai servizi sociali, evidenziano un aumento importantissimo delle condizioni di fragilità psichiche dei minori».
Il disagio dei minori è ormai svincolato dalla condizione sociale. Il ragazzo che la settimana scorsa ha accoltellato la propria insegnante aveva tredici anni.
«In passato atti del genere venivano compiuti da ragazzi che vivevano in un contesto disagiato. Ora questi comportamenti disfunzionali si manifestano in famiglie di buona cultura ed economicamente serene. La fragilità esistenziale prescinde dall’aria che si respira in casa. Cose del genere dovrebbero far perdere il sonno alla nostra classe politica. Bisogna interrogarsi su cosa serve a una società e come si possono aiutare gli individui ad avere condizioni di vita buone. Se viene meno la speranza di un futuro migliore, allora vince la fragilità con tutte le conseguenze che ne derivano».
In questo convegno si affronta anche il tema della solitudine della famiglia, ma le previsioni Istat avvertono che tra venti o trent’anni, la società italiana sarà una società, per così dire, senza famiglia. Si stima che nel 2040, si avranno 162 famiglie unipersonali ogni 100 famiglie con figli.
«Tutto questo richiede uno studio, una riflessione. Avere figli comporta avere un pensiero verso una vita che è fatta di investimento del proprio tempo, sottratto a se stessi».
Un aiuto potrebbe arrivare dai cittadini stranieri?
«Non mi piace pensare che è bene accogliere i migranti perché noi stiamo diventando troppo pochi. Voglio pensare a un atteggiamento favorevole nei confronti dei migranti, che prescinde dal nostro inverno demografico. Naturalmente non possiamo pensare a un’accoglienza indiscriminata. L’accoglienza deve essere governata bene. Non è sufficiente scrivere una legge su una buona accoglienza, perché poi quella legge deve essere attuata. Noi abbiamo due buonissime leggi sui minori stranieri non accompagnati, il Decreto legislativo 142 e la Legge Zampa n.47 del 2017, ma anche una cattiva attuazione di quelle leggi, perché abbiamo un’organizzazione dell’accoglienza che non è conforme a quanto stabilito, e che è causa di molte condizioni disfunzionali, richiamate poi per dire che lo straniero crea pericolo».


