Il pianista riunisce in “Johannes Brahms: Klavierstücke” pagine che attraversano quasi quarant’anni della produzione brahmsiana, dall’Albumblatt giovanile agli ultimi capolavori per pianoforte. Una registrazione su uno storico Blüthner del 1859, pubblicata il 18 settembre da ECM New Series.
«Da giovane avevo già studiato e imparato alcuni degli ultimi pezzi per pianoforte, per amore e passione. Ma già allora sapevo che avrei dovuto aspettare prima di avvicinarmi davvero a loro». András Schiff ha atteso. Perché quella musica, spiega, contiene «gli ultimi pensieri di un uomo anziano» ed è autunnale, attraversata dalla rinuncia e dalla consapevolezza del tempo.
Da questa lunga frequentazione nasce “Johannes Brahms: Klavierstücke”, il nuovo doppio album del pianista pubblicato il 18 settembre da ECM New Series. Un percorso che riunisce l’Albumblatt, i Klavierstücke op. 76, le Fantasien op. 116, gli Intermezzi op. 117 e i Klavierstücke op. 118 e 119. Quasi quarant’anni di musica compressi in forme spesso brevi, nelle quali il Brahms della maturità sembra progressivamente abbandonare ogni necessità monumentale per rivolgersi verso una dimensione più raccolta.

Il viaggio, però, comincia dal giovane Brahms. L’Albumblatt fu scritto durante una tournée e lasciato come dedica musicale nell’Album Amicorum di Arnold Wehner, direttore dell’Università di Gottinga, sul quale avevano lasciato traccia anche Schumann, Mendelssohn e Liszt. Rimasto sconosciuto per molti anni e riscoperto nel 2012, il breve pezzo sarebbe stato successivamente rielaborato da Brahms e fatto confluire nel Trio per corno op. 40.
Schiff lo considera una sorta di ritratto dell’artista da giovane e lo colloca all’inizio di un itinerario che conduce al Brahms maturo degli otto Klavierstücke op. 76, composti in gran parte nel 1878. Capricci e intermezzi nei quali il rapporto ancora evidente nelle opere giovanili con Beethoven, Schumann e Chopin si fa meno diretto e la scrittura pianistica assume un carattere più personale e concentrato. Il critico Eduard Hanslick li definì «soliloqui»: una parola che restituisce bene la natura privata di una musica che sembra spesso rivolgersi a sé stessa.
Tra il 1866 e il 1878 Brahms aveva sostanzialmente trascurato il pianoforte solo. Vi tornò con l’op. 76 e con le due Rapsodie op. 79, per poi dedicarsi nuovamente e con particolare intensità alle piccole forme pianistiche nel 1892 e nel 1893. Da quest’ultima stagione nascono le Fantasien op. 116, gli Intermezzi op. 117 e i Klavierstücke op. 118 e 119.
È il Brahms al quale Schiff sentiva di non potersi avvicinare troppo presto. Pagine nelle quali una quantità enorme di esperienza musicale viene concentrata in pochi minuti, talvolta in pochi gesti. Il termine Klavierstück, del resto, nell’Ottocento poteva comprendere forme differenti: improvvisi, ballate, romanze, rapsodie, capricci, intermezzi e romanze senza parole, con confini tutt’altro che rigidi. Brahms predilige soprattutto le denominazioni Capriccio e Intermezzo, quasi due poli complementari: da una parte il movimento, l’invenzione ritmica e una maggiore tensione; dall’altra l’introspezione e una scrittura che tende a evitare i contrasti più netti.
I colori autunnali di Brahms
Nel libretto che accompagna l’album Schiff interviene personalmente su ciascuna composizione, soffermandosi tanto sul contenuto espressivo quanto sulla costruzione formale. Per descrivere i colori di queste pagine autunnali stabilisce anche un’affinità con Ancient Sound di Paul Klee.
Non è un riferimento puramente astratto, perché una parte decisiva del progetto riguarda proprio il colore del pianoforte. Schiff non ha registrato il programma su uno strumento moderno, ma su un Blüthner costruito a Lipsia intorno al 1859 da Julius Blüthner, oggi appartenente alla collezione della Clavierwerkstatt Christoph Kern di Staufen, in Germania, dove è stato restaurato.
Lo strumento, indicato come Blüthner n. 600, appartiene dunque allo stesso mondo ottocentesco nel quale nacque la musica di Brahms. L’esatta data di costruzione non è ricostruibile, poiché gli archivi dell’azienda furono distrutti durante la Seconda guerra mondiale. Il pianoforte misura 255 centimetri e presenta corde dei bassi parallele, anziché incrociate come negli strumenti moderni: una concezione che privilegia la trasparenza rispetto alla massa sonora. È inoltre dotato della cosiddetta Blüthner-Patent-Mechanik, progettata per consentire un controllo particolarmente sensibile del tocco.
Schiff parla dello strumento come di un Blüthner del 1859 «splendidamente conservato» e lega esplicitamente la sua tavolozza sonora ai colori che ricerca nel Brahms della maturità. La scelta diventa quindi parte dell’interpretazione: non la semplice ricerca di un suono antico, ma uno strumento attraverso il quale interrogare diversamente la scrittura.
Un percorso brahmsiano per ECM
“Johannes Brahms: Klavierstücke” prosegue il lavoro dedicato da Schiff a Brahms per ECM New Series. Il pianista aveva già registrato le Sonate per clarinetto insieme a Jörg Widmann, quindi i Concerti per pianoforte con l’Orchestra of the Age of Enlightenment e le Sonate per violino con Yuuko Shiokawa.
Il nuovo album sposta però il centro verso una dimensione ancora più privata. Se nei Concerti il confronto è con la grande architettura orchestrale, qui la prospettiva si restringe fino alla miniatura, alla memoria, al pensiero affidato a poche battute.
Non è casuale che Schiff abbia aspettato prima di registrare queste pagine. Nelle sue parole c’è l’idea che una partitura possa essere studiata molto presto e compresa diversamente molto più tardi. Nel Brahms degli ultimi anni il pianoforte non ha bisogno di proclamare: ricorda, interroga, lascia affiorare qualcosa e subito lo riconduce verso il silenzio.
È proprio su questa soglia che sembra collocarsi l’interpretazione di Schiff. Non alla ricerca di un Brahms monumentale, ma di quella voce più appartata che, negli ultimi anni, affidò a capricci, fantasie e intermezzi alcuni dei suoi pensieri musicali più concentrati.
Il doppio album, registrato nel marzo 2021 nella Kammermusiksaal Hermann J. Abs del Beethoven-Haus di Bonn, è accompagnato da un ampio libretto con un saggio di Peter Gülke (1934-2026), una nota di András Schiff e i suoi commenti alle singole composizioni, in inglese e tedesco.


