Talking Book, il disco che cambiò la storia di Stevie Wonder

C’è un momento nella vita di Stevie Wonder in cui sembra avere bisogno di mettersi a nudo davanti alla vita. Di mostrarsi per quello che è diventato, lasciandosi alle spalle almeno per un istante anche l’immagine con cui il mondo ha imparato a riconoscerlo.

È il 1972. Stevie ha ventidue anni e sulla copertina del suo nuovo disco appare seduto a terra, immerso in un paesaggio spoglio e assolato. Indossa una grande veste di velluto che sembra avvolgerlo, porta i capelli raccolti in treccine, anelli, bracciali e gioielli. Ma soprattutto non porta gli occhiali scuri. È un particolare potentissimo proprio perché siamo abituati a considerarli parte inseparabile della sua immagine. Qui invece Wonder sceglie di mostrarsi senza quella barriera, con il volto completamente esposto alla luce.

La fotografia è di Robert Margouleff, che insieme a Malcolm Cecil sta accompagnando Wonder nella rivoluzione musicale di quegli anni. Cecil ricorderà che quell’immagine «senza occhiali» e dentro un’ambientazione quasi biblica era parte della concezione della copertina. Non è dunque una fotografia capitata per caso. È una rappresentazione costruita di ciò che Stevie Wonder sta diventando.

E forse è proprio dalla copertina che bisogna cominciare per capire Talking Book.

Perché nel 1972 Stevie Wonder sta facendo musicalmente qualcosa di molto simile: si sta mostrando.

Stevie Wonder - Talking Book

Nelle prime edizioni del disco c’è un altro particolare che completa magnificamente quell’immagine. Sulla confezione vengono impressi in Braille il suo nome, il titolo dell’album e un messaggio rivolto a chi lo ascolta: «Here is my music. It is all I have to tell you how I feel». La mia musica è tutto ciò che ho per dirvi come mi sento. E poi: «Know that your love keeps my love strong».

Quasi una dichiarazione d’intenti prima ancora che cominci la prima canzone.

Stevie si toglie gli occhiali sulla copertina e, metaforicamente, fa qualcosa di ancora più radicale all’interno del disco: smette di proteggersi. Parla d’amore, desiderio, gelosia, abbandono, sesso, politica, discriminazione, speranza. E lo fa mentre la sua stessa vita sta cambiando profondamente, mentre il matrimonio con Syreeta Wright arriva alla fine e mentre, dopo essere stato per più di dieci anni il ragazzo prodigio della Motown, conquista finalmente il diritto di decidere che artista vuole essere.

Perché questo è il paradosso da cui nasce Talking Book: Stevie Wonder ha ventidue anni, ma è già famoso da quasi metà della sua vita.

La Motown lo aveva messo sotto contratto quando ne aveva undici, presentandolo al mondo come Little Stevie Wonder. A tredici anni Fingertips lo aveva già portato al numero uno negli Stati Uniti. Prima ancora di diventare adulto aveva imparato cosa significasse essere una star.

Il problema, adesso, era diventare un artista.

Per anni Stevie era cresciuto dentro una delle macchine musicali più efficienti mai esistite. La Motown di Berry Gordy aveva trasformato composizione, produzione, arrangiamento, immagine e promozione in un sistema straordinariamente organizzato. Wonder ne era stato uno degli interpreti più precoci e sorprendenti, ma ora voleva qualcosa di diverso.

Voleva diventare il processo.

Il passaggio decisivo arriva con la maggiore età e con la rinegoziazione del rapporto con la Motown. Wonder ottiene un’autonomia artistica eccezionale per gli standard dell’etichetta: vuole scegliere le proprie canzoni, costruire i propri arrangiamenti, decidere con chi lavorare e soprattutto controllare la direzione della propria musica.

E quella libertà comincia immediatamente a produrre un suono nuovo.

Prima di Talking Book c’è una macchina chiamata TONTO

Il primo grande manifesto della nuova indipendenza è Music of My Mind, pubblicato nel marzo del 1972. Ma per capire ciò che sta accadendo bisogna entrare in uno studio e incontrare due uomini: Malcolm Cecil e Robert Margouleff.

I due hanno costruito TONTO, The Original New Timbral Orchestra, un gigantesco sistema di sintetizzatori analogici capace di riunire tecnologie differenti e creare timbri praticamente da zero. Wonder rimane affascinato da quelle possibilità dopo aver ascoltato Zero Time della TONTO’s Expanding Head Band e cerca i suoi creatori.

TONTO instrument

Quell’incontro è fondamentale perché Stevie non cerca nell’elettronica un effetto futuristico da mettere sopra le canzoni. Cerca qualcosa di molto più importante: uno strumento che gli permetta di realizzare i suoni che sente nella propria testa.

È una differenza enorme.

Non deve più necessariamente spiegare a un arrangiatore che cosa vorrebbe sentire. Può costruirlo. Può inventare un basso, modificarne l’attacco, piegare una nota, sovrapporre tastiere, creare qualcosa che assomigli a un’orchestra senza avere davanti un’orchestra. E con Cecil e Margouleff trova due collaboratori capaci di mettere la tecnologia al servizio della sua immaginazione.

È dentro questa libertà che nasce Talking Book.

Perché si chiama Talking Book

Anche il titolo nasce quasi per caso, durante un periodo di straordinaria fertilità creativa. Talking Book arriva appena sette mesi dopo Music of My Mind, ma Stevie Wonder continua ad avere nuove canzoni e il problema, durante le sessioni con Malcolm Cecil e Robert Margouleff, non è trovare abbastanza materiale per completare il disco: è decidere cosa lasciare fuori. Cecil avrebbe ricordato che Wonder voleva continuare ad aggiungere brani, finché a un certo punto gli fece notare, in sostanza, che stavano preparando un album, non un talking book.

L’espressione indicava i libri registrati destinati in particolare alle persone cieche e ipovedenti, opere che potevano essere ascoltate anziché lette sulla pagina e che non erano costrette nei limiti di durata di un LP. La battuta rimase e diventò il titolo del disco. Robert Margouleff avrebbe aggiunto un particolare che rende quella scelta ancora più significativa: le canzoni che Wonder stava accumulando erano «stories and statements», storie e dichiarazioni. Senza averlo necessariamente progettato in partenza, Stevie aveva davvero costruito una sorta di libro attraverso la musica.

Il concetto continua anche nell’oggetto fisico. In copertina Wonder si mostra senza gli occhiali scuri con cui il pubblico era abituato a riconoscerlo, mentre nelle prime edizioni compaiono anche scritte in Braille. Immagine, titolo e musica finiscono così per dialogare tra loro: Talking Book è il disco di un artista che ha appena conquistato una libertà creativa senza precedenti all’interno della Motown e comincia a usarla per raccontare ciò che sente e ciò che vede intorno a sé.

Stevie Wonder - Talking Book - photo braille

Le dieci canzoni non costituiscono un concept album e sarebbe forzato leggerle come un’autobiografia nascosta, ma ascoltate in sequenza sembrano davvero capitoli diversi dello stesso libro. Si parte dalla felicità quasi assoluta di You Are the Sunshine of My Life e subito dopo si precipita nella gelosia di Maybe Your Baby; si attraversano la promessa di You and I, la disillusione di Tuesday Heartbreak, il desiderio di You’ve Got It Bad Girl, poi lo sguardo si allarga alla superstizione e alla politica con Superstition e Big Brother. Infine Wonder ritorna alle relazioni, alla perdita e alla possibilità di ricominciare con Blame It on the Sun e Lookin’ for Another Pure Love.

E non è irrilevante che tutto questo accada mentre il matrimonio con Syreeta Wright sta arrivando alla fine. Sarebbe scorretto attribuirle automaticamente le canzoni del disco, ma è significativo che i due continuino a scrivere insieme — Blame It on the Sun porta anche la firma di Syreeta — mentre la loro relazione cambia forma. Alla fine del percorso Wonder sceglie di non chiudere il libro con il rancore o con la disillusione, ma con I Believe (When I Fall in Love It Will Be Forever): dopo aver raccontato quanto possa essere complicato amare qualcuno, a ventidue anni vuole ancora credere che sia possibile farlo per sempre.

Ed è da questa prima pagina, You Are the Sunshine of My Life, che il libro può finalmente cominciare.

Simone Cavagnino
Simone Cavagninohttps://www.soundinia.it
Simone Cavagnino è giornalista, autore e speaker radiofonico. Laureato in Scienze Giuridiche, si occupa di giornalismo culturale, musicale e comunicazione istituzionale. Ha collaborato con l'emittente televisiva Infochannel TV Sardinia, ha diretto Unica Radio e ha scritto per JAZZIT, altre riviste nazionali e quotidiani regionali. Nel 2014 ha curato il documentario La memoria del suono, dedicato all'artista Pinuccio Sciola. Nel 2018 ha pubblicato, insieme al giornalista Claudio Loi, il volume Sardegna, jazz e dintorni (Aipsa Edizioni). Attualmente cura la comunicazione di alcuni tra i principali festival culturali della Sardegna e dirige Soundinia, testata giornalistica dedicata alla cultura, alla musica e ai territori del Mediterraneo.

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