Nel 1992 il chitarrista americano pubblicò uno dei lavori più personali e ambiziosi della sua carriera: quattordici composizioni, un’orchestra e decine di musicisti per raccontare senza parole la nascita, la trasformazione e la fine di una relazione sentimentale.
Come reagire alla fine di una storia d’amore? Pat Metheny ci ha scritto un concept album. Si intitola Secret Story e nel 1992 rappresentò uno dei progetti più ambiziosi mai affrontati dal chitarrista americano. Quattordici composizioni, quasi ottanta minuti di musica, un’orchestra e decine di musicisti provenienti da mondi differenti. Dentro ci sono jazz, musica sinfonica, elettronica, Brasile, Cambogia, suggestioni orientali, tango. Ci sono Charlie Haden e Toots Thielemans, Lyle Mays e Naná Vasconcelos, Paul Wertico, Steve Rodby, Armando Marçal e Akiko Yano. Eppure, dietro un apparato musicale tanto vasto, si nasconde qualcosa di estremamente privato: la fine, appunto, di una relazione sentimentale.
Metheny lo raccontò apertamente nelle interviste dell’epoca. Inizialmente non aveva progettato Secret Story come un concept album sulla propria vita privata. La consapevolezza arrivò mentre stava componendo, quando si rese conto che la successione dei brani stava assumendo spontaneamente la forma di una relazione: l’incontro con qualcuno, la scoperta, l’approfondimento del rapporto, la sua trasformazione e infine la separazione.
Quella storia, peraltro, non apparteneva a un passato ormai metabolizzato. La sua conclusione coincideva con la lavorazione dell’album. Metheny spiegò che normalmente, quando registra una composizione nata da una determinata esperienza, deve in qualche modo recuperare lo stato emotivo che l’ha generata. Durante Secret Story non ne aveva bisogno: quelle emozioni le stava ancora vivendo.
È forse da qui che nasce la particolare intensità di un disco che, pur essendo minuziosamente costruito e tecnologicamente sofisticato, raramente dà l’impressione di essere freddo.

Prima il mondo, poi i musicisti
Anche la genesi dell’album è insolita. Metheny ne realizzò inizialmente una versione quasi interamente da solo, suonando chitarre, sintetizzatori e tastiere e programmando persino le parti orchestrali. Per qualche tempo pensò che il progetto potesse rimanere in quella forma.
Poi iniziò un processo inverso.
Le parti elettroniche cominciarono progressivamente a essere sostituite o affiancate da musicisti reali. Entrarono basso, batteria, percussioni, voci, strumenti acustici. Arrivò l’orchestra, con gli arrangiamenti di Jeremy Lubbock. Alla fine il mondo immaginato inizialmente da una sola persona era diventato uno spazio abitato da decine di interpreti.
È una caratteristica fondamentale di Secret Story: non nasce dall’interazione di una band, come accadeva normalmente con il Pat Metheny Group. Prima esiste la visione complessiva di Metheny; successivamente vengono scelti gli esseri umani e soprattutto le anime giuste per darle corpo.
Il risultato conserva per questo una fortissima unità narrativa nonostante l’enorme quantità di strumenti, musicisti e riferimenti culturali.
Un viaggio che comincia in Cambogia
La prima cosa che si ascolta in Secret Story, significativamente, non è la chitarra di Pat Metheny.
Above the Treetops nasce dall’incontro con la tradizione musicale cambogiana e coinvolge la Pinpeat Orchestra del Royal Ballet e il coro del Palazzo Reale di Phnom Penh. Il canto sembra arrivare da un luogo remoto e introduce l’ascoltatore in un territorio che non possiede ancora coordinate precise.
Solo progressivamente compare Metheny.
È quasi una dichiarazione d’intenti: prima ancora del protagonista viene presentato il mondo.
Con Facing West quello spazio sembra improvvisamente aprirsi. La musica acquista orizzonte e comincia a emergere uno degli elementi più riconoscibili della scrittura methenyana: melodie immediatamente accessibili sostenute da costruzioni armoniche molto più sofisticate di quanto la loro naturalezza lasci percepire.
Cathedral in a Suitcase introduce invece movimento e pulsazione, mentre con Finding and Believing, che sfiora i dieci minuti, il progetto raggiunge una prima enorme espansione. Non siamo più nella normale alternanza jazzistica tra tema e assolo: la composizione procede per trasformazioni, accumuli e cambiamenti di ambiente ritmico, come una vera sequenza narrativa.
È uno dei momenti nei quali si comprende meglio perché Secret Story sia stato spesso accostato all’idea della colonna sonora di un film inesistente.
Le immagini non ci sono.
La musica, però, sembra continuamente suggerirle.
Una geografia della memoria
Il carattere autobiografico dell’album non riguarda soltanto la relazione sentimentale.
Quando realizzò Secret Story, Metheny aveva alle spalle circa quindici anni trascorsi continuamente in viaggio. Luoghi, persone e musiche incontrate lungo il percorso erano ormai entrati nel suo vocabolario. Nel disco quelle esperienze diventano una sorta di geografia della memoria.
Non è semplicemente quella che all’inizio degli anni Novanta sarebbe stata definita “world music”. Metheny non raccoglie sonorità esotiche per aggiungerle al proprio jazz. Cerca piuttosto di far convivere all’interno della stessa storia mondi musicali che ormai fanno parte della propria esperienza.
Così il viaggio geografico e quello sentimentale finiscono lentamente per sovrapporsi.
Dopo la vastità di Finding and Believing arriva la malinconia di The Longest Summer. Sunlight sembra riaprire uno spazio luminoso, mentre Rain River rimette tutto in movimento.
Poi l’orizzonte improvvisamente si restringe.
Always and Forever
Con Always and Forever la grande macchina di Secret Story lascia spazio all’intimità.
Ci sono Charlie Haden e Toots Thielemans. L’armonica di quest’ultimo possiede quasi la fragilità di una voce umana e Metheny non sente alcuna necessità di riempire lo spazio.
È uno dei principi più efficaci dell’intero album: più il progetto diventa monumentale, più nei momenti emotivamente decisivi torna alla dimensione individuale.
Secret Story non cresce quindi continuamente verso una conclusione sempre più spettacolare. Respira. Si espande e si contrae.
Con See the World torna una luminosità quasi euforica. È uno dei momenti più immediati del disco, attraversato da un senso di movimento che potrebbe sembrare perfino celebrativo. Ma dentro la sequenza complessiva quella felicità acquista progressivamente un significato diverso.
Sappiamo ormai che questa storia avrà una fine.
Ed è uno dei meccanismi più affascinanti dell’album: alcuni dei suoi momenti più luminosi diventano malinconici soltanto retrospettivamente.
Una voce che appare e scompare
Dopo See the World arriva As a Flower Blossoms (I Am Running to You), brevissima apparizione affidata anche alla voce della pianista e cantante giapponese Akiko Yano.
Dura meno di due minuti.
È quasi una fotografia lasciata accidentalmente dentro un album: appare una voce, emerge un’immagine e subito scompare.
Poi arriva Antonia, con le sue inflessioni che guardano al tango, e il viaggio sembra cambiare nuovamente continente.
A questo punto Secret Story ha ormai smesso di sembrare una successione di composizioni. Assomiglia sempre più a una raccolta di ricordi.
La verità verrà sempre fuori
Il secondo grande pilastro dell’album arriva quasi alla fine.
The Truth Will Always Be supera i nove minuti ed è costruita come un lunghissimo crescendo. Metheny avrebbe successivamente riconosciuto la parentela formale con il principio utilizzato nel Boléro di Ravel, non per una derivazione compositiva diretta, ma per l’idea di costruire una continua rampa dinamica crescente.
Per quasi dieci minuti l’energia si accumula.
Il titolo, conoscendo la vicenda autobiografica che attraversa il disco, è inevitabilmente suggestivo: “La verità verrà sempre fuori”.
Metheny non rappresenta però quella verità attraverso una ballata dolorosa. La trasforma in tensione. Ogni passaggio sembra aggiungere qualcosa al precedente fino a raggiungere il climax drammatico dell’intero album.
A quel punto sarebbe facile cercare un finale ancora più grande.
Metheny fa esattamente il contrario.
Dille che mi hai visto
Arriva Tell Her You Saw Me.
“Dille che mi hai visto”.
È forse uno dei titoli più dolorosamente evocativi dell’intera discografia di Metheny. E proprio qui bisogna fermarsi prima di trasformare l’interpretazione in biografia: il musicista non ha mai reso pubblici l’identità della persona coinvolta né i dettagli della relazione, e non sappiamo quale episodio concreto si nasconda dietro quelle parole.
Non serve saperlo.
Dopo l’enorme crescendo di The Truth Will Always Be, la musica si riduce. Ciò che rimane non sembra rabbia e nemmeno disperazione.
Assomiglia alla memoria.
E dopo Tell Her You Saw Me rimangono soltanto due minuti e poco più.
La nostra ultima ora
Not to Be Forgotten (Our Final Hour) chiude il disco.
Dopo chitarre, sintetizzatori, percussioni brasiliane, canto cambogiano, armonica, pianoforte, basso, batteria, voci e orchestra, Metheny conclude con una breve coda prevalentemente orchestrale.
Il protagonista sembra progressivamente uscire dal quadro.
Non c’è più nulla da spiegare.
La storia è finita.
Ed è proprio in quel momento che il titolo scelto per l’album rivela forse tutta la sua forza.
Secret Story.
La storia segreta.
Metheny ci ha raccontato per quasi ottanta minuti la nascita, la trasformazione e la fine di qualcosa senza dirci chi siano realmente i protagonisti, cosa sia accaduto tra loro e perché la relazione sia terminata.
Ha conservato il segreto dei fatti.
Ma ha reso pubbliche le emozioni.
È forse questa la ragione per cui Secret Story, a più di trent’anni dalla sua pubblicazione, conserva una posizione particolare anche in una discografia vasta e continuamente mutevole come quella di Pat Metheny.
Non sembra semplicemente una raccolta di quattordici composizioni.
Sembra il ricordo di qualcosa che è accaduto davvero.
E forse, quando una storia d’amore finisce, non è necessario raccontare agli altri che cosa è successo.
A volte basta riuscire a raccontare come ci si è sentiti.
Pat Metheny lo ha fatto senza usare una sola parola.


