Anna e Marco, due solitudini sotto lo stesso cielo

Fino alle cinque del mattino Anna e Marco non esistevano. C’era un’altra canzone, si chiamava Sera, aveva già una musica e un testo, ma Alessandro Colombini continuava a dire a Lucio Dalla che quelle parole non funzionavano. Rimasero soli nello studio e continuarono a lavorarci. Quando arrivò il mattino, Sera era scomparsa. Al suo posto c’erano una ragazza che avrebbe voluto morire, un ragazzo che sognava di andarsene lontano, una periferia, una notte, una luna trasformata in una palla e il cielo in un biliardo. E alla fine, quasi di passaggio, un cane randagio. Era nata Anna e Marco, una delle canzoni nelle quali Dalla riuscì meglio a trasformare due esistenze comuni in una storia universale.

Fino alle cinque del mattino Anna e Marco non esistevano. C’era un’altra canzone e si chiamava Sera. La musica era già stata costruita, il testo aveva una sua forma, ma Alessandro Colombini, il produttore che accompagnò Lucio Dalla in quella fase decisiva della sua carriera, non era convinto delle parole.

È Colombini, molti anni dopo, a raccontare ciò che accadde. Intervistato da Emilio Marrese per la Repubblica nel 2015, in occasione della pubblicazione del cofanetto Trilogia, ricordò che il testo di Sera gli sembrava privo della forza necessaria. Lui e Dalla rimasero soli nello studio di registrazione e continuarono a lavorarci per tutta la notte. Secondo il suo racconto, soltanto alle cinque del mattino comparvero finalmente Anna e Marco.

È importante partire da qui perché intorno alle grandi canzoni, con il passare degli anni, tendono ad accumularsi racconti, interpretazioni e leggende. Non abbiamo elementi sufficientemente solidi per affermare che Dalla incontrò realmente una ragazza chiamata Anna e un ragazzo chiamato Marco in una discoteca di periferia e decise di raccontarne la vita. Quello che possiamo documentare è invece un processo di scrittura: una canzone che non funzionava pienamente e che, durante una notte di lavoro, trovò due personaggi e attraverso di loro trovò anche la propria storia.

Colombini avrebbe definito Anna e Marco «un film condensato in tre minuti». La formula è particolarmente efficace perché Dalla, più che raccontare semplicemente una coppia, sembra davvero montare due vite.

Prima Anna, poi Marco

La canzone procede inizialmente per montaggio alternato. Prima compare Anna, che non viene presentata come una protagonista eccezionale: è precisamente il contrario, una ragazza come tante. Dalla utilizza pochi dettagli per renderla riconoscibile, le assegna un carattere, uno sguardo, le amiche, soprattutto una vita nella quale qualcosa sembra non bastarle più. Persino il nome contribuisce a questa normalità: Enzo Caffarelli, nel Piccolo ritratto della canzone d’autore dedicato da Treccani ad Anna e Marco, ricorda quanto Anna fosse diffuso nell’Italia del tempo.

Poi l’inquadratura cambia e arriva Marco. Anche di lui sappiamo pochissimo: il fisico, le grosse scarpe, una madre, una sorella, l’assenza del padre, gli amici. Intorno c’è il branco; dentro, invece, un’inquietudine che lo spinge a immaginare una vita altrove. Il sito ufficiale di Lucio Dalla legge la canzone proprio attraverso questa dimensione, come il racconto dei sogni di una periferia malinconica e in parte rassegnata, proiettata verso qualcosa che sembra irraggiungibile.

Prima di incontrarsi, quindi, Anna e Marco condividono già qualcosa: entrambi pensano che la propria vita debba accadere da un’altra parte. Non stanno ancora cercando l’amore. Stanno cercando un’uscita.

È qui che la definizione di Colombini come «film» diventa ancora più precisa. Dalla costruisce prima due primi piani separati e soltanto dopo allarga l’inquadratura. Arrivano la notte e il locale nel quale i due finiscono per incontrarsi. Non c’è bisogno di una grande dichiarazione sentimentale e nemmeno di sapere che cosa si dicano: ballano, si guardano e il racconto cambia direzione. Treccani osserva giustamente una particolarità: mentre una parte enorme della canzone d’amore racconta qualcosa che è finito, Anna e Marco racconta qualcosa che sta cominciando.

La periferia e la strada per le stelle

La periferia è probabilmente la vera geografia della canzone, ma Dalla evita di darle un indirizzo. Potrebbe essere Bologna, ma potrebbe essere qualunque città italiana alla fine degli anni Settanta. Proprio l’assenza di una localizzazione precisa permette ad Anna e Marco di uscire da un luogo specifico e diventare due figure riconoscibili ovunque.

La loro periferia, del resto, non è soltanto geografica. È una condizione: famiglie imperfette, possibilità limitate, giornate che sembrano ripetersi, gruppi di amici che offrono appartenenza e protezione, il desiderio di immaginare altrove la propria vita. Treccani colloca esplicitamente entrambi dentro questo paesaggio, ricordando Anna come «stella di periferia» e Marco come «lupo di periferia», due personaggi attraverso i quali Dalla racconta una condizione di marginalità insieme sociale ed esistenziale.

È significativo che Dalla non costruisca questa periferia attraverso un discorso sociologico. Non spiega la condizione giovanile italiana, non pretende di rappresentare una generazione, non formula una tesi. Inventa due persone e lascia che siano le loro vite a mostrarcela.

Ma quando Anna e Marco si incontrano, la scala del racconto cambia. La realtà rimane piccola, mentre l’immaginazione diventa improvvisamente enorme. Sopra la periferia compaiono la luna, le stelle, l’America. Il sito ufficiale di Dalla sottolinea proprio questa contrapposizione fra una periferia malinconica e un cielo sul quale viene proiettato il sogno di un’America collocata idealmente oltre la luna.

È uno dei movimenti più riconoscibili della scrittura di Dalla: partire dalla vita quotidiana e aprirvi improvvisamente una fenditura cosmica. Una madre, una sorella, gli amici, una discoteca possono convivere con la luna e con l’America perché il cielo non è soltanto una decorazione poetica. Diventa la misura della distanza fra la vita che Anna e Marco stanno vivendo e quella che vorrebbero vivere.

La luna è una palla e il cielo un biliardo

Dentro questo passaggio c’è una delle immagini più potenti della canzone: la luna trasformata in una palla e il cielo in un biliardo. Caffarelli la individua, insieme alla strada per le stelle e all’America oltre la luna, tra le espressioni più originali del testo.

L’immagine è semplice e vertiginosa nello stesso tempo. Dalla prende qualcosa di smisurato come il cielo e lo riconduce a uno spazio familiare, quasi a un bar di periferia. La luna può diventare una palla, il cielo un enorme tavolo sul quale immaginare traiettorie impossibili. L’universo viene ridotto alla misura dell’immaginazione di due ragazzi.

Ma la metafora funziona anche al contrario: non è soltanto il cielo a diventare improvvisamente più piccolo. Sono Anna e Marco che, almeno per qualche istante, sembrano diventare abbastanza grandi da poterci entrare. Prima dell’incontro Dalla li aveva tenuti dentro coordinate estremamente concrete; quando cominciano a guardarsi, la periferia non scompare, ma sopra di essa si apre il cosmo.

Un biliardo e il cielo appartengono a mondi inconciliabili finché una canzone non decide che possono essere la stessa cosa.

Questa è naturalmente una lettura critica e non un’intenzione che possiamo attribuire direttamente a Dalla. Ma nella costruzione narrativa del brano il passaggio è evidente: il realismo lascia entrare progressivamente il sogno. L’America e le stelle possono anche rimanere irraggiungibili; ciò che cambia è che Anna e Marco, almeno per quella notte, hanno qualcuno accanto con cui guardare nella stessa direzione.

La musica esisteva prima di loro

La testimonianza di Colombini rivela anche un altro elemento importante: se Anna e Marco nasce dalla trasformazione di Sera, la struttura musicale esisteva almeno in parte prima che comparissero i due protagonisti. Dalla, dunque, non avrebbe necessariamente composto quella musica pensando fin dall’inizio a una ragazza e a un ragazzo di periferia. Secondo il produttore, furono i personaggi ad arrivare successivamente, quando una canzone già esistente aveva bisogno di trovare parole più forti.

Il brano appartiene all’album Lucio Dalla, inciso nel 1978 e pubblicato nel 1979, uno dei lavori centrali nella trasformazione di Dalla in autore completo delle proprie canzoni. Dopo la lunga e decisiva collaborazione con Roberto Roversi, Com’è profondo il mare aveva segnato nel 1977 l’affermazione della sua scrittura autonoma; con Lucio Dalla quella conquista raggiunge una maturità impressionante. Treccani colloca proprio Anna e Marco e L’anno che verrà tra i brani nei quali questa nuova libertà espressiva diventa pienamente riconoscibile.

Nello stesso disco convivono L’ultima luna, Stella di mare, La signora, Milano, Anna e Marco, Tango, Cosa sarà, Notte e L’anno che verrà. La discografia ufficiale descrive l’album come un ulteriore sviluppo dell’evoluzione creativa di Dalla, capace di tenere insieme forza melodica, poesia, quotidiano e aperture verso il surreale.

È il territorio perfetto per Anna e Marco. Una storia apparentemente piccolissima può contenere una città, la periferia, il cielo e l’America.

Il momento in cui diventano Anna e Marco

Anche il titolo contiene una piccola intuizione narrativa. Noi sappiamo fin dall’inizio di ascoltare Anna e Marco, ma Dalla prima ci presenta Anna e poi Marco, separatamente. Soltanto quando si incontrano smettono davvero di essere due ritratti paralleli e diventano ciò che il titolo ci aveva promesso: Anna e Marco.

La canzone non ci dice se quello che sta nascendo sia destinato a durare. Non sappiamo quasi niente del loro futuro e Dalla ha l’intelligenza di non completare la storia al posto loro. Il finale conserva infatti qualcosa della voce orale, quasi di un racconto ascoltato nel quartiere: qualcuno sostiene di averli visti tornare insieme, tenendosi per mano. Anche Caffarelli individua proprio in quel ritorno uno dei centri emotivi della canzone.

È una scelta importante perché il narratore non concede ai due ragazzi un lieto fine convenzionale. Non sappiamo se si ameranno, se partiranno, se rimarranno in periferia o se il giorno successivo tutto tornerà come prima. Sappiamo soltanto che all’inizio volevano entrambi scappare da soli e che alla fine percorrono insieme almeno un pezzo di strada.

Ed è proprio qui che compare un altro personaggio.

Un cane randagio

Quasi alla fine della canzone passa un cane randagio. È una presenza minima: attraversa la scena, guarda i due ragazzi, abbaia e prosegue. Eppure è difficile non considerarla una delle immagini più forti dell’intero racconto.

Quel cane non serve alla trama. Non conduce Anna e Marco da nessuna parte, non provoca un avvenimento e non ritorna. Dalla avrebbe potuto chiudere la canzone lasciando i due ragazzi sotto il cielo, avvolti nella luna, nelle stelle e nella possibilità di essersi innamorati. Invece fa entrare nell’inquadratura un animale senza casa che appartiene allo stesso paesaggio marginale dei protagonisti e che, per qualche secondo, attraversa la loro notte.

È importante non attribuire automaticamente a Dalla un simbolismo che non ha dichiarato. Ma come immagine narrativa il contrasto è fortissimo: nella stessa scena convivono tre solitudini. Anna e Marco erano soli e si sono trovati; il cane è ancora solo e continua il proprio cammino.

La sua apparizione impedisce inoltre al finale di diventare completamente consolatorio. La periferia non si trasforma improvvisamente in un luogo migliore perché due ragazzi si sono incontrati. Intorno a loro continua a esistere la solitudine. Il randagio passa quasi ai bordi dell’inquadratura, ai bordi della città e ai bordi della felicità che Anna e Marco stanno forse cominciando a conoscere.

Anna e Marco potrebbero essere due ragazzi di oggi

È anche per questo che, quasi mezzo secolo dopo, Anna e Marco non sembrano necessariamente appartenere soltanto all’Italia della fine degli anni Settanta. Potrebbero avere vent’anni oggi. Naturalmente vivrebbero in un mondo completamente diverso e sarebbe scorretto trasformare Dalla nel profeta di una società che non poteva conoscere. È il nostro presente, semmai, che permette di ascoltare la canzone da una prospettiva nuova.

La loro periferia contemporanea potrebbe non trovarsi nemmeno ai margini di una città. Potrebbe essere una periferia emotiva: quella di una generazione che dispone di possibilità di connessione impensabili nel 1978 e può tuttavia sperimentare forme profonde di solitudine, precarietà e disillusione. Anna e Marco potrebbero avere uno smartphone in mano, conoscere in tempo reale ciò che fanno centinaia di altre persone e non sapere comunque a chi raccontare veramente ciò che sta accadendo dentro di loro.

Vivrebbero inoltre dentro una società fortemente orientata alla rappresentazione di sé, nella quale siamo continuamente sollecitati a mostrarci, raccontarci, confrontarci e misurarci attraverso lo sguardo degli altri. Una società spesso egoriferita, nella quale anche le relazioni possono rischiare di diventare parte della costruzione della propria immagine. Non è il mondo raccontato da Dalla, ma è un mondo nel quale il nucleo elementare di Anna e Marco conserva una sorprendente forza: due persone che separatamente non riescono a trovare un posto nel quale stare e che, incontrandosi, scoprono almeno di poterlo cercare insieme.

Forse è questa la ragione per cui la luna trasformata in una palla e il cielo in un biliardo continuano a essere immagini così potenti. Il mondo intorno ai due ragazzi non è cambiato. La periferia rimane periferia, l’America resta lontana, le stelle continuano a essere irraggiungibili. È cambiato però il modo in cui Anna e Marco guardano tutto questo: non sono più due persone che osservano separatamente lo stesso cielo.

E proprio mentre potrebbe chiudere romanticamente la loro storia, Dalla fa passare il cane randagio. Li guarda, abbaia e se ne va.

In una società nella quale siamo diventati bravissimi a mostrarci e forse un po’ meno bravi a riconoscerci, la differenza fra Anna e Marco e quel cane sembra allora ridursi a qualcosa di semplicissimo: loro due, a un certo punto, si sono accorti l’uno dell’altra.

Dalla non ci dice se durerà. Non sappiamo se raggiungeranno l’America, se troveranno la strada per le stelle o se resteranno esattamente nella periferia dalla quale volevano fuggire. Sappiamo soltanto che qualcuno li ha visti tornare insieme.

Il cane randagio, invece, continua da solo.

Forse non sempre possiamo uscire dalla periferia e non sempre possiamo cambiare la vita che abbiamo. Qualche volta, però, possiamo trovare qualcuno con cui tornare a casa.

Simone Cavagnino
Simone Cavagninohttps://www.soundinia.it
Simone Cavagnino è giornalista, autore e speaker radiofonico. Laureato in Scienze Giuridiche, si occupa di giornalismo culturale, musicale e comunicazione istituzionale. Ha collaborato con l'emittente televisiva Infochannel TV Sardinia, ha diretto Unica Radio e ha scritto per JAZZIT, altre riviste nazionali e quotidiani regionali. Nel 2014 ha curato il documentario La memoria del suono, dedicato all'artista Pinuccio Sciola. Nel 2018 ha pubblicato, insieme al giornalista Claudio Loi, il volume Sardegna, jazz e dintorni (Aipsa Edizioni). Attualmente cura la comunicazione di alcuni tra i principali festival culturali della Sardegna e dirige Soundinia, testata giornalistica dedicata alla cultura, alla musica e ai territori del Mediterraneo.

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