Marco Palmieri: «Quando gli emigranti eravamo noi»

Al Festival Premio Emilio Lussu 2025 lo storico e giornalista racconta Italiani d’America. La grande emigrazione negli Stati Uniti, scritto con Mario Avagliano e pubblicato dal Mulino: milioni di partenze, discriminazioni, integrazione e il legame tra la storia degli emigrati e quella dell’Italia.

Partire verso l’ignoto con la speranza di cambiare vita. Lasciare il proprio paese e la propria famiglia, attraversare l’Atlantico e scoprire che il sogno americano poteva significare anche lavoro durissimo, discriminazione e una nuova lotta per trovare il proprio posto nella società. È dentro questa tensione tra aspettative e realtà che Marco Palmieri colloca la grande emigrazione italiana negli Stati Uniti, raccontata in Italiani d’America. La grande emigrazione negli Stati Uniti, il volume scritto insieme a Mario Avagliano e pubblicato dal Mulino nel 2024.

Palmieri ne ha parlato nel 2025 al podcast del Festival Premio Emilio Lussu. Un dialogo che parte dal libro e arriva inevitabilmente al presente, ma mantenendo la storia come punto di osservazione: conoscere che cosa significò essere emigranti italiani, sostiene Palmieri, permette di comprendere meglio non soltanto il passato nazionale, ma anche alcune dinamiche che continuano ad accompagnare i fenomeni migratori.

Il volume ricostruisce la grande emigrazione italiana negli Stati Uniti tra il 1870 e il 1940. Al centro ci sono milioni di persone che abbandonarono condizioni spesso segnate da povertà e precarietà per cercare altrove una possibilità di miglioramento. Ma la ricostruzione di Avagliano e Palmieri non si ferma ai grandi numeri: lettere, diari, testimonianze e documenti permettono di riportare la storia alla dimensione delle esperienze individuali.

Italiani d’America. La grande emigrazione negli Stati Uniti

«Si parte verso l’ignoto con una forza e con un’aspettativa di migliorare la propria situazione che è fortissima», racconta Palmieri. L’arrivo negli Stati Uniti, però, significava confrontarsi con una realtà spesso molto distante dall’immaginario costruito intorno al Nuovo Mondo: «La vita è difficile, il lavoro è durissimo, ci si imbatte nel razzismo da parte di coloro che già erano lì o degli americani».

È proprio la ricorrenza di queste esperienze, più ancora della singola vicenda biografica, ad averlo colpito durante la ricerca. La migrazione diventa così una storia di aspirazioni e fratture, nella quale chi arriva deve cercare contemporaneamente un lavoro, una posizione sociale e il riconoscimento della propria appartenenza alla nuova comunità.

Da qui nasce uno dei temi centrali dell’intervista: quanto quella storia continui a riguardare l’identità italiana. Palmieri ricorda una definizione apparsa sul Corriere della Sera nel 1903, quando gli italiani venivano descritti come il «popolo migrante per eccellenza». Una memoria che non appartiene soltanto a chi partì.

«La storia d’Italia oggi non può essere letta pienamente se non si considera anche la storia degli italiani che sono andati oltre confine», osserva. Gli emigrati mantennero infatti rapporti con il paese d’origine attraverso lettere, corrispondenza, racconti e legami familiari, contribuendo a loro volta alle trasformazioni dell’Italia. Contemporaneamente modificarono le società nelle quali si stabilirono.

È una relazione che attraversa due sponde dell’Atlantico e più generazioni. Le comunità italoamericane hanno conservato un rapporto con le proprie origini anche quando la distanza dall’esperienza diretta della migrazione è diventata quella dei figli e dei nipoti. Nel frattempo, gli italiani e i loro discendenti sono entrati nella cultura, nello sport, nell’imprenditoria, nel cinema e nella vita pubblica statunitense.

Palmieri insiste proprio sul passaggio dalla diffidenza all’integrazione. «L’emigrazione ha sempre all’origine un momento di paura, un momento di difficoltà, un momento di contrasti e di tensioni forti tra chi arriva e coloro che ricevono». La storia degli italiani negli Stati Uniti raccontata nel libro mostra però anche ciò che può avvenire dopo quella fase: percorsi di inserimento, mobilità sociale e trasformazione reciproca tra chi arriva e la società che accoglie.

Nell’ultima parte della conversazione il passato entra direttamente in relazione con le migrazioni contemporanee nel Mediterraneo. Palmieri evita di trasferire automaticamente il lavoro storico sul terreno delle scelte politiche attuali e concentra la risposta su due elementi.

Il primo riguarda la mobilità come componente permanente della vicenda umana. «L’uomo si è sempre spostato, l’uomo è sempre emigrato», ricorda. Migrazioni e spostamenti hanno accompagnato per secoli trasformazioni economiche, culturali e sociali e non rappresentano dunque un’eccezione nella storia.

Il secondo elemento riguarda il modo in cui la conoscenza del passato può intervenire nella lettura del presente. Per Palmieri tornare alla stagione nella quale a emigrare erano gli italiani non significa costruire equivalenze automatiche tra epoche e fenomeni differenti. Significa piuttosto recuperare un’esperienza storica che rischia di essere rimossa dalla memoria collettiva.

«Rileggere oggi la storia di quando gli emigranti eravamo noi, di quando gli emigranti erano gli italiani», conclude, consente innanzitutto di comprendere più a fondo la storia del Paese. Ma permette anche di riconoscere meccanismi che ritornano: la paura di chi arriva e di chi accoglie, la ricerca di condizioni di vita migliori, le discriminazioni, le difficoltà dell’integrazione e, nel tempo, la capacità delle migrazioni di trasformare entrambe le società coinvolte.

È forse qui che Italiani d’America supera la dimensione di una ricostruzione della diaspora italiana. Le storie raccolte da Avagliano e Palmieri appartengono a un periodo preciso, ma pongono una domanda che continua a riguardare il presente: che cosa ricordiamo di noi stessi quando guardiamo chi, oggi, sceglie o è costretto a partire?

L’intervista integrale a Marco Palmieri è disponibile su Spreaker podcast del Festival Premio Emilio Lussu.

Simone Cavagnino
Simone Cavagninohttps://www.soundinia.it
Simone Cavagnino è giornalista, autore e speaker radiofonico. Laureato in Scienze Giuridiche, si occupa di giornalismo culturale, musicale e comunicazione istituzionale. Ha collaborato con l'emittente televisiva Infochannel TV Sardinia, ha diretto Unica Radio e ha scritto per JAZZIT, altre riviste nazionali e quotidiani regionali. Nel 2014 ha curato il documentario La memoria del suono, dedicato all'artista Pinuccio Sciola. Nel 2018 ha pubblicato, insieme al giornalista Claudio Loi, il volume Sardegna, jazz e dintorni (Aipsa Edizioni). Attualmente cura la comunicazione di alcuni tra i principali festival culturali della Sardegna e dirige Soundinia, testata giornalistica dedicata alla cultura, alla musica e ai territori del Mediterraneo.

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