Dodici giornate tra giugno e agosto, quasi duecento artisti e ospiti, oltre cento volontari e uno staff di 105 persone. Quattro sold out nelle cinque serate in Piazza del Popolo a Berchidda e tutto esaurito per Diodato all’Agnata. Paolo Fresu: «Numeri che raccontano ciò che è stato e ci accompagnano verso ciò che sarà».
Circa trentamila presenze, oltre settanta appuntamenti e quasi duecento tra artisti e ospiti. Sono i numeri con cui Time in Jazz traccia il bilancio della sua trentanovesima edizione, sviluppata nell’arco di dodici giornate, dal 19 al 21 giugno e dall’8 al 16 agosto, con Berchidda ancora una volta al centro di un progetto capace di estendersi attraverso numerosi comuni e località del nord Sardegna.
Il festival ideato e diretto da Paolo Fresu ha costruito anche nel 2026 una geografia diffusa, portando concerti e attività fuori dagli spazi tradizionalmente destinati allo spettacolo e mettendo in relazione musica, paesaggio e comunità. Un modello che, alla vigilia della quarantesima edizione, restituisce la dimensione raggiunta da una manifestazione nata a Berchidda e cresciuta fino a coinvolgere un territorio molto più ampio.

“Kind of blue”, Miles Davis come filo conduttore
A tenere insieme la trentanovesima edizione è stato il titolo “Kind of blue”, preso in prestito dallo storico album pubblicato da Miles Davis nel 1959. Il festival ha scelto così di rendere omaggio al centenario della nascita del trombettista afroamericano, trasformando il riferimento a Davis in qualcosa di più di un semplice tema programmatico.
Il suo universo musicale ha attraversato infatti progetti, commissioni originali e riletture, estendendosi agli incontri, ai libri, ai podcast e alle attività rivolte all’infanzia. Una prospettiva attraverso la quale Time in Jazz ha messo ancora una volta in relazione discipline differenti, accostando alla musica la letteratura, le arti visive, la formazione, la sostenibilità ambientale e le iniziative dedicate ai più piccoli.
I numeri descrivono l’ampiezza della macchina culturale costruita intorno al festival: oltre settanta appuntamenti tra concerti, incontri, laboratori, mostre, dj set e altre attività, con un totale ancora più elevato considerando singolarmente le diverse iniziative distribuite nelle dodici giornate. I protagonisti sono stati quasi duecento, per circa l’80 per cento musicisti, insieme a scrittori, attori, performer, fotografi, educatori e didatti.

Da Nicholas Payton a Diodato
Sul versante musicale, il cartellone ha riunito artisti italiani e internazionali come Nicholas Payton, Nils Petter Molvær, Bugge Wesseltoft, Theon Cross, Andrea Motis, Kokoroko, Fabrizio Bosso, Amii Stewart e Apparat.
Naturalmente centrale è stata la presenza dello stesso Paolo Fresu, protagonista anche di “Kind of Miles”, uno dei momenti principali dell’omaggio a Davis. Tra gli appuntamenti più attesi anche il concerto di Diodato all’Agnata, nella dimora di Fabrizio De André. Alla programmazione si sono affiancati i dopoconcerto di Time After Time, i live del FestivalBar nei locali di Berchidda, i progetti originali di Insulae Lab, centro di produzione musicale di Time in Jazz, e le parate della Bandakadabra per le strade del paese.
Il festival ha però continuato a muoversi ben oltre il perimetro della musica. Gli appuntamenti dedicati alle arti visive si sono affiancati agli incontri con scrittori e protagonisti della cultura, tra i quali Salvatore Niffoi, Alessandro Bergonzoni, Reno Brandoni e Paola Caridi.
In collegamento video ha partecipato anche Ashley Kahn, critico jazz e autore del saggio Kind of Blue: storia e fortuna del capolavoro di Miles Davis, mentre Time to Children, la sezione dedicata ai più piccoli, ha proposto laboratori, spettacoli, narrazioni e attività musicali.

Oltre l’80 per cento degli spettacoli musicali gratuiti
Uno degli elementi evidenziati nel bilancio riguarda l’accessibilità della manifestazione. Oltre l’80 per cento degli spettacoli musicali e il 90 per cento delle attività complessive sono stati gratuiti.
Una scelta che, secondo il bilancio del festival, ha contribuito a permettere a circa trentamila persone di partecipare agli appuntamenti, incontrare gli artisti e attraversare i diversi territori coinvolti. La gratuità è stata quindi parte integrante del modello di Time in Jazz e del rapporto costruito con le comunità ospitanti.
Particolarmente significativa la risposta registrata a Berchidda: delle cinque serate in Piazza del Popolo, le uniche con ingresso a pagamento, quattro hanno fatto registrare il sold out. Tutto esaurito anche per il concerto di Diodato all’Agnata.
Un’affluenza molto alta è stata registrata anche negli altri luoghi attraversati dal festival, al punto che in alcuni casi le capienze stabilite dai piani di sicurezza non hanno consentito di accogliere tutto il pubblico arrivato per assistere agli eventi.
Oltre cento volontari e uno staff di 105 persone
Dietro la programmazione c’è stata una macchina organizzativa composta da oltre cento volontari e uno staff di 105 elementi. Il festival ha continuato così a sviluppare una delle caratteristiche che ne definiscono l’identità: trasformare il territorio in un palcoscenico diffuso, mantenendo Berchidda come cuore della manifestazione e contemporaneamente costruendo una rete di relazioni con gli altri centri coinvolti.
Anche la scelta degli spazi racconta questa impostazione. Nel corso dell’edizione i concerti hanno raggiunto piazze e centri abitati, pinete, spiagge, santuari, chiese, un campo da golf, l’aeroporto di Olbia Costa Smeralda e una nave della Sardinia Ferries in servizio tra la penisola e la Sardegna.
Non si tratta soltanto di utilizzare luoghi inconsueti come scenografie. Nella concezione del festival, lo spostamento della musica fuori dai circuiti tradizionali diventa uno strumento per costruire un’esperienza del territorio, mettendo il pubblico nelle condizioni di incontrare paesaggi, architetture, ambienti naturali e comunità attraverso l’ascolto.
I dati conclusivi assumono così un significato che supera la dimensione strettamente quantitativa. Le circa trentamila presenze, gli oltre settanta appuntamenti, i quasi duecento protagonisti e il lavoro di staff e volontari descrivono la scala raggiunta da Time in Jazz, ma anche la continuità di un progetto che da quasi quarant’anni mette in relazione musica, persone e territorio.

Paolo Fresu: «Ora possiamo affrontare con cognizione il nuovo tempo»
Con l’estate ormai verso la conclusione, il bilancio della trentanovesima edizione diventa anche il punto di partenza per ciò che verrà.
«Capidanni, in sardo logudorese, è il mese di settembre. Il tempo in cui tutto inizia: si chiude idealmente un ciclo e se ne apre un altro. Dopo aver dato i numeri di questa edizione, possiamo affrontare con cognizione il nuovo tempo», osserva Paolo Fresu.
«Time in Jazz è il nuovo tempo del jazz e a noi piace dare numeri: quelli di un’edizione di grande successo e partecipazione, ma anche di grande musica e di tanti innesti umani, artistici e creativi. Numeri che raccontano ciò che è stato e ci accompagnano verso ciò che sarà».
Archiviata la trentanovesima edizione, per Time in Jazz comincia così il percorso verso un traguardo storico: la quarantesima edizione del festival.



