Ministri e Beth Orton, due concerti da ricordare per il ventennale del Karel Music Expo

La band milanese chiude la prima parte del festival con un set compatto e viscerale, mentre la cantautrice britannica Beth Orton sceglie l’intimità e la sottrazione. Due concerti molto diversi per celebrare i vent’anni del Karel Music Expo al Lazzaretto di Cagliari.

Non è un caso che i Ministri, tra le band di rock alternativo più conosciute nel nostro Paese, abbiano chiuso qualche giorno fa al Lazzaretto di Cagliari la prima tranche di concerti del Karel Music Expo. La band milanese inizia la propria carriera nel 2006 con l’album autoprodotto I soldi sono finiti, anno in cui Vox Day vara la prima edizione di un festival dedicato alla musica underground e alle culture resistenti. Giusto quindi festeggiare insieme questo doppio compleanno. In poco più di un’ora, il gruppo guidato da Davide Autelitano, cantante e bassista, macina brani di ieri e di oggi davanti a un pubblico partecipe ed entusiasta assiepato sotto il palco, impegnato a cantare in coro le canzoni più conosciute che hanno fatto la storia della formazione. Senza ricorrere a proiezioni o trucchi luminosi, snocciolano un rock viscerale offrendo un plusvalore più consistente rispetto ai dischi. In una scaletta di diciotto brani trovano spazio Diritto al tetto, Spaventi, Idioti, Mammut, Peggio di niente, Tempi bui e Noi fuori, fino a Una palude, Comunque, Spingere e Abituarsi alla fine. Tra i brani più recenti c’è anche Gente che si ostina a vivere, contenuta nell’EP Canzoni Ombra, uscito a fine maggio e nato dal recupero di canzoni rimaste a lungo ai margini del repertorio della band, ma ancora capaci di trovare un senso nel presente.

Ministri • foto di Chiara Mirelli
Ministri • foto di Chiara Mirelli

In un festival che non contempla prove d’appello, la sera prima a catturare l’attenzione degli astanti è la cantante britannica Beth Orton, capace di fondere folk ed elettronica, sul palco con il marito Sam Amidon alla chitarra e il figlio Arthur al basso, perché a volte anche la musica può rappresentare un affare di famiglia. Alternando tastiere e chitarra, regala un set senza fronzoli come c’è da aspettarsi, distendendo canzoni sofferte e dalla raccolta intimità che avanzano per sottrazione, in cui il suono accarezza l’ambiente e lo decora elegantemente. Contrariamente ad altri generi di concerti, qui non si canta insieme all’artista, ma si ascolta in silenzio con grande attenzione ricevendo in cambio profondità. Sfilano così Friday night, tema d’apertura, con la cantautrice dalla voce austera impegnata alle tastiere nel disegnare un morbido tappeto sonoro, Otherside, la potente The ground above, estratta dal recente omonimo album che parla di maternità, malattia, relazioni, identità, sopravvivenza, mentre She cries your name affiora da Trailer park del ’96. Continuando a zigzagare tra passato e presente, ecco Pass in time, incisa con Terry Callier nel ’99 nell’album Central reservation, Call me the breeze, Safe in your arms, Waiting, Lonely. A trent’anni di distanza dalle prime apparizioni sui palchi, il concerto di Beth Orton ci ricorda che lei è ancora qui. Deliziosamente fuori dalle mode, irresistibilmente autentica.

Carlo Argiolas

Beth Orton
Beth Orton

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