Intervista a Paolo Fresu

Un incontro con il trombettista sardo Paolo Fresu, in occasione del festival Suoni D’Autunno a Soleminis, in omaggio a Billy Sechi.

Venerdì pomeriggio di fine settembre in Sardegna, le campagne esauste si lasciano imbiondire da un sole oramai sbiadito che confina con l’autunno. Il vento soffia il suo respiro che imprime sulla pelle un tiepido alito profumato. La scenografia è quella di Soleminis, paesino di circa duemila abitanti a sud-est dell’isola, nella regione che prende il nome di Parteolla. Proprio qui da quest’anno prende vita il primo memoriale dedicato a Billy Sechi, fulgida leggenda della batteria jazz cagliaritana, scomparso qualche anno fa. Tra i tanti i musicisti che questa sera si avvicenderanno sul palco per rendere omaggio al compianto esteta della batteria c’è anche Paolo Fresu, trombettista e compositore di Berchidda, che proprio con Billy iniziò a esplorare le vie della musica afroamericana. Dietro al palco che ospiterà l’evento è sistemato un gazebo bianco mascherato da camerino. E’ quì che incontro proprio Paolo Fresu che, sorridente, mi accoglie in compagnia della moglie Sonia e del loro piccolo Andrea. Iniziamo a chiacchierare, ma i volumi del soundcheck sono troppo forti, alcuni musicisti hanno già iniziato le prove. Così sistemiamo due sedie in mezzo a un campo lì vicino, la Sardegna ci avvolge. E inizia quest’intervista.

La location naturale di questa intervista non ha nulla da invidiare a quelle che ogni anno scegliete per il Time in Jazz, festival di cui sei direttore artistico. Come è andata quest’anno?

(ride) Il festival Time in Jazz appena trascorso ha avuto un grande successo e il numero delle persone presenti alla rassegna è stato notevole, sia per le serate a pagamento che per i concerti disseminati nei diversi punti d’interesse della Gallura.

L’artista quando arriva nelle location designate si stupisce e la gente partecipa numerosa, proprio perché sposa un differente concetto di concerto: l’evento va guadagnato e conquistato. Assistere ai concerti del Time in Jazz è spiazzante e a volte per essere presenti è necessario affrontare tortuosi percorsi. Ma poi subentra la musica e i luoghi diventano protagonisti quanto lei. E’ la musica che mette in sintonia universale tutto il resto. Vale la pena raggiungere i palchi naturali, perchè la musica lievita in quei luoghi, non sarebbe la stessa musica altrove e non sarebbero gli stessi luoghi senza quella musica.

“A Berchidda vedi con il cuore e senti con gli occhi”. Ci spieghi questo concetto che più volte hai espresso?

Sentire con gli occhi è fondamentale. Gli occhi delle persone a Berchidda sono diversi, e grazie alla magia del festival spesso capita che si guardi una cosa e la si veda sotto una luce differente. Vedere con il cuore significa percepire la forte emozione, il pathos creato dall’atmosfera, dall’energia della gente, dei suoni, della musica. Il festival ha successo grazie a una serie di fattori indubbiamente differenti, ma che solo in quel contesto specifico si possono amalgamare e ritrovare. Se proponessimo la stessa formula in un altro luogo, con gli stessi artisti, credo non avrebbe probabilmente il minimo riscontro rispetto a quello che raccoglie a Berchidda.

Il Time in Jazz quest’anno ha spento le sue prime 25 candeline. Come è cambiata Berchidda e i suoi giovani durante questo quarto di secolo?

A Berchidda c’è sempre stata una profonda attenzione nei confronti dei giovani e il successo del festival è costituito dai giovani volontari stessi, che crescono partecipando attivamente all’organizzazione e gestione della macchina organizzativa della rassegna. Nel tempo vengono a crearsi le figure che in futuro diventeranno la reale struttura portante del festival. Luca Nieddu è l’esempio più fulgido e con lui Luca De Vito. Loro sono compartecipi del progetto e spesso si trovano a decidere in prima persona. Io chiedo loro: cosa vi piacerebbe fare? Che artisti portereste? E in base a quanto emerge si delineano le vie sulle quali procedere. Il club serale, per esempio, è idea loro, non mia. Un domani, quando mi metterò da parte, saranno i giovani a spingere la macchina del Time in Jazz che è un grattacielo con basi solide su cui si sovrappongono tante figure. Durante il festival dell’architettura qualche anno fa parlai di architettura umana e secondo me è questa la peculiarità del festival.

Come vedi lo sviluppo della scena musicale in Sardegna?

Il jazz in Sardegna è cresciuto in maniera esponenziale negli ultimi anni. Tanto lo dobbiamo, probabilmente, ai seminari che ogni anno teniamo presso l’Ente Musicale di Nuoro. Credo, però, che sia fondamentale suonare realmente in giro, approfondire, sviluppare, conoscersi, confrontarsi. Miles Davis lasciò l’Illinois nonostante fosse un borghese, andò a New York perché aveva la necessità di sentir suonare Charlie Parker. Le scuole vanno bene, ma vanno supportate da un lavoro vero. Bisogna trovare le occasioni per suonare con musicisti che siano più bravi, solo in questo modo è possibile crescere. Il problema attuale è che i giovani non hanno concrete occasioni per suonare. I seminari di Nuoro creano queste occasioni. Ma dopo i seminari mancano possibilità, luoghi e quattrini.

Che risultato stanno sfornando i conservatori di jazz?

Il jazzista non ha mai vissuto con i pezzi di carta. Il jazz o ce l’hai o non ce l’hai. Il jazz è la musica dentro. La scorsa estate ho avuto un’alunna di 13 anni alla quale ho assegnato una borsa di studio. Lei si chiama Gaia Argiolas e un giorno mi ha detto che le sarebbe piaciuto suonare una musica ritmica, non come il jazz. Per questo motivo l’ho invitata a Nuoro permettendole di studiare con me. Gaia mi ha chiesto: come si suona il jazz? Le ho risposto che per farlo devi avere la musica dentro, tutto deve partire dal profondo. Il musicista di jazz non ha bisogno di attestati che lo certifichino, possono essere utili per la professione, ma il jazz nasce da altro. Fortunatamente ai miei tempi non c’erano i reality show. Si diventava bravi quando si aveva la fortuna e l’opportunità di suonare tanto, di conoscere e confrontarsi. Io guidavo fino a Cagliari per incontrare Billy Sechi e i fratelli Ferra. Credo la Sardegna abbia molte possibilità e capacità, ma quelle che permettano una reale crescita e confronto, ahimè, sono troppo poche.

Insularità secondo Paolo Fresu.

Ho sempre visto l’insularità come una straordinaria ricchezza. Se ti metti davanti al mare e ti rammarichi perchè attorno hai solo il mare, allora non accadrà mai nulla. L’isola, in realtà, è circondata da tutti ed è un meraviglioso luogo di confronto. Riconosco che l’isolano debba lavorare tanto per emergere, ma non bisogna credere che Roma o Milano siano luoghi semplici. In giro per il mondo essere sardi è un segno distintivo importante. Soprattutto creativo. Per questo credo fermamente che l’insularità sia un valore positivo e momento di scambio che produce risultati insperati. In Sardegna, agli inizi della mia carriera, mi sentivo più fortunato dei miei colleghi dello stivale. Nella mia terra facevo concerti ed ero una piccola star, mentre a Roma o Milano ero uno sconosciuto.

Cosa dire a tutti i giovani sardi che partono alla ricerca di un futuro in giro per il mondo?

Il sardo che va fuori non è mai impreparato a una vastità di mondo. Se pensi che il mondo sia piccolo, quando arrivi fuori, o lo trovi più piccolo del tuo, o lo trovi infinitamente grande. Se ti approcci al mondo non reputandolo nè piccolo e nè grande, quando gli camminerai intorno, troverai esattamente un mondo nè piccolo e nè grande come il tuo. Tengo sempre a mente una frase di Tolstoj che dice “descrivi il tuo villaggio e avrai descritto tutto il mondo intorno”. L’insularità è un concetto mentale. Sono tanti i sardi che decidono di partire alla ricerca di occasioni migliori che permettano loro di crescere, mi viene in mente Sebastiano Dessanay su tutti, e fuori imparano cose nuove, tutto questo è fondamentale. Insularità è confronto. Dobbiamo liberarci dalla gabbia mentale per cui se un sardo parte a Londra per lavoro o studio sia immigrazione, mentre se a Londra ci va un romano o milanese è un viaggio per nobili  cause. Chi parte vuole superare i limiti, e vedrà una Sardegna differente al suo ritorno. Bisogna conoscere e apprezzare questo nostro mondo. Ricordo che nei primi anni ottanta a Berchidda i miei coetanei pensavano solo a quanto fossero sfigati. Io ci ho sempre creduto. Se non ti metti nell’ottica di bussare alla porta della tua vita abbandonando la paura di farti male alla mano, non saprai mai cosa c’è dietro quella porta, e soprattutto non la sfonderai mai.

L’intervista a Paolo Fresu è stata realizzata per il magazine Lollove Mag nell’autunno 2012.

Simone Cavagnino
Simone Cavagninohttps://www.soundinia.it
Simone Cavagnino è giornalista, autore e speaker radiofonico. Laureato in Scienze Giuridiche, si occupa di giornalismo culturale, musicale e comunicazione istituzionale. Ha collaborato con l'emittente televisiva Infochannel TV Sardinia, ha diretto Unica Radio e ha scritto per JAZZIT, altre riviste nazionali e quotidiani regionali. Nel 2014 ha curato il documentario La memoria del suono, dedicato all'artista Pinuccio Sciola. Nel 2018 ha pubblicato, insieme al giornalista Claudio Loi, il volume Sardegna, jazz e dintorni (Aipsa Edizioni). Attualmente cura la comunicazione di alcuni tra i principali festival culturali della Sardegna e dirige Soundinia, testata giornalistica dedicata alla cultura, alla musica e ai territori del Mediterraneo.

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