Prorogata fino al 27 settembre la personale del fotografo originario del Benin al Museo universitario delle arti e delle culture contemporanee di Cagliari. Venti immagini interrogano ciò che vediamo e ciò che resta invisibile nelle città che attraversiamo.
Che cosa vediamo realmente delle città che attraversiamo ogni giorno? E quanto, invece, rimane ai margini dello sguardo? Parte da queste domande “Città in/visibili”, la mostra personale di Mouhamed Yaye Traore ospitata dal MUACC – Museo universitario delle arti e delle culture contemporanee dell’Università degli Studi di Cagliari.
Inaugurata lo scorso 28 maggio, l’esposizione sarà prorogata fino a domenica 27 settembre, dopo il riscontro di pubblico registrato nei primi mesi di apertura e la partecipazione alle iniziative che hanno accompagnato il progetto.
La scelta consentirà alla mostra di incrociare due appuntamenti dedicati alla ricerca e al patrimonio culturale: venerdì 25 settembre la SHARPER NIGHT – Notte europea delle ricercatrici e dei ricercatori, alla quale partecipa anche l’Ateneo cagliaritano, e le Giornate Europee del Patrimonio, in programma sabato 26 e domenica 27 settembre.
Curata da Costanza Meli e Mohamed Keita, con la direzione artistica di Simona Campus, “Città in/visibili” presenta per la prima volta un ciclo di venti fotografie realizzate da Mouhamed Yaye Traore, artista nato in Benin nel 1995 e residente in Toscana.
Al centro della sua ricerca c’è il rapporto tra sguardo e identità. La città non viene utilizzata semplicemente come scenario, ma diventa materia attraverso la quale interrogare la percezione: ciò che appare immediatamente, ciò che sfugge, le presenze che attraversano uno spazio e il modo in cui memoria ed esperienza personale modificano la visione di uno stesso luogo.
Il riferimento dichiarato nel titolo a “Le città invisibili” di Italo Calvino suggerisce una città che non coincide mai soltanto con la sua dimensione fisica. Lo spazio urbano si trasforma in una costruzione percettiva, continuamente riscritta da chi lo attraversa e composta da punti di vista, ricordi, movimenti e desideri.
Dall’attraversamento alla città astratta
Il percorso espositivo si sviluppa attraverso tre capitoli. Nel primo, le imbarcazioni sull’Arno diventano metafora dell’attraversamento e della migrazione. Nel secondo, l’attenzione si sposta sulle persone in transito: figure che perdono progressivamente una precisa identità visiva per trasformarsi in sagome dentro la folla, accomunate per un istante dalla condivisione dello stesso spazio.
Nell’ultima parte la città tende invece a dissolversi. La rappresentazione si allontana dal dato immediatamente riconoscibile e approda a immagini più astratte, intime e liriche.
È sempre la stessa città e, contemporaneamente, potrebbe essere qualunque città. Nel linguaggio di Yaye Traore, sospeso tra fotografia e suggestione pittorica, il luogo specifico tende infatti a trasformarsi in una possibilità universale.
Ne emerge anche una relazione reciproca tra individuo e paesaggio. Gli spazi cambiano attraverso le persone che li abitano, ma chi li attraversa viene a sua volta trasformato da essi. La città diventa così uno specchio nel quale l’identità individuale non appare come qualcosa di immutabile, ma come una costruzione che si definisce anche nel confronto continuo con l’ambiente.

Una mostra da attraversare con sensi differenti
“Città in/visibili” non si esaurisce nelle venti fotografie esposte. Il progetto ha coinvolto la comunità universitaria attraverso laboratori e attività dedicati ai temi della visibilità, dell’invisibilità e dell’accessibilità sensoriale e culturale.
I risultati di “Scrivere l’inclusione”, percorso condotto da Simona Campus, e di “Tra-vedere: laboratorio di traduzione sensoriale dell’immagine fotografica”, curato da Fabio Fornasari con Barbara D’Ambrosio, sono stati incorporati nello stesso allestimento, ampliando le modalità attraverso le quali il pubblico può entrare in relazione con le opere.
La mostra è accompagnata anche da una pubblicazione bilingue, in italiano e inglese, e si inserisce nel lavoro del MUACC dedicato alla ricerca e alla valorizzazione delle arti e delle culture contemporanee, con particolare attenzione all’inclusione e alla partecipazione culturale.
Dall’arrivo in Italia alla fotografia
Nato nel 1995 a Djougou, in Benin, Mouhamed Yaye Traore vive oggi in provincia di Arezzo. Il suo avvicinamento all’arte risale al 2016, durante il periodo trascorso nei centri di accoglienza della provincia toscana, quando entra in contatto con residenze artistiche e incontri promossi dal progetto Stand Up for Africa presso HYmmo Art Lab di Pratovecchio.
È la fotografia a diventare progressivamente il mezzo attraverso il quale dare forma a sentimenti, desideri e a ciò che rimane non detto. Nel 2018 Traore frequenta un corso tenuto da Mohamed Keita al Museo Pecci di Prato; nel 2020 approfondisce lo storytelling con Robin Hammond, fondatore del progetto 1000 Dreams.
Tra il 2022 e il 2024 i suoi lavori sono stati presentati in diverse esposizioni collettive, tra cui “Artists for Peace” al Castello di Bevagna e “Out of Place”, organizzata dalla Fondazione Imago Mundi a Treviso, oltre a un progetto dedicato alla coabitazione nell’ambito di Florence Must Act. Alcune sue fotografie sono state inoltre esposte a Villa Pettini, a Montevarchi, durante la prima tappa della mostra itinerante Nomad Art Space.
“Città in/visibili” è sostenuta dall’avviso pubblico Strategia Fotografia 2025, promosso dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura, ed è realizzata in collaborazione con l’associazione culturale Isole, partner culturale del progetto.
La proroga fino al 27 settembre offre dunque un ulteriore mese per attraversare le città di Mouhamed Yaye Traore: luoghi reali che, una volta entrati nell’immagine, smettono di essere soltanto geografia e diventano memoria, percezione e possibilità dello sguardo.


